Le ragioni del tour internazionale di Juan Guaidó organizzato dagli Stati Uniti

Il tour internazionale di Juan Guaidó ha nuovamente acceso le aspettative dei settori golpisti all’interno del Venezuela. La serie di fotografie, prima con il presidente della Colombia, Iván Duque, e poi con il segretario di Stato nordamericano, Mike Pompeo, e il responsabile della questione venezuelana, Elliott Abrams, tornano a far capolino per mostrare un Guaidó con un forte sostegno internazionale.

La sua partenza dal paese è avvenuta in uno dei suoi momenti peggiori, caratterizzato dalla perdita della presidenza dell’Assemblea Nazionale (AN), dall’incapacità di generare mobilitazioni e dalla mancanza di credibilità con la sua base sociale a causa dei suoi annunci / promesse a cui non sono seguiti fatti concreti dopo quasi un anno di autoproclamazione.

La costruzione di una scenografia di supporto internazionale è stata quindi una boccata di ossigeno politico in una situazione di difficoltà prolungata. Il tour è stato montato per mostrare il suo riconoscimento come presidente incaricato da parte di diversi governi, posizionandolo per alcuni giorni su un piedistallo sul quale non stava più in piedi negli ultimi mesi.

L’agenda, organizzata dal governo degli Stati Uniti, aveva due obiettivi: primo, mostrarlo dalla Colombia, piattaforma centrale di operazioni di destabilizzazione contro il Venezuela, per accusare il governo Maduro di essere complice dell’organizzazione Hezbollah che, ha detto Pompeo, sarebbe in Venezuela.

In secondo luogo, portarlo in Europa, in Gran Bretagna, dove ha già incontrato il ministro degli Esteri, Dominic Raab, nonché al Forum di Davos e a un incontro con Josep Borrell, alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri.

Il tour in Europa obbedisce alle dichiarazioni fatte più volte dal governo degli Stati Uniti che ha sostenuto che l’Unione Europea non ha fatto tutto il possibile per isolare il governo venezuelano. Portare Guaidó in determinati punti sulla mappa europea sembra essere una strategia per ottenere un maggiore sostegno diplomatico e misure, ad esempio, per il blocco economico.

Le immagini di Guaidó sono state completate a loro volta con l’annuncio della realizzazione di esercitazioni congiunte in Colombia tra il Comando meridionale degli Stati Uniti e le forze armate colombiane tra il 23 e il 29. L’addestramento conterà su 75 paracadutisti e 40 membri dell’esercito nordamericano che realizzeranno esercizi aerei.

Le notizie del Comando Sur e del tour di Guaidó hanno alimentato le aspettativa golpiste e interventiste di settori della destra venezuelana in un contesto in cui, parallelamente alla debolezza di Guaidó, si è consolidato un settore dell’opposizione venezuelana rappresentato nell’AN presieduta Luis Parra e la Mesa Nacional de Diálogo a cui partecipano il governo e settori dell’opposizione.

I progressi di questa opposizione hanno nel suo programma di discutere e concordare, insieme al governo, la modifica dell’attuale conformazione del Consiglio Elettorale Nazionale (CNE) in vista delle elezioni legislative previste per il 2020.

La posizione degli Stati Uniti su quella road map è rimasta ferma allo stesso punto: non riconosceranno l’AN presieduta da Parra, né il CNE che emergerà a seguito di un accordo e, di conseguenza, non riconosceranno le prossime elezioni, la loro realizzazione e risultato. Gli Stati Uniti sostengono che la soluzione passa per la formazione di un governo di transizione, ossia, l’uscita di scena di Maduro, e la successiva convocazione di elezioni.

Il tour di Guaidó è quindi una risposta agli avanzamenti dell’opposizione che non risponde direttamente agli Stati Uniti, ovvero alla possibilità sempre più vicna che lo scenario elettorale operato dal governo dallo scorso anno si svolgerà in vista della contesa prevista per quest’anno.

È un’iniziativa per ridare la carica presidenziale a Guaidó nei paesi alleati, consolidare la diplomazia del governo parallelo, dimostrare che continua vigente la scommessa statunitense in Venezuela.

Tuttavia, gli annunci su quali misure saranno adottate da Washington sono stati pochi. Pompeo non ha riferito di nuovi passi al di fuori di quelli già noti come gli attacchi economici e ha lasciato campo libero alla speculazione della destra venezuelana che chiede apertamente un intervento.

I prossimi giorni forniranno maggiori indicazioni su possibili risultati concreti del viaggio Guaidó. Il suo ritorno sarà un nuovo momento di tentata costruzione di un evento politico da parte dell’opposizione. Nell’occasione precedente, quando aveva attraversato la Colombia a febbraio, mano nella mano con il gruppo paramilitare Los Rastrojos, il suo ritorno è avvenuto senza problemi all’aeroporto internazionale.

di Marco Teruggi

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Giornata internazionale per la pace e contro la guerra

Sabato 25 – ore 15.30 – P.zza Duomo

 

L’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba aderisce alla giornata di mobilitazione internazionale per la pace e contro la guerra sulla base di un appello nazionale firmato da decine di organizzazioni politiche, associative e sindacali.

Giornata di mobilitazione internazionale per la pace che vedrà decine di manifestazioni contro la guerra. Non vi sarà una manifestazione nazionale, ma tante iniziative sit in, fiaccolate, banchetti, flash mob, organizzate nelle città, nelle scuole, nei luoghi di lavoro in tutta Italia.

E’ una giornata internazionale indetta contro la guerra.

L’appello

Spegniamo la guerra, accendiamo la Pace! Contro le guerre e le dittature a fianco dei popoli in lotta per i propri diritti.

“La guerra è un male assoluto e va ‘ripudiata’, come recita la nostra Costituzione all’Art. 11: essa non deve più essere considerata una scelta possibile da parte della politica e della diplomazia”.

Il blitz del presidente Trump per uccidere il generale iraniano Soleimani, il vicecapo di una milizia irachena ed altri sei militari iraniani, è un crimine di guerra compiuto in violazione della sovranità dell’Iraq. Insieme alla ritorsione iraniana si è abbattuto anche sui giovani iracheni che da tre mesi lottano contro il sistema settario instaurato dall’occupazione Usa e contro le ingerenze iraniane, in un paese teatro di guerre per procura ed embarghi da decenni.

Irak, Iran, Siria, Libia, Yemen: cambiano i giocatori, si scambiano i ruoli, ma la partita è la stessa. Nella crisi del vecchio ordine internazionale, potenze regionali e globali si contendono con la guerra aree di influenza sulla pelle delle popolazioni locali. La sola alternativa consentita al momento è il mantenimento dei regimi teocratici o militari – comunque illiberali e non rispettosi dei diritti umani – con i quali si fanno affari, chiudendo occhi e orecchie su repressione, torture e corruzione.

La guerra non produce solo distruzione, ma cancella anche dall’agenda politica la questione sociale, oramai incontenibile ed esplosa nelle proteste delle popolazioni che hanno occupato pacificamente le piazze e le strade.

Non possiamo stare a guardare.

Dobbiamo gridare il nostro no alla guerra, alla sua preparazione, a chi la provoca per giustificare la produzione e la vendita di armi. Guerre che, in ogni momento, possono fare da miccia ad un conflitto globale tanto più preoccupante per il potenziale degli armamenti nucleari oggi a disposizione dei potenti del mondo. Le vittime innocenti dell’aereo civile abbattuto “per errore” da un missile, dimostrano una volta di più che la guerra è un flagello per tutti, nessuno può chiamarsi fuori, siamo tutti coinvolti.

Manifestiamo il nostro sostegno alle popolazioni, vere vittime delle guerre, a chi si rivolta da Baghdad a Teheran, da Beirut ad Algeri, da Damasco, al Cairo, a Gerusalemme, a Gaza.

Quel che sta avvenendo nel Golfo Persico, aggiungendosi alle sanguinose guerre e alle crescenti tensioni in corso, mette in luce la drammatica attualità e il vero realismo dei ripetuti ma inascoltati appelli di Papa Francesco per l’avvio di un processo di disarmo internazionale equilibrato.

L’UE, nata per difendere la pace, deve assumere una forte iniziativa che – con azioni diplomatiche, economiche, commerciali e di sicurezza – miri ad interrompere la spirale di tensione e costruisca una soluzione politica, rispettosa dei diritti dei popoli, dell’insieme dei conflitti in corso in Medio Oriente e avviare una rapida implementazione del Piano Europeo per l’Africa (Africa Plan) accompagnandolo da un patto per una gestione condivisa dei flussi migratori.

Fermare la spirale di violenze è responsabilità anche italiana e chiediamo al nostro Governo di farlo con atti concreti:

  • opporsi alla proposta di impiego della Nato in Iraq e in Medio Oriente;
  • negare l’uso delle basi Usa in Italia per interventi in paesi terzi senza mandato ONU;
  • bloccare l’acquisto degli F35;
  • fermare la vendita di armi ai paesi in guerra o che violano i diritti umani come sancito dalla L. 185/90;
  • ritirare i nostri soldati dall’Iraq e dall’Afghanistan, richiedendo una missione di peace- keeping a mandato ONU ed inviare corpi civili di pace;
  • adoperarsi per la sicurezza del contingente italiano e internazionale in missione UNIFIL in Libano;
  • aderire al Trattato per la messa al bando delle armi nucleari eliminandole dalle basi in Italia;
  • sostenere in sede europea la necessità di mantenere vivo l’accordo sul nucleare iraniano implementando da parte italiana ed europea le misure di revoca dell’embargo
  • porre all’interno dell’Unione europea la questione dei rapporti USA-UE nella NATO.

Per tutto questo invitiamo a aderire ed a partecipare alla giornata di mobilitazione internazionale di sabato 25 gennaio 2020, promossa dal movimento pacifista statunitense contro la guerra, che per noi sarà una grande mobilitazione contro tutte le guerre e tutte le dittature, a fianco dei popoli che si battono per il proprio futuro.

qui trovi tutte le manifestazioni che si tengono nelle città italiane




Nonostante le restrizioni, il Bilancio cubano mantiene la sua natura prevalentemente sociale

Quello pianificato per il 2020 garantisce i servizi basici di educazione, salute, cultura e sports, oltre all’implementazione delle politiche sociali, la difesa del paese e l’ordine interno.

Il Bilancio pianificato per il 2020 si basa nei principi del risparmio e della razionalità delle spese e incita ad accrescere le entrate, partendo da tutte le riserve che esistono ancora nell’economia ha assicurato in una conferenza stampa , lunedì 18, Vladimir Regueiro Ale, primo viceministro di Finanze e Prezzi.

L’assedio e la persecuzione finanziaria dovuti all’indurimento del blocco, si mantengono e quindi è imprescindibile l’analisi minuziosa dell’uso e del destino delle spese per evitare erogazioni inutili.

Durante quest’anno, ha reiterato, «le modifiche del bilancio per incrementare le spese daranno una risposta agli aggiustamenti del piano dell’economia, a livelli d’attività approvati e le decisioni del Governo centrale. Inoltre si definiscono come indici di direzione e di destino specifico nel settore del bilancio, le spese di salario e le corrispondenti imposte per l’utilizzo della forza lavoro».

Regueiro Ale ha insistito nella valutazione, partita a partita, del Bilancio, con base negli stati finanziari per prendere decisioni opportune e a questo si somma la necessità incrementare la disciplina informativa e contabile.

Nonostante le restrizioni, il Bilancio cubano mantiene la sua natura prevalentemente sociale e garantisce i servizi basici di educazione, salute, cultura e sports, oltre all’implementazione delle politiche sociali, la difesa del paese e l’ordine interno.

Inoltre si assicura la continuità dell’incremento parziale del salario nel settore statale e per le pensioni della Previdenza sociale.

Entrate

Si pianificano 66 291 milioni di pesos, cifra che rappresenta l’11,5 % di crescita.

Questa pianificazione ha considerato l’aumento sostanziale progettato nella circolazione del mercato al minuto, unito a tutto quanto fatto per potenziare l’efficienza delle imprese, soprattutto nel settore statale, che garantisce l’85 % delle entrate totali. E anche le entrate delle imposte rappresentano una voce fondamentale perchè rappresentano il 74% delle entrate.

Ottenere questi risultati necessita:

  • Disciplina negli apporti mensili degli attori economici che permetta un opportuna liquidità.
  • Rinforzare il controllo e la gestione sistematica delle amministrazioni tributarie municipali e provinciali.
  • Continuare a fomentare la cultura tributaria, con enfasi sull’importanza d contribuire e, nello stesso tempo, incrementare il rigore delle misure per chi
  • Entrate tributarie: 49 348 milioni di pesos, equivalenti al 12 % di crescita
  • Le imposte per la Vendita di Beni e Servizi che rappresentano il 37 % del totale delle entrate lorde, prevedono una crescita del 14 e del 25 %, rispettivamente.
  • Gli apporti degli utili delle imprese partecipano al 19 % delle entrate lorde e crescono del 4 %, superando i 12 000 milioni di pesos.
  • L’Imposta per l’Utilizzo della Forza Lavoro e il Contributo alla Previdenza Sociale prevedono incrementi, come effetto degli aumenti dei salari e delle pensioni.
  • Il Contributo Territoriale per lo Sviluppo Locale pianifica 1 144 milioni di pesos, come nel 2019.
  • Gli apporti delle forme di gestione non statale rappresentano il 13% delle entrate totali e stimano una crescita nell’ordine del 12%.

Di questo totale: i lavoratori indipendenti apportano il 50 %; le Cooperative Non Agricole il 17 % e altre forme di gestione non statali il 33 %.

  • Alcune misure tributarie per il 2020.
  • Applicare le Imposte sulle entrate personali agli atleti contrattati all’estero.
  • Semplificare la liquidazione e il pagamento annuale delle Imposte sulle Entrate Personali ai produttori agricoli individuali. In questo caso si sostituisce a scala progressiva per un tipo impositivo del 5%.
  • Attualizzare le attività che pagano imposte nel Regime Semplificato.

Vladimir Regueiro, sulle riserve e la raccolta delle entrate del 2020 ha indicato i ritardi nelle presentazioni delle dichiarazioni giurate, così come i mancati pagamenti delle tasse sugli utili e sulle entrate personali. A questo si unisce il cumulo dei debiti tributari con l’evasione per dichiarazioni al di sotto della realtà, associate a cambi di proprietà di case e di automobili in particolare.

Ugualmente ha sottolineato l’importanza di coinvolgere il lavoratori nelle analisi sul compimento della riscossione a livello di entità , d’impresa di base e anche nelle forme di gestione non statale.

*Spese

La viceministro di Finanze e Prezzi, Maritza Cruz, ha sottolineato ch enell’esecuzione del Bilancio ci sono premesse necessarie: evitare spese superflue e non prioritarie, mantenete un rigoroso controllo delle spese pubbliche, usando in modo efficiente le risorse materiali e finanziarie assegnate; rinforzare le misure di risparmio dei portatori energetici e razionalizzare le spese dei servizi di base di telefonia, acqua e gas, tra l’altro.

Per il 2020 si pianificano spese totali per 73 186 milioni di pesos, cifra che implica un incremento nell’ordine del 10,5 %.

In questa crescita si segnalano le spese correnti, che coprono i servizi sociali di base, la politica di sussidio per azioni nelle case, così come l’incremento salariale del settore statale.

Un altro importante volume di risorse ha come destino gli investimenti, con totale priorità per:

  • Programma della Casa.
  • Opere d’infrastruttura, che includono le fonti rinnovabili d’energia.
  • Settore turistico.
  • Battaglia alla siccità.
  • Investimenti nei settori sociali d’Educazione e Salute.

Il Bilancio della Previdenza Sociale copre un milione 680 000 pensionati, e il 96% corrisponde a pensioni per età, invalidità o reversibilità.

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Cuba completerà la riforma con designazione degli intendenti nei municipi

Cuba completerà questo fine settimana la riforma nell’amministrazione pubblica disposta nella Costituzione della Repubblica del 2019, con la designazione degli intendenti nei 168 municipi, hanno annunciato fonti ufficiali.

Le nuove figure che saranno proposte per le assemblee municipali del Potere Popolare, dirigeranno i Consigli dell’Amministrazione Municipale, dopo la loro elezione il prossimo giorno 25, ha detto l’Assemblea Nazionale del Potere Popolare (parlamento) nella sua pagina web.

Gli intendenti (sono già esistiti durante l’epoca coloniale) risorgeranno come passaggio finale ai cambiamenti previsti nella legge delle leggi, dopo l’elezione del presidente e del vicepresidente della Repubblica, del Primo Ministro e dei governatori e vice governatori provinciali.

Per la vicepresidentessa del parlamento, Ana Mari Machado, oltre a compiere con la Magna Carta, si “rinforza l’istituzionalità e si conquista un vincolo permanente col popolo”.

In materia costituzionale si compierà la sesta disposizione transitoria che stabilisce che “le assemblee municipali del Potere Popolare, nello spazio di tre mesi, designano con posteriorità all’elezione dei governatori e dei vice governatori provinciali, quelli che occuperanno gli incarichi di intendenti”.

Governatori e vice governatori sono stati eletti sabato scorso dal voto maggioritario dei delegati municipali ed assumeranno le loro funzioni l’8 febbraio.

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La legge bavaglio dei golpisti boliviani

Nel corso del 2019 si è segnalata un’apparente diminuzione degli omicidi di giornalisti rispetto agli ultimi 16 anni. Senza dubbio però i dati mostrano un’altra faccia della realtà riguardo le esecuzioni di coloro che hanno il compito di divulgare le notizie con etica, oggettività e tempestività.

Un elemento di novità è che sono aumentate le loro morti in paesi ritenuti “democratici” ed in scenari esterni alle zone di guerra, oltre all’aumento degli arresti, aggressioni e dubbi procedimenti giudiziari contro i professionisti dell’informazione. Forse il dato più allarmante è proprio che 29 giornalisti sono morti in zone di pace e solo 20 in zone di conflitto.

Le relazioni annuali delle organizzazioni che seguono le notizie sull’andamento della libertà di stampa nel mondo registrano che lo scorso anno è stato quello meno con il minor numero di omicidi di giornalisti dal 2003, ma è stato anche l’anno nel quale è aumentato il numero dei professionisti arrestati. Le cifre rivelano una cruda realtà: 49 omicidi, 57 sequestri e 389 giornalisti dietro le sbarre. Il 63% degli omicidi sono stati commessi in modo deliberato, mentre il 37% è morto nell’esercizio della propria professione.

È positivo il bilancio che mostra che mentre nel 2012 le eliminazioni arrivarono a 143, cifra record che ha cominciato a scendere fino ad arrivare al centinaio nel 2016 per continuare con l’incoraggiante diminuzione dell’ultimo anno del decennio passato, pur con i chiarimenti già forniti.

Ma l’America Latina, dichiarata Zona di Pace nel 2014, è diventata un luogo “letale” per la stampa, e rispetto al numero totale ufficiale, 14 giornalisti sono stati uccisi in questa regione, e dieci casi ulteriori sono ancora oggetto di indagini in Cile, Honduras e Brasile, cosa che potrebbe aumentare il bilancio dei morti. Chi segue da vicino l’impegno della stampa dice che la regione è “particolarmente instabile e pericolosa per i professionisti dell’informazione”.

Le incarcerazioni aumentano e s’incrementano i sequestri. Il numero di giornalisti detenuti va aumentando negli ultimi anni. Nel 2019 ha raggiunto la cifra di 389 giornalisti dietro le sbarre, il 12% in più che nel 2018, e questo dato ignora inoltre i giornalisti detenuti arbitrariamente per alcune ore, giorni o persino settimane, quelli che anche sono vittime di sequestri “express” diretti all’intimidazione affinché cessino le loro denunce, come avvertimenti di rappresaglie che potrebbero subire se non interrompono il proprio lavoro. Una stima non definitiva afferma che attualmente ci siano 57 giornalisti sequestrati nel mondo. Un altro metodo impiegato per imbavagliarli è costringerli all’esilio per sfuggire a procedimenti giudiziari abusivi.

Un esempio vicino è quello del colpo di Stato in Bolivia dello scorso novembre, quando due professionisti della stampa di origine argentina sono stati attaccati, e uno di questi, Sebastián Moro, è apparso incosciente, agonizzante nel suo appartamento, e giorni dopo è morto in ospedale. È stato dichiarato che la morte è stata dovuta ad un attacco ischemico, ma il suo corpo presentava segni di colpi contundenti. Inoltre nella sua casa non si è trovato né un quaderno, né un registratore, né il gilet da giornalista, evidentemente era stata “ripulita” da ogni prova che avrebbe potuto spiegare l’accaduto, ed il fatto ha suggerito che si trattasse di un’esecuzione extragiudiziale.

Un giorno prima che si consumasse il colpo di Stato in Bolivia, quando ormai la situazione boliviana era già convulsa e i gruppi paramilitari avevano iniziato puntualmente ad agire contro i funzionari del governo di Evo Morales e i loro familiari, si era perduto ogni contatto con Moro.

Prima ancora di formulare qualunque ipotesi, la sua famiglia non ha dubbi che Moro rappresentasse un “nemico” per i gruppi violenti che già portavano avanti nelle strade l’attacco golpista. Il fatto è che il giornalista argentino lavorava come redattore nella rivista Prensa Rural, appartenente alla Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini della Bolivia (CSUTCB), un mezzo d’informazione chiaramente vicino al governo legittimo da far cadere.

Tra l’altro solo il giorno prima il direttore della radio Comunidad, appartenente alla stessa Confederazione contadina, José Aramayo, era stato sequestrato, legato a un albero e umiliato da parte delle squadracce che hanno scatenato il terrore nelle strade boliviane. Quella mattina, Sebastián aveva già capito che la situazione iniziava ad essere di piena persecuzione per la stampa, motivo per cui decise di lavorare da casa sua per diffondere notizie alla comunità indigena e contadina di quel paese, bersaglio prioritario per la repressione dei razzisti golpisti.

L’altro, Facundo Morales Schoenfeld, agonizza circondato da esigue attenzioni mediatiche, accusato di un numero esorbitante di delitti in realtà predisposti dalle autorità golpiste, che hanno emanato il giorno stesso del golpe militare una ferrea “legge bavaglio” per nascondere ciò che è accaduto immediatamente dopo l’inquietante 10 novembre, quando orde paramilitari, poliziotti e soldati hanno massacrato il popolo boliviano, bruciato case e luoghi istituzionali per sistemarsi al potere a suon di sangue e fuoco, oltre ad incolpare i governanti deposti e i dirigenti politici oppositori del disordine generalizzato del quale hanno approfittato per consolidarsi al comando.

Emittenti locali sono state silenziate con la forza per impedire che denunciassero i disordini nelle zone indigene e trasmettessero le notizie nelle lingue locali. Varie autorità di paesi latinoamericani si sono unite alla richiesta di riconoscere la violenza contro la stampa che si è prodotta dopo il golpe militare. In particolare il governo uscente dell’Argentina ha sollecitato le autorità che sono nell’esercizio del potere in Bolivia a vigilare sulla sicurezza e l’integrità fisica degli operatori dei media argentini presenti sul territorio boliviano che lavorano nella copertura degli avvenimenti che sono di pubblico interesse. L’allora ambasciatore argentino a La Paz, Normando Álvarez, ha informato che i giornalisti aggrediti si trovavano già in quella sede diplomatica e ricevevano protezione. L’Associazione delle Organizzazioni Giornalistiche Argentine (ADEPA), che riunisce 180 aziende mediatiche, ha denunciato “le aggressioni e la minaccia” alle troupe giornalistiche argentine dei canali televisivi A24, Crónica TV, Telefé e Todo Noticias, che sono state trattate brutalmente dai gruppi militari incaricati della repressione.

Il caso del fotoreporter argentino Molares Schoenfeld sembra essere un chiaro esempio della violenza sproporzionata esercitata dai golpisti boliviani. Molares è arrivato in Bolivia come corrispondente della rivista argentina Centenario, per registrare attraverso il suo obiettivo gli avvenimenti che si sarebbero prodotti a partire dal trionfo elettorale di Evo Morales, minacciato di non essere riconosciuto dall’opposizione già dallo stesso 20 di ottobre. Gran parte della stampa straniera che ha dato copertura alle elezioni generali, visto il clima di tensione esistente nel paese, ha deciso di fermarsi alcuni giorni in più. Tra loro Molares Schoenfeld. È stato brutalmente aggredito e derubato dei suoi strumenti di lavoro per essere rinchiuso in carcerazione preventiva nel carcere di Palmasola, dopo essere stato arrestato il 12 di novembre a Yacapaní, con gravi ferite, che sono arrivate a costringerlo nello stato clinico di coma indotto, e per essere poi indagato secondo quanto detto dal procuratore capo di Santa Cruz de la Sierra, Mirael Salguero Palma.

Nell’immediato gli si fabbricano addosso accuse esagerate, difficili da dimostrare per le circostanze nelle quali si suppone che si siano prodotte le azioni di cui lo si accusa, tra le altre quella di omicidio, associazione a delinquere e istigazione pubblica a delinquere, per la sua supposta partecipazione agli avvenimenti accaduti nella zona del Puente de la Amistad e nel quartiere Cofadena del municipio di Montero, Santa Cruz. Tutta questa è una gran montatura per giustificare maggiore repressione.

Per intorbidire e falsificare il suo reale impegno come fotoreporter in Bolivia, gli accusatori hanno fatto appello ai precedenti politici di Molares in Colombia, dove è appartenuto a strutture ormai disciolte di gruppi armati che sono passate all’inserimento nella società colombiana come risultato degli Accordi di Pace, riconosciuti a livello nazionale ed internazionale. Si è precisato che si unì al processo di pace e si ritirò prima che questo terminasse, nel 2017, di modo da non avere, due anni dopo, nessun collegamento attivo con la disciolta guerriglia colombiana, e nemmeno ha carichi pendenti con la giustizia colombiana. Era nel pieno esercizio del suo ruolo di corrispondente.

Nonostante il suo delicato stato di salute, con un trauma encefalo-cranico grave, e contro il parere dei medici che lo avevano assistito all’Ospedale Giapponese, quando vi è entrato il 12 novembre per problemi renali e respiratori che hanno obbligato a intubarlo, le autorità repressive hanno ordinato il suo trasferimento nel temibile carcere di Palmasola, a Santa Cruz, conosciuto come il più pericoloso della Bolivia, dove viene ammassato il 36% dei detenuti; progettato per 800 ospiti, ne accumula più di 4000 in condizioni disumane, con un isolamento totale, e sono frequenti le rivolte e gli scontri tra gruppi rivali. Il più recente ha prodotto sei morti e decine di feriti. Dopo di che, il 6 dicembre 2019, lo spostano in un’altra struttura simile, quella di Chonchocoro, situata a 4000 metri di altitudine e con temperature estreme, afflitto da polmonite.

Le autorità di fatto cercano di giustificare la repressione che esercitano e per quello producono storie come quella imbastita contro Molares, che secondo suo padre Hugo Molares, giudice di pace di Trevelin, provincia di Chubut, Argentina, è un grande essere umano, privo di preoccupazioni materiali e sempre occupato a cercare il bene della collettività.

I suoi precedenti lavorativi ce lo raccontano come un perito forestale, amante della scrittura e professionista della fotografia, con una piena conoscenza politica della realtà latinoamericana, impegnato nella sua professione di giornalista, che stava realizzando quando è stato aggredito.

Gli usurpatori del potere in Bolivia sono messi all’angolo, non potranno dimostrare le accuse contro Molares, le menzogne che giustificano il suo arresto illegale svaniranno con l’arrivo della verità sulle loro manovre. La vita di questo giornalista argentino è in pericolo, le organizzazioni in difesa dei diritti umani e che proteggono il libero esercizio della stampa sono impegnate a evitare un nuovo assassinio che metterebbe a tacere la realtà del caso Facundo, la quale deve ottenere la solidarietà mondiale ben oltre quella “legge bavaglio” che gli usurpatori continuano a mantenere.

di José Luis Méndez Méndez cubadebate.cu

traduzione Matthias Moretti

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Venezuela: gli USA sostengono un blocco inumano per giustificare un intervento per crisi umanitaria

Il presidente costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moros, ha dichiarato: “… è stato un anno segnato dalla grandezza del nostro popolo, dalla sua straordinaria capacità di sopportazione, resistenza, sacrificio” ed ha riepilogato i tentativi fatti per destabilizzare il processo rivoluzionario.

Jorge Pérez Cruz granma.cu

«È certamente in materia sanitaria dove più il blocco imperialista, le sanzioni, la persecuzione, l’aggressione ci ha colpito. Cosa non abbiamo fatto per mantenere la fornitura di medicine, miracoli; si tenga presente che l’impero ed i suoi alleati hanno preteso e pretendono distruggere il Sistema Sanitario Pubblico Nazionale (…) ».

Ciò è stato riconosciuto dal presidente costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moros, nel suo discorso ‘Memoria y Cuenta 2019’ davanti all’Assemblea Nazionale Costituente.

Il presidente ha dichiarato:

«…è stato un anno segnato dalla grandezza del nostro popolo, dalla sua straordinaria capacità di sopportazione, resistenza e sacrificio», e ha riepilogato i tentativi realizzati per destabilizzare il processo rivoluzionario e «rafforzare la matrice mediatica che giustifichi un intervento basato su una crisi umanitaria».

Ha spiegato che il brutale accerchiamento degli sforzi per garantire la salute pubblica gratuita è stato evidenziato nell’ostruzione dell’uso dei conti bancari, “e hanno posto tutti i tipi di ostacoli per impedire l’arrivo di navi ed aerei con medicine in Venezuela. Una persecuzione mondiale del governo USA contro il diritto alla medicina ed alla salute del popolo venezuelano».

Maduro Moros ha dichiarato: «Ci hanno fatto del male, chi può dubitarlo, ma il modello sociale si è mantenuto ed ampliato in uno scenario di restrizione all’ingresso di valuta estera, drammatica restrizione all’entrata in valuta estera, sanzioni, aggressioni finanziarie, brutale furto dei beni che solo ai venezuelani appartengono… ».

Ha poi illustrato con cifre l’impatto di queste azioni ostili ed illegali: “Gli attivi, i beni ed il denaro del Venezuela all’estero che ci sono stati rubati dai centri di potere imperiale e dai suoi cipayos (ascari ndt) si avvicinano a 40000 milioni di $, in un atto di pirateria e ladrocinio che supera qualsiasi norma o convenzione o legame al Diritto Internazionale pubblico ».

Tuttavia, la realtà vissuta in tale periodo riflette che, nonostante le guerre, economica e mediatica; i sabotaggio e piani violenti dell’opposizione interna, nel settore sanitario la nazione sudamericana mostra risultati tangibili con azioni di beneficio sociale che avvicinano questi servizi, gratuitamente, alla popolazione più vulnerabile.

Così lo dimostra, secondo le sue dichiarazioni, la Missione Barrio Adentro, con la realizzazione di quasi 93 milioni di visite mediche gratuite e di qualità, di cui oltre 19 milioni hanno avuto come scenari le visite casa per casa; i 590000 interventi chirurgici eseguiti e l’attenzione a 373000 parti e tagli cesarei all’interno della Missione Parto Humanizado, tutte queste azioni come parte del Sistema Nazionale Pubblico di Salute che l’impero attacca.

Il Presidente Costituzionale del Venezuela ha considerato come una delle pietre miliari più importanti in materia di salute la nuova tendenza, “che dobbiamo consolidare, a ridurre la mortalità infantile e materna nel mezzo di questo criminale blocco”, e l’ha descritta come “uno delle gli unici obiettivi del millennio che il Venezuela non ha raggiunto”, ma ha assicurato che “oggi iniziamo a invertire tale tendenza”.

Come si è saputo nella riunione di bilancio della Missione Medica Cubana, uno dei pilastri in queste conquiste, la mortalità infantile è stata ridotta del 20% e la mortalità materna sperimenta una diminuzione del 15% rispetto ai dati storici.

Queste sono solo alcune delle conquiste che la Rivoluzione Bolivariana difende nell’alleanza civico-militare con il popolo, ed in tale lotta contano sull’aiuto irrimunciabile di Cuba, ribadito dal Generale dell’Esercito Raúl Castro, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito, e da Miguel Díaz-Canel, Presidente della Repubblica. Tale impegno oggi lo dimostrano gli oltre 21000 compatrioti in 11 missioni, incluse nei programmi di assistenza sociale e attenzione alle vittime della guerra economica, con il loro incondizionato accompagnamento all’eroico popolo che resiste all’assalto imperiale ed avanza.

di Jorge Pérez Cruz granma.cu

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Perdita della democrazia in Bolivia, un pericolo per la regione

La spaccatura della democrazia in Bolivia dimostra una situazione che potrebbe ripetersi in altre democrazie della regione, ha messo in allerta l’ex ministra di Salute, Gabriela Montaño.

In un’intervista col mezzo di comunicazione argentino Letra P, Montaño, in condizione di rifugiata politica nel paese australe, ha dichiarato che i confronti violenti sulle strade dopo il golpe di Stato del 10 novembre scorso contro l’ex presidente Evo Morales, hanno lasciato un saldo di 36 morti, più di 1500 detenuti e centinaia di feriti.

“Oggi i diritti e le libertà costituzionali non sono garantiti, c’è un’enorme restrizione alla libertà di espressione, una persecuzione politica ad ex funzionari del presidente Evo Morales ed, inoltre, un utilizzo del tribunale per portare a termine questa persecuzione”, ha denunciato.

Inoltre, ha ricordato che le elezioni generali del 20 ottobre scorso realizzate nella nazione andino amazzonica sono state vinte dal binomio Evo Morales-Alvaro Garcia Linera, del Movimento Al Socialismo (MAS), con più del 10% sul suo concorrente più vicino, Carlos Mesa, della conservatrice Comunidad Ciudadana.

“Questo implica che quasi il 50% della popolazione ha optato per un nuovo mandato di Evo Morales. C’è un’intenzionalità dei golpisti di proscrivere il MAS e pretendere negare i diritti politici di questo 50%”, ha sottolineato.

Davanti alla decisione del governo de facto, diretto dall’autoproclamata presidentessa Jeanine Añez, di militarizzare le strade, l’ex titolare della Salute boliviana ha assicurato che è una dimostrazione della paura che ha della popolazione e, per imporre le sue posizioni, ricorre alle forze armate ed alla Polizia per potere governare.

Secondo lei, ha considerato come una deficienza la mancanza di preparazione del popolo per affrontare un golpe di Stato.

“Avevamo dovuto preparare di più la gente per rispondere ad un golpe di Stato e non solamente centrarci nel dibattito elettorale, dato che la destra in Bolivia ha avuto sempre la predisposizione di seguire la via violenta”.

“Non preparare sufficientemente la risposta per uno scenario violento ha facilitato il cammino ai golpisti”, ha enfatizzato.

Sulle future elezioni generali del 3 maggio prossimo, Montaño ha sottolineato la necessità di una partecipazione internazionale più definita per garantire la trasparenza del processo elettorale, mentre menzionava l’Organizzazione delle Nazioni Unite ed istituzioni specializzate come il Centro Carter (Georgia, Stati Uniti).

“Non può essere solamente l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) o l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (Usaid, per le sue sigle in inglese)”, ha commentato.

Ha definito come compito fondamentale quello di mantenere l’unità ed Evo Morales come pietra angolare nella costruzione all’interno del MAS, un ruolo che ha considerato importante nonostante si trovi fuori dal territorio boliviano dovuto alla persecuzione del regime golpista.

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Venezuela ripudia le pretese del sottosegretario statunitense

Il cancelliere del Venezuela, Jorge Arreaza, ha ripudiato le pretese del sottosegretario statunitense, Mike Pompeo, di aumentare l’aggressione contro il paese per abbattere il governo del presidente costituzionale, Nicolas Maduro.

“Pompeo non riesce a capire che come burattinaio, lui e la sua opera sono state un fallimento monumentale in Venezuela. Invece di accettarlo ed optare per la diplomazia, si dedica ora a passeggiare il suo burattino sconfitto per il mondo. Infine… Da lui, che cosa ci si poteva aspettare?”, ha scritto Arreaza nella rete sociale Twitter.

Tali dichiarazioni sono state pubblicate dopo l’incontro realizzato questo lunedì tra Pompeo ed il presidente della Colombia, Ivan Duque, nella nazione colombiana, nel quale entrambi hanno esatto incrementare le aggressioni contro Venezuela, in mezzo alla campagna offensiva imposta da Washington.

Come parte della III Conferenza Ministeriale Emisferica di Lotta contro il Terrorismo, tanto Duque come Pompeo hanno insistito nel loro appello alla comunità internazionale per rinforzare l’offensiva contro la nazione bolivariana, con l’ipotetico argomento di combattere il terrorismo,

Il politico statunitense ha detto che insieme a Duque hanno riaffermato il loro impegno con l’ipotetica “crisi umanitaria” che vive il paese ed il loro appoggio all’autoproclamato presidente interino del Venezuela, Juan Guaidò.

Nelle loro pretese di abbattere il governo di Maduro, i dirigenti degli Stati Uniti e di Colombia insistono nel riconoscere Guaidò come mandatario del paese sud-americano.

Attraverso informazioni divulgate nelle reti sociali si è saputo che Guaidò è andato Colombia per riunirsi con Pompeo, nel contesto del Vertice contro il terrorismo.

Questa è la seconda volta che il deputato oppositore si dirige in Colombia nonostante la proibizione di uscita dal Venezuela -senza compiere i requisiti regolari di viaggio – dopo il 23 febbraio 2019, quando ha cercato di introdurre l’ipotetica aiuto-umanitaria alla frontiera con Tachira.

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Leggere il Vietnam a L’Avana

La 29ª Fiera Internazionale del Libro de L’Avana, che si realizzerà dal 6 al 16 febbraio per continuare poi nel resto del paese e terminare il 12 aprile a Santiago di Cuba, sarà dedicata alla la Repubblica Socialista del Vietnam, come Paese Invitato d’Onore.

Lo spazio, che onora gli autori Ana Cairo Ballester e Eugenio Hernández Espinosa, ha ricevuto varie delegazioni del fraterno paese asiatico in edizioni precedenti.

«Quest’anno il Vietnam è un invitato speciale e la nostra nazione si sente molto onorata, ha detto  Dzung Tran, addetto culturale dell’Ambasciata del paese asiatico in Cuba.

«Questa è prima volta che il Vietnam ottiene una simile distinzione in una fiera del libro in America», ha riferito a Granma.

Il diplomatico ha aggiunto che con questo fatto significativo cominciano le celebrazioni di una serie di attività in tutto questo 2020, per commemorare il 60º anno dello stabilimento delle reazioni diplomatiche tra Vietnam e Cuba, che godono di una salute eccellente.

«Si tratta di un’opportunità preziosa per dare ai cubani un’impressione più completa della nostra storia, cultura, arte e costumi, della vita che il popolo vietnamita in generale respira ogni giorno», ha spiegato ed ha commentato che questa è un’occasione perfetta per far sì che scrittori e e editori dei due paesi possano incontrarsi e stabilire relazioni  d’amicizia e cooperazione.

Il funzionario ha anticipato che tra le proposte che porteranno a L’Avana ci saranno  libri d’ogni genere: politici, sociali, economici, storici, d’arte, che saranno esposti alla vista del pubblico cubano.

«Verrà nell’Isola, ha aggiunto anche un gruppo artistico di danza tradizionale , ci saranno mostre di pittura e fotografia e altre manifestazioni artistiche  dentro a fuori dalla Fiera, in spazi come le piazze pubbliche, per riempirle di un ambiente culturale».

Juan Rodríguez Cabrera, presidente dell’Istituto Cubano del Libro, ha commentato a /Granma/ che questa Fiera si realizza in circostanze di estremo rigore economico se si considera l’atteggiamento del governo degli Stati Uniti che vuole asfissiare l’Isola e che dimostra la volontà di Cuba di preparare  culturalmente gli esseri umani.

La Fiera, ha spiegato, renderà omaggio ai 20 ventanni dalla creazione del Sistema delle Edizioni Territoriali, una proposta di Fidel per incrementare le pubblicazioni in tutte le provincie.

«Sarà una Fiera che avrà al centro gli autori , una vasta offerta di libri stampati  e in formato digitale, e invitati di primo livello», ha assicurato.

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Perché Guaidó ha il divieto di uscire dal Venezuela? Come fece a recarsi in Colombia nel 2019?

Il parlamentare dell’opposizione venezuelana Juan Guaidó non può lasciare il paese, ma nonostante questa proibizione ha effettuato un viaggio in Colombia per incontrare il Segretario di Stato USA Mike Pompeo.

La misura fu decretata dalla Camera plenaria della Corte Suprema di Giustizia che approvò la richiesta di misure precauzionali presentata dal titolare del Ministerio Público (MP), Tarek William Saab il 29 gennaio dello scorso anno.

Le decisioni del massimo tribunale del paese, che contemplavano oltre al divieto di lasciare il paese senza autorizzazione, per l’esponente dell’opposizione golpista anche l’impossibilità di cedere e gravare sulle attività di sua proprietà e il blocco e l’immobilizzazione dei conti bancari, giunsero in seguito all’autoproclamazione di Guaidó come “presidente incaricato” del Venezuela. Un atto grave e illegale.

Decisioni, che vale la pena ricordare, furono già violate da Guaidó nel febbraio 2019 quando si recò in territorio colombiano per organizzare la sceneggiata degli aiuti umanitari internazionali da introdurre in Venezuela attraverso il territorio colombiano. Si tratta del periodo in cui l’opposizione più estremista del Venezuela è rimasta coinvolta in territorio colombiano nel cosiddetto “Cucutazo”, il cui caso rivelò lo scandalo della corruzione dell’opposizione in quel di Cúcuta.

Inoltre per far ingresso clandestinamente in Colombia, Guaidó, venne aiutato dal gruppo narco-paramilitare ‘Los Rastrojos’. Secondo il direttore della Fondazione Progresar, Wilfredo Cañizares, i paramilitari colombiani organizzarono un’operazione ad hoc per scortare Guaidó in territorio colombiano. Per poi andare al ponte Simón Bolívar al confine dove ci fu la farsa degli aiuti umanitari da introdurre in Venezuela.

Nei mesi seguenti, in particolare nell’aprile 2019, il TSJ ha chiesto all’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) di revocare l’immunità parlamentare di Guaidó dopo aver infranto la misura del divieto di lasciare il paese.

Adesso, nel gennaio del 2020, Guaidó sfida ancora una volta le autorità venezuelane recandosi in Colombia per incontrare il presidente colombiano Iván Duque e il Segretario di Stato nordamericano Mike Pompeo. Da cui evidentemente deve prendere ordini dopo la sonora sconfitta rimediata in seno all’Assemblea Nazionale dove ha perso la carica di presidente a scapito di Luis Parra, altro esponente di opposizione.

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Maduro intervistato dal Washington Post si dice pronto al dialogo con gli USA. Termina la farsa Guaidò

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha dichiarato in un’intervista al Washington Post di essere pronto per il dialogo con gli Stati Uniti.

Nel suo primo colloquio con un media statunitense da febbraio, Maduro ha dichiarato: “Se c’è rispetto tra i governi, non importa quanto siano grandi gli Stati Uniti e se c’è un dialogo, uno scambio di informazioni veritiere, allora possiamo essere di poter creare un nuovo tipo di relazione. Una relazione di rispetto e dialogo porta una situazione win-win. Una relazione conflittuale porta una situazione perdente. Questa è la formula”.

Maduro ha dichiarato di aver fatto diversi tentativi per contattare direttamente il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Secondo il presidente venezuelano, il leader nordamericano non è riuscito a prendere le giuste decisioni sul Venezuela a causa dei suoi consiglieri e dei membri dell’amministrazione. “Credo che (il Segretario di Stato USA) Mike Pompeo abbia fallito in Venezuela ed è responsabile del fallimento di Donald Trump nella sua politica nei confronti del nostro paese. Penso che Pompeo viva in mondo di fantasia. Non è un uomo con i piedi per terra. Penso che Trump abbia avuto terribili consiglieri sul Venezuela. [L’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti] John Bolton, Mike Pompeo, Elliott Abrams, gli hanno fatto avere una visione sbagliata”, ha indicato Maduro.

Maduro ha anche dichiarato di essere pronto a negoziare con il leader dell’opposizione venezuelana Juan Guaido, pur sottolineando che non si dimetterà. “Guaido è responsabile di aver perso l’Assemblea Nazionale. Lui e i suoi errori. Non può incolparmi per questo. È ora deve rispondere agli Stati Uniti”, ha dichiarato il presidente venezuelano.

Sulla questione Guaidò è interessante notare come il quotidiano statunitense definisca Maduro presidente e Guaidò solo leader dell’opposizione. Smentendo così una fallace narrazione imposta e ormai smentita dalla realtà dei fatti che vede il golpista aver perso anche la leadership dell’opposizione.

A settembre, Maduro aveva dichiarato al canale televisivo Rossiya-24 che era pronto per i colloqui con Trump se il presidente degli Stati Uniti avesse cambiato la sua “politica sbagliata di condurre una guerra contro il Venezuela”.

Juan Guaido, leader dell’opposizione venezuelana e allora presidente dell’Assemblea Nazionale, lo scorso 23 gennaio del 2019 si era autoproclamato presidente ad interim in una manifestazione nella capitale del paese di Caracas. Numerosi paesi, tra cui gli Stati Uniti, la maggior parte degli Stati dell’UE, membri del gruppo Lima (escluso il Messico), Australia, Albania, Georgia e Israele, nonché l’Organizzazione degli Stati Americani, lo avevano riconosciuto, come atto di servilismo verso Washington.

Maduro aveva immediatamente definito la mossa come un golpe organizzato da Washington dicendo che stava recidendo i legami diplomatici con gli Stati Uniti. Al contrario, Russia, Bielorussia, Bolivia, Iran, Cuba, Nicaragua, El Salvador, Siria, Cina e Turchia esprimevano il loro sostegno a Maduro.

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Insomma, la farsa Juan Guaidò sembra davvero giunta al termine.




Cuba, Venezuela ed i limiti della dottrina del potere intelligente

Davanti al fallimento della politica contro Cuba, Barack Obama decise di provare “altri metodi” e confidare che la “seduzione dello stile di vita USA” avrebbe condotto allo sgretolamento del socialismo cubano.

Si iniziava un momento in cui la diplomazia si imponeva sullo scontro, di modo che il blocco economico e altre misure volte ad esacerbare le tensioni tra le due parti risultavano disfunzionali a questa politica.

Con il Venezuela agì diversamente. Dando continuità alla politica aggressiva di George W. Bush, giunse all’estremo di decretare lo stato di emergenza nazionale, a causa della “insolita e straordinaria minaccia” che il Venezuela, presumibilmente, rappresentava per la sicurezza nazionale USA.

Sebbene entrambe le politiche avessero lo scopo comune di rovesciare i governi di questi paesi, almeno incoraggiare divisioni tra loro, la cosiddetta “dottrina del potere intelligente”, guida teorica del suo agire nell’arena internazionale, imponeva una differenziazione nel suo trattamento.

Innanzitutto, importava la realtà concreta di ogni paese. Diciamo che non era lo stesso affrontare un governo consolidato come quello cubano, che per decenni aveva dimostrato la sua capacità di resistere agli attacchi USA, piuttosto che agire contro il giovane processo rivoluzionario venezuelano, tra l’altro indebolito dalla prematura morte del suo dirigente, Hugo Chávez Frías.

Ancor più importante, era diversa la possibilità di articolare il consenso in un caso o nell’altro. Logorata la controrivoluzione tradizionale e, in una certa misura, attenuati -diciamo per stanchezza- i conflitti con gli interessi economici USA danneggiati dalla Rivoluzione cubana, la politica di Obama verso Cuba ricevette il sostegno della maggioranza dei circoli politici e della società USA nel suo insieme, compresi importanti settori economici, interessati a recuperare l’accesso al mercato cubano.

Tuttavia, la Rivoluzione venezuelana, appena si scontrava con le enormi società transnazionali stabilite nel paese, in particolare con i grandi monopoli petroliferi. Uno dei fattori che può spiegare il sostegno della maggior parte dei paesi europei e latinoamericani alla politica USA contro il Venezuela è la lobby di queste compagnie petrolifere dispiegate per il mondo.

All’epoca, la sorprendente nomina di Rex Tillerson a Segretario di Stato di Donald Trump, poteva essere spiegata, almeno in parte, dall’interesse della Exxon di risolvere due questioni di sua massima priorità: sbloccare gli investimenti in Russia, bloccati dal Congresso, e recuperare quanto perso in Venezuela.

Con Cuba succedeva qualcos’altro. Obama aveva ragione nell’assicurare che gli USA fossero isolati nella politica verso l’isola e che un consenso come quello articolato contro il Venezuela era impossibile. Così lo dimostravano le votazioni sul tema all’Assemblea Generale ONU ed i progressi nelle relazioni di Cuba con l’Unione Europea. Nel caso dell’America Latina ad eccezione, in seguito, del Brasile di Bolsonaro, nemmeno i governi di destra sono stati disposti a sommarsi, in modo deciso, alla politica di Trump contro Cuba.

Qui funziona il rapporto costi-benefici. Per decenni Cuba è stata oggetto di un’intensa campagna di propaganda contro di lei, in un determinato momento fu così potente che tutti i paesi dell’America Latina, tranne il Messico, ruppero le relazioni con l’isola. Tuttavia questa situazione è stata invertita ed il livello di solidarietà esistenti rendono difficile tentare di ritornare al passato.

Al contrario, le campagne contro il Venezuela sono in pieno apogeo. Persino i settori di sinistra non sanno dove posizionarsi e, coloro che decidono di difenderlo, rischiano di vedersi delegittimati. In queste condizioni, conviene attaccare il Venezuela, poiché, per carambola si genera anche una corrente d’opinione che serve alla disunione e all’indebolimento dei movimenti progressisti interni.

Nonostante queste considerazioni, Donald Trump ha deciso di abbandonare i presupposti della dottrina del potere intelligente, in verità mai li ha assunti come propri, e mettere i due paesi nello stesso sacco, indebolendo così la credibilità del suo discorso in entrambi i casi.

Solo fattori di politica interna possono spiegare tale condotta. Un fattore è l’influenza dell’estrema destra cubano-americana, che Trump considera necessaria per conquistare lo stato della Florida, nelle prossime elezioni.

Mescolando entrambi i temi, non importa quanto siano inverosimili gli argomenti, la destra cubano-americana canalizza automaticamente contro Cuba, parte del collettore propagandistico e, soprattutto, i fondi assegnati alle campagne contro il Venezuela.

Lo converte anche, almeno per il momento, nel canale di accesso per eccellenza della controrivoluzione venezuelana ai circoli di potere USA, così come il suo rappresentante nel sud della Florida. Dal momento che, sebbene gli immigrati venezuelani nemici del chavismo, generalmente godano di una buona situazione economica, sono stati poco favoriti dalla politica migratoria USA.

La retribuzione non è per nulla piccola. Da un lato, apporta molto denaro alle campagne politiche ed al beneficio personale dei politici cubano-americani, oltre a metterli in una posizione di vantaggio per occupare importanti posizioni governative, legate alla politica USA verso l’America Latina, come è avvenuto.

Un altro fattore che spiega la generalizzazione della politica di Trump è che attaccare Cuba, Venezuela e tutto ciò che profuma di progressismo, serve alla crociata contro il “socialismo”, un’altra campagna incoraggiata dai conservatori repubblicani per spaventare gli elettori, rispetto ai candidati democratici.

In ogni caso, la cosa concreta è che, nonostante lo spiegamento delle forze portato a termine, né il potere intelligente di Obama né il “contro intelligente” di Trump hanno ottenuto lo scopo di alterare l’alleanza di Cuba con il Venezuela e, tanto meno, sconfiggere i loro rispettivi processi rivoluzionari. Ciò mette in dubbio la reale capacità USA di farlo, almeno finché entrambi i governi conservino la solidità delle loro basi politiche interne, dal momento che, praticamente, hanno esaurito quasi tutte le loro opzioni.

Un’altra conclusione che possiamo trarre da questa esperienza è che, in ultima istanza, sono spesso motivi domestici, a volte ambizioni tanto egoistiche come vincere un’elezione o avvantaggiare una determinata società, quelli che determinano la condotta della politica estera USA.

È quindi possibile chiedersi: è davvero l’”interesse nazionale”, con tutto l’imperialista che possa essere, ciò che guida la politica USA verso il mondo e su se stesso.

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