Assolto Lula per il caso Odebrecht in Angola

Luiz Inácio Lula da Silva è stato assolto dal giudice del decimo Tribunale Federale di Brasilia, Vallisney de Oliveira, che ha indicato che non esistono prove che coinvolgano l’ex presidente con i contratti dell’impresa brasiliana Odebrecht, in Angola.

Fonti ufficiali hanno confermato che un giudice del decimo Tribunale Federale di Brasilia ha assolto l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, nel caso per presunta  organizzazione criminale e lavaggio di denaro negli affari dell’impresa Odebrecht in Angola.

Telesur ha informato che, in accordo con il giudice  Vallisney de Oliveira, non esistono prove che determinino la colpevolezza dell’ex presidente e di sua nipote Taiguara Rodrigues dos Santos, nel caso dei contratti della Odebrechten nel paese africano.

La sentenza d’innocenza è stata dettata dal giudice Ricardo Leite, del decimo Tribunale Federale di Brasilia.

Vallisney de Oliveira ha stabilito l’assoluzione dell’ex presidente dopo che la difesa di Lula da Silva aveva detto ch questi non aveva sollecitato né ricevuto alcun vantaggio per il suo incarico di presidente del Brasile.

Il giudice ha indicato che esistono le prove che l’ex presidente «non ha realizzato o seguito il lavoro, e la descrizione del reato e le sue circostanze non erano sufficientemente chiare».

Lula da Silva è in carcere dal 7 aprile del 2018 nella Super Intendenza della Polizia Federale a Curitiba, dopo la condanna a 12 anni e un mese di carcere per i delitti di corruzione passiva e lavaggio di denaro, pena che il Tribunale Superiore di Giustizia ha ridotto a 8 anni e 10 mesi.

Fonte




Cuba: il giorno che la sconfitta si è trasformata in vittoria

Celebrato il 26 luglio il Giorno della Ribellione Nazionale, quando si sono compiuti 66 anni di quella che è stata una sconfitta militare rivoluzionaria, ma con gran risonanza politica.

La commemorazione si è svolta a Bayamo, città piena di storia ed anche scenario di quegli avvenimenti, e che per l’occasione si è vestita a festa.

L’alba di quel 26 luglio 1953, giovani rivoluzionari, sotto il comando di Fidel Castro, hanno assaltato le caserme militari Guillermon Moncada, a Santiago di Cuba, e Carlos Manuel de Cespedes, a Bayamo, nell’anno del centenario dell’Apostolo, Josè Martì.

La caserma Moncada era la seconda forza militare del paese, occupata da circa mille uomini, ma anche la caserma di Bayamo rappresentava una caserma importante.

Per Fidel Castro ed i suoi compagni d’armi, l’attacco era una forma di rendere tributo a Martì, mentre la sua ideologia era macchiata dalla dittatura di Fulgencio Batista, che governava l’isola dal golpe di Stato del 10 marzo 1952.

Il piano si elaborò in un segreto assoluto. Oltre a Fidel, lo conoscevano solamente due compagni della direzione del movimento ed il suo responsabile a Santiago di Cuba. Gli altri sapevano che avrebbero realizzato un combattimento decisivo, ma ignoravano come era esattamente il piano.

Nonostante lo sperpero di eroismo degli attaccanti, in forte svantaggio numerico e negli armamenti, entrambe le azioni sono state un fallimento militare.

Il regime ha reagito con una brutale repressione. Batista ha decretato il coprifuoco a Santiago di Cuba e la sospensione delle garanzie costituzionali in tutto il territorio nazionale; ha chiuso il giornale “Noticias de Hoy”, organo del Partito Socialista Popolare, ed ha applicato la censura alla stampa ed alla radio.

L’ordine del dittatore è stato quello di eliminare 10 rivoluzionari per ogni soldato del regime caduto in combattimento. Decine di giovani che seguivano Fidel sono stati ferocemente assassinati. I sopravvissuti, compreso Fidel, processati e condannati.

Davanti al tribunale il leader del movimento ribelle ha denunciato il crimine:

“Non hanno ucciso solo durante un minuto, un’ora o un giorno intero, ma in una settimana completa, le bastonate, le torture, i lanci dalle terrazze e gli spari non sono cessati un istante, come strumento di sterminio manipolato da artigiani perfetti del crimine”.

L’allegato di autodifesa di Fidel Castro si è conosciuto in seguito come “La storia mi assolverà”. Durante l’arringa, è passato da accusato ad accusatore ed ha denunciato il marcio della Repubblica e le penurie del popolo.

Un milione e mezzo di abitanti con più di sei anni non avevano nessun livello scolastico approvato. Tra i 15 ed i 19 anni, il 17% riceveva appena qualche tipo di educazione, mentre il grado culturale medio dei maggiori di 15 anni non arrivava al terzo anno delle elementari.

In “La storia mi assolverà”, Fidel ha offerto soluzioni per tutta questa tragedia, a partire da programmi sociali che la Rivoluzione avrebbe poi sviluppato quando finalmente è arrivata al potere:

“Un governo rivoluzionario con l’appoggio del popolo ed il rispetto della nazione, dopo avere ripulito le istituzioni da funzionari venali e corrotti, procederà immediatamente ad industrializzare il paese”, ha detto nel suo celebre allegato.

Quell’intervento ha anticipato alla nazione quello che sarebbe stato in seguito la Riforma Agraria, la prima delle grandi trasformazioni rivoluzionarie contro il latifondismo, infatti le terre coltivabili erano nelle mani di pochi, quasi tutte aziende statunitensi.

“Un governo rivoluzionario, dopo avere collocato nei loro appezzamenti con un titolo di proprietà 100 mila piccoli agricoltori che pagano oggi delle tasse, procederebbe a risolvere definitivamente il problema della terra”.

Ha anche annunciato quello che si sarebbe fatto con la conversione di caserme in scuole (la caserma Moncada è uno di queste) e la campagna di alfabetizzazione che ha trasformato Cuba nel primo paese dell’America Latina e dei Caraibi libero di analfabetismo.

“Un governo rivoluzionario procederebbe alla riforma integrale del nostro insegnamento (…) per preparare le generazioni future che sono convocate a vivere in una patria più felice. Non si dimentichino le parole dell’Apostolo: ‘Un popolo istruito sarà sempre forte e libero’”.

Gli eventi del 26 luglio 1953 sono stati una sconfitta militare, ma sono anche risultati essere il piccolo motore che ha cominciato a muovere la Rivoluzione cubana, trionfante solo sei anni dopo.

Come disse Fidel: “Il Moncada ci insegnò a trasformare le sconfitte in vittorie”.

Orlando Oramas Leon, giornalista di Prensa Latina 




Diversi aerei spia statunitensi hanno violato lo spazio aereo del Venezuela

La Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB) ha emesso un comunicato stampa domenica 21, dove ha condannato energicamente l’incursione di un aereo spia degli Stati Uniti (EE.UU.) nello spazio aereo venezuelano lo scorso 19 luglio.

“Aerei intercettori della FANB, in missione di ricognizione, alle 11:33 hanno identificato visivamente l’aereo, confermando che si trattava di un aereo modello EP-3E ARIES (versione di riconoscimento e intelligence elettronica) appartenente all’esercito degli Stati Uniti d’America”, indica il comunicato.

Il corpo militare ha sottolineato che l’azione statunitense viola i procedimenti stabiliti dall’Organizzazione dell’Aviazione Civile Internazionale (OACI) ed ha qualificato questo tipo di azioni come una ripetuta e grave minaccia alla sicurezza per la gran quantità di aeronavi e di aviazione generale che transitano i cieli della costa caraibica venezuelana.

“Questo genere di fatti è successo in 76 occasioni durante l’anno 2019, e costituisce una ripetuta e grave minaccia alla sicurezza per la grande quantità di aerei commerciali e di aviazione generale che passano quotidianamente, particolarmente al nord della nostra zona economica esclusiva e nella quale Venezuela è il garante della sicurezza”, sostiene il comunicato della FANB.

Nel nuovo episodio successo questo sabato 27, l’aeronave statunitense non ha risposto ai tentativi di comunicazione via radio delle autorità aeree venezuelane, perciò è stato scortato fino a quando ha cambiato direzione.

Gli USA hanno confermato questa domenica la violazione dello spazio aereo in Venezuela, con la realizzazione di quello che loro hanno denominato come voli di vigilanza, ha ratificato il capo del Comando Sud, ammiraglio Craig Faller.

La situazione è stata denunciata dal cancelliere venezuelano, Jorge Arreaza, che ha dichiarato che porterà questa violazione dello spazio aereo del paese sud-americano ad istanze dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).

Previamente, Faller ha assicurato che l’esercito statunitense “continuerà a volare ed ad operare dove sia che si applichino le norme internazionali e questo include attorno a Venezuela, al Sud America ed al mondo”.

da Telesur

traduzione Marco Bertorello

Fonte CUBADEBATE




Cuba convoca all’incontro continentale di solidarietà

L’Istituto Cubano di Amicizia coi Popoli (ICAP), la Centrale dei Lavoratori di Cuba (CTC) e vari movimenti sociali hanno convocato oggi all’Incontro Antimperialista di Solidarietà per la Democrazia e contro il Neoliberalismo.

Il presidente dell’ICAP, Fernando Gonzalez, ha risaltato l’importanza dell’incontro nell’attuale congiuntura del continente, dovuta alle offensive degli Stati Uniti contro ogni progetto progressista.

Come temi principali da dibattere ci sono l’eliminazione del bloqueo economico, commerciale e finanziario imposto da Washington da quasi sei decadi all’isola e la devoluzione del territorio illegalmente occupato a Guantanamo, ha detto Gonzalez.

Il dirigente dell’ICAP ha segnalato che nell’incontro si tratterà delle realtà dei paesi dell’America Latina e dei punti strategici della politica attuale del presidente statunitense Donald Trump.

Da parte sua, Ismael Drullet, funzionario della CTC, ha sottolineato l’appoggio di Cuba nell’appello alla sinistra latinoamericana ed al suo impegno nella lotta con le cause giuste, come è l’ingiusta incarcerazione del leader brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva.

Inoltre, Joel Suarez, coordinatore del Centro Martin Luther King, ha osservato che l’incontro avrà tra i suoi temi principali la cultura come arma di resistenza dei popoli.

“Abbiamo anche bisogno di ottenere una convergenza ed unità nel fronte della lotta ideologica e mediatica nelle reti sociali, dove la verità rimane da parte, e si costruiscono edifici a partire da una menzogna” , ha sottolineato.

Suarez ha sollecitato una dichiarazione di solidarietà accompagnata da un piano di azione da parte dei movimenti popolari, con attività parlamentari ed azioni di comunicazione e cooperazione coi popoli.

L’appuntamento si svolgerà nella capitale cubana dal 1º al 3 novembre di questo anno e conterà con la partecipazione di più di mille delegati provenienti da un centinaio di nazioni.

Fonte




Chavez: «por ahora» e per sempre

Se un cancro non l’avesse portato via troppo presto oggi il Comandante Hugo Chavez avrebbe compiuto 65 anni. Proprio mentre a Caracas si chiude il XXV Foro di San Paolo e la sinistra di tutto il mondo si stringe intorno alla creatura di Hugo Chavez: la Rivoluzione Bolivariana minacciata dal tracotante imperialismo degli Stati Uniti.

Il Comandante Chavez ha dato tanto al Venezuela e al suo straordinario popolo, al mondo intero, al socialismo di cui ha scritto una nuova pagina nel XXI secolo.

Eppure dobbiamo tornare nel Novecento per trovare l’episodio che lo ha reso immortale.

Nelle prime ore del 4 febbraio 1992, il popolo venezuelano e il mondo conobbero il tenente colonnello Hugo Rafael Chávez Frías, che era a capo di una ribellione militare. Dodici ore dopo, l’allora comandante si arrese per evitare ulteriori spargimenti di sangue tra i venezuelani. Come condizione, chiese di rivolgersi al popolo in televisione.

Quel giovane paracadutista si assunse la responsabilità del movimento militare, sebbene descrisse la tragedia della perdita dei compagni di armi e di aver fallito la presa del potere, perché «l’idea era quella di installare un’assemblea costituente e tornare nelle caserme», ma il suo discorso fu un trionfo politico, lasciando alla storia un «por ahora», che riempì di speranza lo spirito del popolo venezuelano.

Di fronte a una classe politica screditata, venduta agli interessi statunitensi e profondamente corrotta, il popolo venezuelano rimase ammirato davanti a un compatriota che si assumeva la responsabilità delle proprie azioni e le relative conseguenze.

Un leader carismatico che riprendeva l’ideale bolivariano come guida per lo sviluppo della nazione.

Il progetto del Libertador padre della patria e fondatore della Repubblica, Simón Bolívar.

Associando la visione storico-politica di Bolívar al socialismo del XXI secolo.

Il 6 dicembre 1998, in occasione della sua prima conferenza stampa da Presidente eletto della Repubblica, gli fu chiesto: come le piacerebbe essere ricordato dal popolo? Alla domanda, il leader bolivariano rispose: «Come un uomo degno e utile per il suo paese».

Pertanto, definire il comandante Chávez oggi in una sola parola è certamente complicato, ma la parola che lo caratterizza maggiormente è quella di “patriota”.

Lo stesso Chávez si definiva così, come un patriota, citando la definizione del generale francese Charles de Gaulle: «Patriottismo è quando l’amore per il tuo popolo viene prima di tutto; nazionalismo, quando l’odio per gli altri popoli viene prima di tutto».

L’eredità politica di Hugo Chávez è ancora vivida, attuale e operante. Dal «por ahora» a per sempre.

di Fabrizio Verde


Fidel Castro su Chavez: un vero rivoluzionario in cui si reincarnarono le idee di Bolivar

di Fidel Castro – Granma

Hugo Chavez è un soldato venezuelano nella cui mente sono germogliate naturalmente le idee di Bolivar. Basta osservare come il suo pensiero abbia attraversato diverse fasi di sviluppo politico a partire dalle umili origini, la scuola, l’accademia militare, la lettura della storia, la realtà del suo paese e l’umiliante presenza del dominio yankee.

È un militare rivoluzionario come altri nel nostro emisfero, è giunto alla Presidenza attraverso le norme della Costituzione borghese, come leader del Movimiento V República, alleato con altre forze di sinistra. La Rivoluzione e i suoi strumenti stavano per iniziare ad operare. Se la rivolta militare da lui guidata avesse trionfato, la Rivoluzione in Venezuela avrebbe probabilmente seguito un altro corso. È stato  fedele, tuttavia, alle norme legali stabilite, che erano già alla sua portata come principale mezzo di lotta. Si è impegnato nella consultazione popolare tutte le volte che è stato necessario.

È un vero rivoluzionario, pensatore profondo, lavoratore sincero, coraggioso e instancabile. Non è salito al potere attraverso un colpo di Stato.

Si ribellò alla repressione e al genocidio dei governi neoliberisti che consegnarono le enormi risorse naturali del suo paese agli Stati Uniti. Ha sofferto la prigione, maturato e sviluppato le sue idee. Non arrivò al potere attraverso le armi nonostante la sua origine militare.

Da quando ho incontrato Chavez, già alla presidenza del Venezuela, dalla fase finale del governo di Pastrana, l’ho sempre visto interessato alla pace in Colombia e ha facilitato gli incontri tra il governo e i rivoluzionari colombiani che avevano sede a Cuba, intendiamoci bene, per un vero accordo di pace e non per una resa.

Chavez è un educatore infaticabile. Non esita a descrivere cosa significa capitalismo. Sta smontando una ad una tutte le sue bugie. È implacabile. Descrive il significato di ciascuna delle misure che il socialismo porta al popolo. Sa quanto soffre l’essere umano quando lui, sua moglie, i suoi figli, i suoi genitori, i suoi vicini non hanno nulla e pochi hanno tutto.

Non solo possiede un talento speciale per catturare e trasmettere l’essenza dei processi; lo accompagna una memoria privilegiata; è difficile che dimentichi una parola, una frase, un verso, un’intonazione musicale, combinando parole che esprimono nuovi concetti. Parla di un socialismo che cerca giustizia e uguaglianza.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)




Dichiarazione finale della 1° Festa nazionale dell’Associazione di Amicizia Italia-Cuba, Livorno 24-28 luglio 2019

I partecipanti alla 1^ FESTA NAZIONALE dell’Associazione di Amicizia Italia-Cuba tenutasi in Livorno dal 24 al 28 luglio 2019, in occasione dei 60 anni della Rivoluzione Cubana, a conclusione della Festa, dei suoi dibattiti e dei numerosi momenti di incontro e confronto, adottano la seguente dichiarazione:

Considerato che l’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba:

attiva da 58 anni nella promozione dell’amicizia, solidarietà e cooperazione con il popolo cubano e il suo governo, ha svolto a Livorno la sua 1^ Festa Nazionale con l’obiettivo di continuare a rafforzare l’opera di solidarietà con Cuba , ampliando sempre più il  numero dei suoi amici e dei suoi sostenitori.

Consapevoli dell’importanza di:

  • favorire la maggior conoscenza possibile della realtà cubana, principalmente tra le nuove generazioni, promuovendo i valori e le conquiste della Rivoluzione Cubana, le sue eccellenze, il suo sviluppo sostenibile;
  • consolidare e ampliare  le relazioni con la società civile e con il mondo politico, sociale, culturale e istituzionale in appoggio all’esperienza di Cuba.

Convinti della necessità di ampliare il fronte della solidarietà con il popolo cubano che da quasi 60 anni soffre le pesanti conseguenze di un criminale e illegale blocco economico, commerciale e finanziario, ulteriormente aggravato dall’adozione del Titolo III della Legge Helms-Burton e dalle recenti misure e sanzioni,

CHIEDONO 

  • La revoca del blocco inflitto a Cuba da parte degli Stati Uniti, che ostacola lo sviluppo del Paese e che per i suoi effetti extraterritoriali danneggia popoli, imprese, banche e persino ONG in Unione  Europea e nel mondo
  • La chiusura della base di Guantanamo  e la restituzione del suo territorio a Cuba.

RESPINGONO

la politica ostile, di interferenza  e di aggressività dell’Amministrazione del Presidente Donald Trump che intende riprendere il dominio dell’isola, e aumentare la sua egemonia nella regione.

SOSTENGONO 

i governi e i movimenti progressisti dell’America Latina e dei Caraibi nella loro lotta contro l’imperialismo, difendendo la propria sovranità, a partire dalla Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Certi che il popolo cubano saprà ancora una volta reagire con forza, senza rinunciare ai propri principi rivoluzionari e di solidarietà internazionale

Infine, nel valutare positivamente il bilancio politico della festa:

  • ringraziano  le tante Compagne e  Compagni del Direttivo Nazionale e dei Circoli dell’Associazione presenti che hanno contribuito a realizzare questo magnifico appuntamento;
  • propongono alla Presidenza e alla Direzione Nazionale dell’Associazione la realizzazione di una prossima Festa in occasione del 26 luglio 2020.

CON CUBA E PER CUBA ESEMPIO DI DIGNITA’, COERENZA, RESISTENZA ANTIMPERIALISTA PER I POPOLI!

CON CUBA E PER CUBA INDIPENDENTE E SOVRANA!

Hasta la Victoria Siempre!




Il Forum di San Paolo in Venezuela ricorda la voce liberatrice di Hugo Chavez

Con lo slogan ‘Per la pace, la sovranità e la prosperità dei popoli’, il Forum di San Paolo si è celebrato dal 25 al 28 luglio nella capitale venezuelana, dove si sono riuniti rappresentanti di oltre 100 movimenti sociali e partiti politici di sinistra del mondo.

La XXV edizione del Forum di San Paolo ha ricordato la voce liberatrice del comandante Hugo Chávez in occasione della celebrazione, il 28 luglio, del 65° compleanno di colui che decise due decenni fa di iniziare la lotta per la sovranità del Venezuela.

Non per ragioni casuali si conclude questa domenica a Caracas il summit delle sinistre progressiste del mondo, uno spazio che fissa le linee guida per l’unità necessaria dell’America Latina e dei Caraibi, una delle premesse difese nella rotta politica del leader bolivariano.

Il Cuartel 4F, sito in cui riposano le spoglie del figlio di Sabaneta de Barinas, è il palcoscenico in cui il Forum sarà chiuso questa domenica in omaggio anche al comandante Fidel Castro e all’ex presidente brasiliano Luis Inacio Lula da Silva che hanno dato rilievo al Forum come modo per chiedere rispetto per la pace e l’autodeterminazione dei popoli.

A questo proposito, la Dichiarazione e il Piano di lotta del Forum, diffusi il giorno prima, ratificano il riconoscimento al legittimo governo venezuelano e al suo presidente costituzionale, Nicolás Maduro, contro l’attacco di colpo di stato degli Stati Uniti e dei suoi alleati.

Allo stesso modo, i partiti e le organizzazioni politiche dell’America Latina e della sinistra mondiale riuniti a Caracas hanno anche ripudiato le misure unilaterali coercitive di Washington contro il Venezuela e Cuba, come una forma di genocidio e una massiccia violazione dei diritti umani.

Dopo i quattro giorni di dialogo, coloro che hanno partecipato al summit si sono impegnati a proseguire su un’agenda incentrata sulla difesa della pace e della democrazia nella regione, “impegnati a proclamare l’America Latina e i Caraibi come zona di pace.”

Il piano d’azione riguarda anche la protezione dei diritti dei popoli per prevenire battute d’arresto nelle conquiste storiche, nonché la lotta contro l’imperialismo come espressione politica e militare delle multinazionali e riconoscere il potenziale di coloro che si mobilitavano per difendere il democrazia e sovranità popolare in Honduras, Portorico, Brasile – per la libertà di Lula -, Argentina, e resistenza dei processi democratici popolari in Bolivia, Nicaragua, Cuba e Venezuela.

lantidiplomatico.it




Diaz-Canel evoca Fidel Castro nella Giornata della Ribellione Nazionale

Il presidente Miguel Diaz-Canel ha evocato Fidel Castro e la generazione che ha preso le armi, ha abbattuto la dittatura di Fulgencio Batista ed ha portato la Rivoluzione Cubana alla vittoria.  

Il mandatario l’ha fatto nella Piazza della Patria di Bayamo, capoluogo della provincia orientale di Granma, sede dell’atto nazionale per il Giorno della Ribellione Nazionale, al quale ha assistito il primo segretario del Partito Comunista di Cuba, Raul Castro.

È stato proprio qui dove il leader storico della Rivoluzione ha pronunciato il suo ultimo discorso per questa data storica, ha affermato.

Diaz-Canel ha ricordato le ragioni per le quali Fidel Castro abbia scelto Santiago di Cuba e Bayamo per attaccare le caserme della tirannia in quelle città il 26 luglio 1953.

Ha menzionato la prodezza ed il patriottismo dell’Oriente cubano, dove è iniziata la lotta per l’indipendenza dalla Spagna ed in seguito la guerra diretta da Fidel Castro e dell’Esercito Ribelle sulle montagne della Sierra Maestra.

Ha anche evocato Antonio Ñico Lopez, Ernesto Che Guevara ed altri che hanno offerto il loro sforzo e perfino la vita per la liberazione di Cuba.

Aggiunto che prima della Rivoluzione, la maggioranza dei contadini cubani vivevano in condizioni di disperazione e miseria, fatto che ha giustificato si dettasse la Riforma Agraria, una delle prime trasformazioni della Rivoluzione, dopo il suo trionfo il 1º gennaio 1959.

La Legge di Riforma Agraria è stato un atto di giustizia sociale, ha sottolineato, ed ha denunciato la Legge Helms-Burton per la quale il governo degli Stati Uniti pretende rubare le terre e le proprietà legittime del popolo cubano.

Cuba ha cambiato, ma non l’affanno degli Stati Uniti per possederla, ha concluso.

da Prensa Latina

traduzione di Ida Garberi




26 di Luglio: Fidel parla dell’attacco alla caserma Moncada

Video commemorativo per il 66° anniversario del 26 luglio

L’azione della Moncada era un’operazione di sorpresa, fulminea. Se non fosse stata condotta così, entro pochi minuti, non sarebbe stato possibile catturare né la caserma né la guarnigione.

Fidel Castro Ruz

Disponevamo di 120 uomini contro più di 1000 soldati con armi molto più potenti e micidiali. La presa della caserma doveva basarsi sulla sorpresa, sulla totale confusione; prima di tutto arrivare, occupare i posti di comando e le camerate in cui dormiva la truppa.
Con la guarnigione mobilitata era impossibile occupare la caserma, perché non disponevamo di mortai, cannoni o bazooka. Se il nostro gruppo avesse avuto a disposizione 10 o 15 cannoni senza rinculo, 6 o 7 mortai, armi automatiche, forse ci saremmo riusciti.

Ma le nostre armi erano le carabine e i fucili 22; erano perfettamente adatti a ciò che intendevamo fare: prendere di sorpresa la caserma, impossessarci dei posti di comando e degli ingressi di tutte le camerate e prendere prigionieri, da vicino, in un combattimento molto ravvicinato. A questo potevano servire quelle armi, non ad un assalto in piena regola contro una fortezza militare; le armi non erano adatte, e gli uomini non erano stati addestrati per questo.

Il rapporto era 15 a 1, e loro avevano armi da guerra. Voglio dire, non si trattava di un assedio a una fortezza, di un assalto a una fortezza, come quelli che facemmo in seguito in guerra. Ciò che avevamo progettato era un’operazione da commando, fulminea, di sorpresa; e proprio perché la sorpresa non riuscì, non fu possibile prendere la caserma.

Avevamo osservato e studiato in anticipo tutti i movimenti nella caserma: i luoghi, le sentinelle, i loro percorsi,  gli orari… Ora, quale imprevisto si presentò? Perché non riuscimmo a prendere la caserma? Sono sicuro, al cento per cento, che fu per la presenza della pattuglia di ronda dislocata dal comando della caserma nel posto di guardia principale a motivo dei festeggiamenti di carnevale, una pattuglia della polizia militare con elmetti, uniformi diverse e mitragliatori, che andava avanti e indietro tra il viale e il posto di guardia principale.

A quanto pare, era stata una misura di sicurezza nell’evenienza che i soldati bevessero a causa dei festeggiamenti, non perché si aspettassero un attacco. Dato che quello era l’ingresso principale, la ronda si spostava tra il posto di guardia e il viale, più o meno per due isolati.

Il nostro piano consisteva nel procedere dapprima lungo la strada di Siboney, per poi proseguire lungo il viale Garzón, all’interno della città, e svoltare a destra in direzione dell’ingresso principale del Moncada, a 200 metri dal viale, penetrando da lì nella caserma.

Davanti viaggiavano le macchine dirette all’ospedale civile, la zona in cui si prevedevano minori rischi; su una di esse viaggiava Abel. Calcolai i tempi in modo tale che entrassero simultaneamente. Le seguiva il gruppo incaricato di occupare il Palazzo di Giustizia e quindi la mia colonna, che doveva occupare il posto di comando e le camerate.

Se fossimo riusciti a entrare vestiti da sergenti e a prendere il posto di comando e l’ingresso delle camerate con i soldati ancora addormentati, li avremmo colti di sorpresa. Svegliandosi, si sarebbero trovati di fronte dei sergenti che, tenendoli sotto tiro, gli avrebbero detto: «Mani in alto, in cortile!».

E una volta in cortile – situato in fondo – si sarebbero trovati circondati dall’alto dall’edificio del Palazzo di Giustizia, dall’ospedale e da noi che ci trovavamo nella caserma, dal posto di comando e dalle camerate. Il cortile sarebbe stato dominato dalle nostre forze da ogni lato. Lì pensavamo di tenere prigionieri i soldati.

I compagni che viaggiavano a un centinaio di metri davanti a me avevano il compito di scendere e disarmare la sentinella. La mia colonna, di circa 90 uomini, doveva penetrare fino al posto di comando e occuparlo, mentre gli altri occupavano l’ingresso delle camerate.

Scelsi dei volontari per occupare il posto di guardia; su quella macchina viaggiavano Montané – uno dei capi del Movimento – Renato Guitart, José Luis Tassende, Ramiro Valdés e altri valorosi quadri e combattenti.

Nessuno sapeva dell’esistenza della ronda che in quel preciso momento era in cammino dal viale Garzón al posto di guardia principale – erano due uomini con mitragliatori Thompson, bracciali ed elmetti da guerra. Fino a quel momento era andato tutto liscio.

La prima macchina svoltò e procedette perfettamente, senza problemi; ma quando raggiunse il posto di guardia, la pattuglia si trovava abbastanza vicina a quest’ultimo. Quando svoltai, vidi che la macchina era giunta a destinazione, a più o meno 100 metri dalla mia; si fermò e il gruppo dell’avanguardia occupò il posto di guardia senza sparare un colpo e senza alcuna difficoltà, ma la ronda vide passare la macchina e si fermò a guardare. Io, che avanzavo dietro, lentamente, mi resi conto che le guardie, allarmate dai movimenti al posto di guardia, a 60 metri da loro, si preparavano ad aprire il fuoco contro quelli che l’avevano occupato.

La mia colonna comprendeva 10 o 12 macchine, con una novantina di uomini – compresi quelli che avevano occupato il posto di guardia. Avevamo già una macchina di meno, perché aveva forato durante il tragitto, ma per compiere con successo la nostra missione questo non rappresentava una perdita grave – per compierla ci servivano solo 60 uomini.

Quando vidi che la ronda rischiava di aprire il fuoco sui combattenti che avevano occupato l’ingresso, decisi d’istinto di neutralizzarla.

Io ero dietro, al volante, avevo una pistola e il fucile automatico; decisi di proteggere quelli della prima macchina e inoltre di togliere il mitragliatore alla pattuglia. All’improvviso, i due soldati si voltarono verso la nostra macchina, che si trovava a due metri da loro, puntandoci contro i mitragliatori.

Probabilmente sentirono il rumore del veicolo e per questo si voltarono e puntarono le armi contro di noi. Con una brusca sterzata lanciai la macchina contro di loro.

Alla mia destra le portiere si aprirono e uscirono due uomini; uno di loro aprì il fuoco. I soldati rimasero talmente sorpresi che non spararono. Quando il compagno scese e si sentì lo sparo, tutti i combattenti che viaggiavano sulle altre macchine scesero con le loro armi e occuparono il grosso edificio che si trovava di fronte a loro. L’ordine che avevano ricevuto era che quando io avessi occupato il posto di comando, loro avrebbero dovuto avanzare in direzione delle camerate; ed era proprio ciò che erano convinti di stare facendo. Quando risuonò il primo sparo iniziarono a sentirsi colpi in tutte le direzioni.

Io sapevo che eravamo ancora fuori dalla caserma, ma i nostri no, e quando scesero dalle macchine entrarono immediatamente in un edificio di tipo  militare e lo occuparono. In realtà avevano occupato l’ospedale militare, situato all’esterno della caserma. Dominavano comunque tutta la strada. Bisognava vederlo, quell’edificio! Di sicuro aveva l’aria di una caserma, e gli uomini, rapidi e determinati, agirono secondo gli ordini. Quanti saranno stati? Una sessantina, perché non tutta la colonna che mi seguiva era riuscita a svoltare, solo una parte aveva avuto lo spazio per farlo. Non so dire se fossero sei macchine, sette oppure otto. Forse, dopo il passaggio della macchina degli studenti sbruffoni, che cercarono di arrivare prima, alcuni si confusero e li seguirono. Fatto sta che arrivai lì con meno uomini del previsto, che tuttavia erano sufficienti per l’azione. Se ciò che accadde davanti all’ospedale fosse capitato all’interno della caserma, non avrei avuto bisogno di altri uomini.

In seguito ho ripensato molte volte a quell’episodio. Ciò che feci fu corretto: cercare di proteggere i nostri e, inoltre, di disarmare i due della pattuglia nemica che stavano per aprire il fuoco su di loro. Dopo aver molto riflettuto e letto riguardo a questo problema, ritengo che il modo migliore in cui avrei potuto proteggere quelli che avevano occupato il posto di guardia sarebbe stato lasciar perdere la pattuglia e avanzare rapidamente. Il resto delle macchine ci avrebbe seguito. Avevamo già liberato l’ingresso della caserma, e il piano si era svolto con precisione, perché tutto quanto era andato perfettamente fino a quel momento.

Mi resi conto della situazione che si era creata e feci ogni sforzo per riorganizzare la colonna. Entrai nell’ospedale – i nostri combattenti ne avevano immediatamente occupato il piano terra – e li feci uscire perché proseguissero alla volta del posto di comando nemico: «Questa non è la caserma, è l’ospedale!», gridai loro. Ricordo che nei primi istanti si affacciò un uomo e rimase ferito – fu l’unico ferito in quell’edificio. A colpirlo fu qualcuno che sparò molto vicino a me, quasi mi assordò. Tentai di farli salire nuovamente sulle macchine, ma le pallottole fischiavano dappertutto, la sparatoria era tremenda. Nonostante tutto, cercai di riorganizzare l’attacco e di liberare le mura. Per poco non ci riuscii; le prime macchine erano ormai pronte con gli uomini a bordo, quando, per qualche motivo, uno di questi ultimi si spaventò, fece marcia indietro e andò a sbattere contro la mia macchina.

In realtà, tutti gli sforzi che feci per riorganizzare la colonna risultarono vani, perché non mi fu possibile. Ci ero quasi riuscito quando capitò l’incidente, e una parte degli uomini si disperse nelle stradine circostanti.

A quel punto tutta la caserma si svegliò e scattò l’allarme, che faceva un rumore incredibile e continuò a suonare non so per quanto tempo. Qualcuno lo attivò, o forse era automatico. Era il rumore più infernale che abbia sentito in vita mia. La guarnigione si svegliò, ed erano passati forse otto o dieci minuti – anche meno – quando un uomo si arrampicò fino a un punto in cui, con una mitragliatrice 50, poteva dominare tutta la strada in cui ci trovavamo noi. Ricordo che mi occupai io di quell’uomo. Lui cercava di arrivare alla mitragliatrice 50, sembrava una scimmietta che saltellava, e io sparavo. Lui si gettava a terra, poi tentava di nuovo di afferrarla, e io sparavo di nuovo con il mio fucile a pallini. Gli sparai diverse volte, non lasciai che si avvicinasse e utilizzasse quell’arma; ciò che mi interessava era che non ci arrivasse, e alla fine non sparò un colpo per tutto il tempo in cui rimanemmo lì.

Che ne fu di quell’uomo che più volte tentò di mettere le mani su quell’arma? Morì? Si ritirò? No so che fine fece quell’uomo, ma sta di fatto che non sparò con la mitragliatrice 50.

Mi resi conto che ormai era assolutamente impossibile prendere la caserma; così ordinai la ritirata. In quel momento stavo pensando all’azione di Bayamo.

Dopo aver fatto ritirare tutti, mi preparai a salire sull’ultima macchina, e quando ero già a bordo vidi apparire uno dei nostri. Scesi e gli dissi: «Sali!». Così rimasi lì da solo. Non vedevo nessun altro, evidentemente erano rimasti alcuni compagni, ma io non li vedevo. Rimasi solo in mezzo a quella strada, praticamente di fronte all’ospedale.

A quel punto capitò una cosa strana. Ero lì in piedi, da solo, non vedevo nessun altro compagno su tutta la strada, quando arrivò una macchina; la guidava un ragazzo di Pinar del Río – ormai è morto – e fu lui a raccogliermi. Arrivò dal viale Garzón, quando ormai tutti quanti si erano ritirati. Avevo detto ai nostri di aspettarmi sul viale, e uno di loro arrivò e mi raccolse. Ricardo Santana si chiamava, quel giovane coraggioso. Da dove era arrivato? Non lo so, ma fu un’azione rischiosa, pazzesca. Se non mi avesse raccolto, mi avrebbero ammazzato lì.

Il combattimento durò 10, 12, 15 minuti. Me ne andai pensando ai ragazzi di Bayamo e mi venne l’idea di proseguire su quello stesso viale in direzione della caserma di El Caney, con l’obiettivo di catturare il battaglione, dislocato a pochi minuti da lì, e di aprire lì un nuovo fronte, perché pensavo che i combattenti di Bayamo avessero già occupato la loro caserma e che presto sarebbero rimasti soli. Visto che non avevamo preso il Moncada, era necessario andarcene e attuare un’operazione militare in appoggio agli uomini che avevamo là.

Mentre procedevo lungo il viale, le macchine che viaggiavano davanti, arrivate all’entrata di Vista Alegre, non aspettarono, proseguirono e svoltarono a destra, in direzione dell’allevamento, a dieci o dodici minuti da lì, invece di svoltare sul tratto per Vista Alegre, che più avanti si collega con una piccola strada che conduce direttamente all’abitato e alla caserma di El Caney. Dato che stavo sul sedile posteriore non potei nemmeno far cambiare strada alla nostra macchina, e men che meno alle altre. Avremmo potuto cogliere di sorpresa la guarnigione di quella caserma – avevamo ancora addosso le uniformi da sergenti. Di sicuro, quelle uniformi crearono grande confusione all’interno dell’esercito. Se non ci furono maggiori perdite tra di noi durante il combattimento, fu proprio per questo. Creammo una totale confusione, un caos assoluto, in cui eravamo gli unici a sapere che cosa stesse succedendo. Anche se l’uomo della mitragliatrice 50 sapeva che stavamo attaccando e che eravamo nemici.

La causa del fallimento fu l’apparizione inattesa di quella pattuglia. Mi rammarico molto che non sia stato possibile portare a termine il piano. Se in qualunque altro momento avessi dovuto elaborare di nuovo un piano, sarebbe stato identico. Oggi, con l’esperienza che ho acquistato, lascerei perdere la pattuglia e andrei avanti; il convoglio di macchine l’avrebbe paralizzata, non avrebbero sparato…

( Dal libro /Guerrigliero del tempo/ di Katiuska Blanco)

Fonte: CUBADEBATE




Arriva in libreria “Hugo Chávez. Così è cominciata”. Uno straordinario documento che spiega le origini del chavismo

La casa editrice PGreco manda in libreria il libro “Hugo Chávez. Così è cominciata”, curato da Geraldina Colotti e tradotto dal castigliano da Valentina Paleari. Uno straordinario documento storico che spiega le origini del chavismo nella sinistra radicale venezuelana per voce di Hugo Chávez e di tre intellettuali oggi scomparsi, Domingo Alberto Rangel, Pedro Duno e Manuel Vadell, la cui casa editrice, Vadell Hermanos  ha pubblicato il libro in Venezuela.
Anticipiamo la nota per i lettori e le lettrici italiane, scritta da Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Cos’è il chavismo, che governa da vent’anni in Venezuela? Quali sono le sue basi teoriche, gli antecedenti storici? Questo piccolo libro, che presenta documenti d’epoca finora inediti, offre al lettore italiano alcuni spunti di analisi e dati di contesto. Elementi messi in rilievo nella prefazione da Adan Chávez, fratello maggiore di Hugo, e mentore politico dell’ex tenente colonnello, eletto alla presidenza del Venezuela il 6 dicembre del 1998 e scomparso per un tumore il 5 marzo del 2013.

Il professor Adan Chávez, appena nominato ambasciatore del Venezuela a Cuba, è vicepresidente per gli affari internazionali del Partito Socialista Unito del Venezuela. Il PSUV è nato il 24 marzo del 2007 dallo scioglimento del Movimento Quinta Repubblica (la formazione con la quale Chávez vinse le elezioni), a sua volta proveniente dal Movimento Bolivariano Rivoluzionario- 200  di cui si parla in questo libro. L’MBR-200 è nato da un’evoluzione dell’EBR 200, l’Esercito Bolivariano Rivoluzionario.

L’MBR-200 è stato un movimento rivoluzionario civico-militare di estrema sinistra, fondato dall’allora tenente colonnello Hugo Chávez Frias nel 1982. Formalmente, è stato costituito l’anno dopo, per i 200 anni dalla nascita del Libertador Simon Bolivar, con un giuramento solenne pronunciato da Chávez ai piedi dello storico albero del “Samán de Güere”. Recita così: “Giuro davanti a Voi, giuro sul Dio dei nostri padri, giuro su di loro, giuro sul mio onore e giuro sulla mia Patria che non darò riposo al mio braccio né riposo alla mia anima fino a che non avrò spezzato le catene che ci opprimono”.

Durante gli anni in cui in Italia si consumava la sconfitta del grande ciclo di lotta degli anni ’70, e iniziava l’opera di picconamento delle radici storiche del comunismo e del movimento operaio, in Venezuela si metteva in moto il riscatto di quegli ideali. Come? Ancorando il marxismo e il nazionalismo progressista alla lotta contro il colonialismo durata 500 anni. Ricostruendo un pantheon di eroi ed eroine proveniente dalla resistenza indigena, o da quella “cimarrona”, la memoria degli schiavi che hanno spezzato le catene per costruire repubbliche libere, di cui restano tracce oggi in Venezuela.

Contrariamente alla versione che ha prevalso in Italia, quello chavista è stato, fin dalle origini, un movimento influenzato dalla sinistra venezuelana, principalmente dai seguenti partiti: il Partito comunista del Venezuela (PCV) il Partito della Rivoluzione Venezuelana (PRV), il Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (MIR, fondato nel 1960 da Domingo Alberto Rangel, uno degli autori di questo libro), il Partito Bandiera Rossa. A questi si sono uniti altri gruppi nati all’interno delle forze armate, quali Alleanza Rivoluzionaria di Militari attivi (ARMA) , appartenente all’Aviazione Militare Bolivariana.

Componenti che, dieci anni dopo, daranno luogo a due tentativi di insurrezione civico-militare: il primo, guidato da Hugo Chavez il 4 febbraio del 1992, e il secondo il 27 novembre dello stesso anno, quando l’allora tenente colonnello era già stato arrestato e aveva pronunciato la sua famosa promessa, dicendo al paese che “la rivoluzione” era fallita… “per ora”.

Una promessa resa possibile dalla situazione di profonda crisi politica dei partiti tradizionali e del movimento populista iniziato da Rafael Caldera che, durante il suo secondo governo, venne convinto dalla pressione popolare a concedere l’indulto a tutti i militari responsabili dell’insurrezione civico-militare. Dopo due anni di carcere, durante i quali ebbe modo di approfondire la sua formazione marxista, Chávez fece conoscere il proprio movimento politico, raccogliendo e unificando malumori, spinte, proteste e proposte alternative al sistema politico della IV Repubblica.

Un sistema nato dal Patto di Puntofijo, durante il quale venne concordata un’alternanza tra i due principali partiti, Acción Democrática (centro-sinistra) e Copei (centro-destra), con l’esclusione del Partito Comunista, che venne subito messo fuori legge. Un patto nato sotto l’egida degli Stati Uniti, preoccupati che il Venezuela – un paese petrolifero dal 1910 – potesse seguire la via di Cuba, dove la rivoluzione aveva vinto nel 1959.
Le speranze di rivoluzione di quell’arco di forze che aveva cacciato il dittatore Marco Pérez Jimenez il 23 gennaio del 1958, durarono poco. E anche il Venezuela, come l’Italia, avrà la sua “resistenza tradita”.

Dopo la storica visita di Fidel Castro all’Università Centrale del Venezuela, i cui studenti avevano fortemente appoggiato la lotta dei rivoluzionari cubani nella Sierra Maestra, l’allora presidente Romulo Betancourt nega appoggio economico a Fidel. In un contesto di crescente repressione dei movimenti popolari, si determina una spaccatura nelle forze della sinistra venezuelana. Per organizzare a lotta armata, a Cuba si svolgono importanti riunioni con i principali dirigenti comunisti del Venezuela quali Gustavo Machado, Fabricio Ojeda, Douglas Bravo, Pompeyo Marquez, Américo Martin, Teodoro Petkoff, Alí Rodriguez Araque (il più vicino a Fidel Castro, morto come ambasciatore del Venezuela a Cuba l’anno scorso)…

Nascono organizzazioni di guerriglia. Anche il PCV passa alla lotta armata e, nel 1962, crea le Forze Armate di Liberazione Nazionale (FALN).

Alle organizzazioni guerrigliere partecipano anche molti di quei militari e ufficiali progressisti che avevano contribuito alla resistenza contro la dittatura. In quel contesto, nel 1962 si verificano due insurrezioni militari ispirate dalla guerriglia: quella del Carupanazo, scoppiata nella base di Carúpano alla mezzanotte del 4 maggio, e quella del Porteñazo, che ha luogo il 2 e il 3 giugno nella base navale Agustín Armario.

Il 1964 può essere considerato l’atto di nascita del progetto della Rivoluzione Bolivariana. Durante la V Conferenza del PCV, Douglas Bravo (che l’anno dopo sarà espulso dal partito per raggiungere, nel ’66, il Partito della Rivoluzione Venezuelana – PRV-, fondato dal giornalista Fabricio Ojeda), presenta una relazione sulla situazione politico-militare e illustra i paradigmi del bolivarismo rivoluzionario.
Un progetto che il PRV preciserà riprendendo le tesi approvate dal PCV nel 1957, che illustrano la necessità di un’alleanza civico-militare in grado di rendere vincente la rivoluzione in Venezuela. Una visione che cercherà di calare il marxismo-leninismo nella specificità venezuelana, ancorandolo all’idea delle “tre radici”: il libertador Simon Bolivar, Ezequiel Zamora, il soldato che lottò per i diritti dei contadini nella guerra federale del 1859-63, e il maestro di Bolivar, Simon Rodriguez.

In quel quadro prende forma la politica del PRV di contattare dei giovani cadetti, per formarli come rivoluzionari infiltrati nell’Accademia Militare del Venezuela. Adan Chávez, allora militante del PRV, racconta in questo libro come abbia contattato per questo il fratello minore, l’ex bambino povero di Sabaneta destinato a cambiare il destino del paese.

Hugo Chavez. Così è cominciata, contiene le analisi di tre figure storiche della sinistra venezuelana, scomparsi nel corso degli anni. I primi due, Domingo Alberto Rangel e Pedro Duno, hanno smesso di sostenere il chavismo nel corso del cammino, fedeli al loro profilo di “liberi pensatori”. L’editore Manuel Vadell, invece, è rimasto con il proceso bolivariano fino alla fine, mantenendo sempre un atteggiamento schietto, e continuando a ripubblicare i libri dei suoi due amici malgrado i disaccordi.

Nella prefazione a Socialismo, scritto da Rangel e Duno dopo la caduta dell’Unione Sovietica, gli autori analizzano la ribellione civico-militare del 4 Febbraio nel contesto della crisi del capitalismo e della democrazia borghese. Ricordano l’origine sociale dei militari venezuelani, diversa da quella oligarchica delle forze armate di altri paesi latinoamericani. Richiamano fra gli elementi di crisi la grande corruzione storicamente incrostata in Venezuela. Una piaga che, al tempo del dittatore Pérez Jiménez ha riguardato soprattutto le opere pubbliche, mentre con l’arrivo della democrazia – e in particolare con il governo di centro-sinistra di Carlos Andrés Pérez – ha interessato la vendita di equipaggiamento e forniture alle forze armate. E vale qui ricordare che Pérez, dopo aver accettato i piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale, fece sparare sulla folla che protestava durante la rivolta del Caracazo, il 27 e 28 febbraio del 1989.

Ulteriori elementi che favorirono la diffusione del movimento progressista all’interno delle caserme e che spiegano la vocazione indipendentista dell’attuale Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB), costruita da Chávez. Per documentare l’ampiezza della corruzione e le complicità esistenti a livello internazionale nella Venezuela di allora, che appariva come un vero e proprio “protettorato” degli Stati Uniti, gli autori riferiscono il seguente episodio. Alle forze armate, venne allora venduto come nuovo un veicolo militare di origine israeliana. La testimonianza di un combattente palestinese giunto a Maracaibo, dimostrò però a un ufficiale che il veicolo era stato sottratto all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Quell’ufficiale – scrivono gli autori – è poi passato al Movimento Bolivariano.

La storia- ricordano Rangel e Duno – non è un tea-party di dame e cavalieri ben educati, ma scontro di interessi in cui il momento della violenza risulta inevitabile: fermo restando l’intenzione dei rivoluzionari di limitare al minimo il momento dello scontro. “Siamo una rivoluzione pacifica, ma armata”, diceva spesso Chávez. E lo continuano a ripetere i dirigenti bolivariani oggi che il paese è sotto il pesante attacco dell’imperialismo USA, e che la formazione “democratica e umanista” della FANB ha già dovuto passare numerose prove.

Al centro degli attacchi c’è l’ex sindacalista del metro Nicolas Maduro (classe 1962), subentrato alla presidenza del Venezuela dopo la morte di Chávez, il 14 aprile del 2013. Anch’egli si è formato nella temperie politica che ha forgiato Hugo Chávez: la lotta contro le “democrazie camuffate” della IV Repubblica, scalzate dalla nuova Costituzione Bolivariana promessa da  Chávez durante la campagna elettorale e approvata a stragrande maggioranza nel 1999.

Prima militante della Lega Socialista, Maduro ha aderito da giovanissimo all’MBR-200 e ha sostenuto la candidatura di Chávez dall’interno del  Movimento Quinta Repubblica, ricoprendo poi importanti incarichi di governo nel corso di questi ultimi vent’anni. Con toni propri, ma con identita partitura, Maduro continua il progetto di Chávez, quello del socialismo bolivariano basato sulla democrazia partecipata: un progetto corale, non quello di un uomo solo al comando. Un nuovo modello, alternativo al capitalismo, considerato una “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti” anche dal “democratico” Obama. E anche da quei partiti di sinistra che, da molto tempo hanno cambiato campo, cercando di convincere gli oppressi che di alternative al capitalismo, invece, non ve ne siano.

Fonte




Cuba fa un appello per ratificare l’impegno di pace nel Forum di Sao Paulo

Il cancelliere di Cuba, Bruno Rodriguez, ha convocato le forze di sinistra e progressiste a ratificare nel Forum di Sao Paulo l’impegno con la pace, di fronte all’aggressione del capitalismo neoliberale.

“Convochiamo tutte le forze di sinistra e progressiste presenti al Forum di Sao Paulo, affinché si ratifichi l’impegno di pace, di fronte all’aggressione del capitalismo neoliberale contro i nostri popoli e la sfida che rappresenta l’applicazione della Dottrina Monroe nella Nostra America”, ha scritto nel suo account di Twitter @BrunoRguezP.

Dal 25 e fino al 28 luglio, Venezuela accoglierà i rappresentanti di almeno 124 partiti politici con motivo dell’incontro regionale.

Il Forum di Sao Paulo emerge come uno spazio di convergenza, dibattiti ed azioni congiunte nato dall’Incontro dei Partiti e delle Organizzazioni Politiche di Sinistra dell’America Latina e dei Caraibi, celebrato nel 1990.

Fino ad oggi, Cuba ha accolto tre edizioni del Forum, quella del 1993, quella del 2001 e quella del 2018; questa ultima ha avuto una sezione sul pensiero del leader storico della Rivoluzione cubana, Fidel Castro, sul Forum di Sao Paulo.

Fonte




Rivoluzioni e Rivoluzionari

Venerdì 26 luglio – ore 19,30 – Giardino dell’Associazione Zeinta De Borg – via Covignano 26 Rimini

Il Circolo Riminese “J. Martì” celebra l’anniversario dell’assalto al Moncada.