Bolivia, Paese governato da USA, neonazisti e narcos

Gli ultimi giorni del colpo di Stato in Bolivia dimostrano, in gran parte grazie alla mediocrità dei loro esecutori, chi cuce la tuta che copre gli interessi degli attori stranieri. Il piano suggerisce che il cambio di regime fu ispirato da schemi politici dei decenni precedenti. Sarebbe necessario risalire agli anni ’70-’80, quando i militari si addestrarono secondo la dottrina nordamericana, attaccando il potere e dedicandosi a svolgere le loro particolari attività sotto la facciata delle istituzioni statali.

Dei fili che portano all’ormeggio, ce n’è uno legato alle mafie del traffico di droga. Il tentativo dei media internazionali di mettere in relazione il presidente deposto Evo Morales col commercio illegale di cocaina non può essere interpretato in altro modo. È una procedura per criminalizzare che presenta somiglianze con accuse contro il governo del Venezuela, per essere esempio di spicco dei Paesi assediati in America Latina da una narrazione commisurata agli interessi geopolitici di Washington. Entrambi i casi sembrano iniziare dallo stesso formato.

La persecuzione dei leader politici legati al Movimento al Socialismo (MAS) ha trovato buoni motivi coll’argomento del traffico di droga. Caso dopo caso, il regime golpista di Jeanine Ánhez mette insieme un dossier contro l’opposizione politica al colpo di Stato, incriminandoli per affari illegali con la foglia di coca, in un Paese permeato dal punto di vista culturale ed economico dall’uso della pianta.

Il mito dello “spacciatore di droga Evo”
Nella Costituzione dello Stato plurinazionale, la foglia di coca è protetta come patrimonio , riconoscendone l’uso ancestrale e medicinale. La coltivazione è consentita ai tropici di Cochabamba e degli Yungas, ai piedi di La Paz. Dall’ascesa di Evo Morales alla presidenza del Paese, il governo adottò una politica di difesa del consumo della foglia e la lotta al traffico per scopi illeciti. Morales, che all’inizio era un capo coltivatore di coca del Chapare, assunse il compito di rimuovere l’assistenza straniera nel controllo delle colture. In sostanza, la presenza dell’Ufficio per il controllo della droga (DEA) e le politiche di polizia e militari imposte da Washington per attaccare le piantagioni e perseguitare i produttori che non influenzavano il business della cocaina. Ad esempio, i dati. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), sotto il regime di Luis García Meza (1980), l’area delle colture di coca crebbe da 10806 ettari a 29582. Era accelerata la produzione di cocaina. Coll’arrivo di Hernán Siles Suazo nel 1982, il raccolto si estese a 39834 ettari. Durante l’ultimo periodo di Víctor Paz Estensoro (1985), furono superati i 65000 ettari. Quando entrò in vigore la legge 1008, nel quadro internazionale dell’aumento del bilancio del Pentagono per combattere la “guerra alla droga” durante il periodo di Ronald Reagan, gli sforzi si concentrarono sull’eradicazione di una coltivazione imposta e non la disarticolazione delle reti del traffico di droga. È noto che le istituzioni farmaceutiche statunitensi conoscono le rotte marittime, nascondono la mobilitazione ai Paesi che l’esigono e, come spettacolo effettuano sequestri specifici per l’opinione pubblica. Nel 2005, i numeri sono scesi a 25500 ettari dai 38000 raggiunti nel 1998, ma la misura drastica diede base legale per violenze ed omicidio dei coltivatori di coca. Gli Stati Uniti portarono il Paese andino a criminalizzare le pratiche culturali dei contadini indigeni e boliviani sulla coca, mentre regolano il flusso del traffico di droga a piacimento. Si aggiunsero luoghi per l’installazione di basi militari che coprivano la rotta Bolivia-Colombia, per eliminare i movimenti sovversivi e garantire il controllo geopolitico della fascia amazzonica e andina del continente.

In che modo il controllo nordamericano contrasta coll’approccio del governo di Evo Morales? L’amministrazione Morales riconobbe l’identità culturale della foglia di coca e la separò dal meccanismo del traffico di droga, separando la sovranità dall’intervento straniero. Allo stesso modo, rivendicò i produttori e stabilì una politica di consenso per ridurre le colture illecite. La promulgazione della Legge generale sulla coca del 2017 riflette questi elementi, sebbene fu gravemente attaccata dalle potenze occidentali, espandendo la coltivazione legale della pianta a 22000 ettari. L’affermazione è assurda, se si comparono i 209000 ettari piantati nello stesso anno in Colombia, tutti allo scopo di produrre cocaina. Ma l’audacia andò oltre: negli ultimi anni la Bolivia partecipò ai forum multilaterali per combattere il traffico di droga nella determinazione a difendere la produzione di coca come parte delle attività economiche. Propose l’industrializzazione del settore per esportarne i derivati sul mercato internazionale. Contrariamente alle storie dominanti, il Paese considerò la lotta alla droga senza abbandonare i dati culturali sulla semina e il consumo di foglie di coca. L’approccio mirava a smantellare i trafficanti di droga e denunciare la domanda costante nelle grandi città del mondo, cogli Stati Uniti all’avanguardia.

Il fattore estero nella lotta contro la cocaina
Ovviamente, gli sforzi di una nazione per combattere un business che sostiene il capitalismo globale, superano i limiti della resistenza. La posizione nella catena di consumo aggiunge diverse difficoltà alla resistenza: non saranno mai le stesse condizioni per un territorio di transito come per uno produttore. Il governo boliviano resistette al ritorno al passato da narco-Stato mentre era parallelo alla crescita globale dei tossicodipendenti, che non riguarda più solo Stati Uniti ed Europa. Il Brasile ospita 5,6 milioni di tossicodipendenti dalla cocaina e derivati, posizionandosi al secondo posto nella classifica mondiale, distanziata solo dagli Stati Uniti. Confina coi dipartimenti orientali di Beni, Pando e Santa Cruz, siti in cui furono istituiti processo, stoccaggio e trasporto della pasta base, che poi va in Colombia. Tuttavia, il Paese brasiliano non ha una propria piattaforma per il traffico di droga, ma bande criminali locali responsabili della distribuzione. Ciò premesso, va valutato il fatto che le mafie messicane, che secondo l’Ufficio del difensore civico della Colombia, controllano la rotta della cocaina che raggiunge gli Stati Uniti potrebbero costringere i trafficanti colombiani a guardare ai mercati emergenti in Sud America, tenendo conto del fatto che hanno la capacità logistica adatta. Dal governo boliviano fu reso pubblico il sospetto dell’ingresso di emissari colombiani che volevano promuovere gruppi armati tra i coltivatori di coca, dopo che uno scontro nell’agosto 2018 negli Yungas lasciò agente di polizia morto e sette feriti. In vista del cambio di regime, si potevano generare condizioni favorevoli per il ritorno dei cartelli colombiani, proprio come all’inizio del commercio della cocaina nel continente.

Il primo narco-Stato al mondo
La storia contemporanea della Bolivia è contrassegnata, senza dubbio, da due elementi che mantengono un forte legame ignorato dall’analisi dei media aziendali: l’istituzione di regimi dittatoriali con assistenza straniera e l’ascesa del traffico di droga nel continente. Cogli anni ’80, i Paesi dell’America Latina risentirono degli effetti delle dittature installate dall’operazione Condor e alcuni governi, spinti dallo sconvolgimento sociale, tornarono al modello democratico. Il caso boliviano fu uno di quelli interrotti dal legame tra reti militari, reti neofasciste e cartelli della droga, essendo evidente che l’amministrazione del Paese da parte di una coalizione di sinistra, l’Unità Democratica e Popolare (UDP) non garantiva il proseguimento degli affari tra tali settori. Il regime dittatoriale del generale Hugo Banzer terminò nel 1979 quando Walter Guevara assunse la presidenza temporanea, poiché nessun candidato raggiunse il 50% richiesto dalle condizioni elettorali. Il suo governo non arrivò alla fine dell’anno, perché a novembre Guevara fu rovesciato da un colpo di Stato eseguito dal generale Alberto Natusch Busch. Nel loro libro The Agent of the Devil: Life, Times and Crimes of the Nazi Klaus Barbie (2013), Peter McFarren e Fadrique Iglesias sottolineano che, prima dell’operazione, tali militari avevano cenato a La Paz coll’ex-agente della Gestapo Klaus Barbie e con Roberto Suárez Gómez, il “Re della cocaina”. Giorni dopo Barbie e Suárez Gómez s’incontrarono a Cochabamba. Barbie disse al signore della droga boliviano: “Voi boliviani non siete preparati a vivere in democrazia. Avete bisogno di un governo duro, simile a quelli che governano nei Paesi vicini”.

L’opposizione della Centrale Obrera Boliviana (COB) e l’intervento del Congresso, fermarono le intenzioni di Natusch. Lidia Gueiler Tejada fu nominata presidentessa provvisoria costituzionale, all’epoca era presidentessa della Camera dei deputati. Le proiezioni delle imminenti elezioni aprirono una finestra al candidato del Movimento Nazionale Rivoluzionario (MNR) Hernan Siles Zuazo, in alleanza coi partiti di sinistra, incluso il Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (MIR), il Partito Socialista (PS) e il Partito Comunista della Bolivia (PCB). Ma l’evento non ci fu. McFarren e Iglesias scrivono che il 17 luglio 1980 il generale García Meza, accompagnato dal colonnello Luis Arce Gómez e, ancora una volta, dall’intervento di Barbie e Suárez Gómez, organizzò un colpo di Stato e s’impose come “l’ultimo dittatore in due anni, nell’era più turbolenta e violenta del ventesimo secolo in Bolivia”.

Chi erano costoro e perché organizzarono il colpo di Stato?
Proprio come accadde con altri criminali di guerra, Klaus Barbie, il “Macellaio di Lione”, fu riciclato all’epoca dagli Stati Uniti in cambio della collaborazione con la CIA nella sua guerra contro i Paesi socialisti dell’Europa orientale. Fuggì in Bolivia nel 1951, con la collaborazione della Chiesa cattolica, sfuggendo alla giustizia francese per omicidi e torture che praticò coi nazisti. Gli fu attribuita detenzione, tortura e morte di almeno 11 mila persone. Alla fine, fu ritenuto responsabile della detenzione e tortura o morte di 11000-25000 persone, forse di più. Ma l’impresa che lo distinse agli occhi dei francesi era la sua spietata ricerca di Jean Moulin, un eroe della Resistenza che guidava i partigiani del generale Charles de Gaulle e dei francesi liberi. A La Paz adottò la falsa identità di Klaus Altmann, che servì per i tribunali per respingere due volte la richiesta di estradizione presentata dalla Francia. Mentre vigeva la dittatura di Banzer, il tedesco ebbe un rifugio nel Paese, dopo il suo lavoro sotto copertura con la dittatura militare. Un cambiamento della cupola che controllava lo Stato costituì una minaccia alla sua permanenza nel Paese. Fu, infatti, ciò che accadde quando tornò la democrazia: nel gennaio 1983 le autorità giudiziarie arrestarono Barbie e ne ordinarono l’espulsione come straniero indesiderabile. In Bolivia, oltre ad esser un agente anticomunista, fu “trafficante di armi e droga per diverse dittature sudamericane e partecipò a molestia e morte di Che Guevara nel 1967”, affermava La Vanguardia.

La giornalista Boris Miranda, in seguito ai dati di uno dei paramilitari che partecipò al “golpe delle cocaina” del 1980, deduce che il commercio di droga emerse dall’impegno dei proprietari terrieri di Santa Cruz ad investire nel settore, beneficiando dei titoli di proprietà consegnati da Banzer. L’attività si concentrò principalmente sul controllo dello spaccio della droga a causa delle richieste dalla Colombia, che al momento mancava di grandi piantagioni interne, nel dovere fare scorta di materie prime da Perù e Bolivia. Le stesse forze armate boliviane contestarono le terre nell’est del Paese, in particolare a Beni e Santa Cruz, dipartimenti in cui furono stabilite le piste per l’esportazione via aerea di coca, pasta di base e cocaina. In questo senso, Barbie aiutò il colpo di Stato fornendo ai cospiratori un gruppo di assalto che impedì il passaggio dell’amministrazione statale ai movimenti di sinistra. Mise a disposizione dell’esercito di Luis Arce Gómez mercenari europei e boliviani (“Spose e sposi della morte”), coi quali eseguirono il cambio di regime a favore di un’alleanza di trafficanti di droga, estrema destra e militari corrotti.

Sotto gli ordini di Arce Gómez, il leader del PS, Marcelo Quiroga, il leader universitario Carlos Flores Bedregal e il sindacalista Gualberto Vega Yapura furono assassinati nella sede della COB lo stesso giorno del colpo di Stato. Prima di diventare ministro degli Interni, preparò con García Meza una “lista nera” in cui c’erano più di cento politici che dovevano essere eliminati prima del violento sequestro del potere. Luis Arce Gómez guidò il narco-golpe con un contingente di paramilitari pagati coi soldi del traffico di droga. Lì apparve Roberto Suárez Gómez, il re della cocaina che contribuito con 5 milioni di dollari alla campagna per rovesciare il governo Gueiler e installare un regime militare, dopo i suoi incontri con Klaus Barbie. Tale proprietario terriero e agricoltore di Beni era già, negli anni ’80, uno dei trafficanti di droga dalla maggiore influenza regionale. Assunse la legione di Barbie, già incaricata di controllare la sicurezza delle operazioni sulle pendici di Santa Cruz e Beni. Miranda spiega che il criminale di guerra tedesco, collegato coi capi militari e gangster come Suárez Gómez e il colombiano Pablo Escobar, era uno dei “principali ingranaggi di una macchina che controllava il 90% della produzione e distribuzione di cocaina nel mondo, attraverso una connessione che iniziava in Bolivia, passando dalle giungle colombiane finivaa per le strade di Stati Uniti ed Europa”.

Il giorno in cui la DEA presentò il ruolo della CIA nel narco-golpe
Nel maggio 1980, Michael Levine pensò di essere riuscito a sferrare un duro colpo al traffico internazionale di stupefacenti, colpendo la vendita di cocaina messa inscenata dalla DEA coi capi del traffico di droga boliviani, tra cui Roberto Suárez. Levine era un agente sotto copertura della DEA che lavorava presso l’ambasciata nordamericana in Argentina tra il 1978 e il 1982. Le sue indagini portarono al complotto di CIA, dittatura militare argentina e trafficanti di droga nel colpo di Stato che mise García Meza al potere. “Il 24 maggio 1980, un vecchio Convair carico di droga partì da una pista nascosta nella giungla di Beniana in Florida. Allo stesso tempo, due boliviani furono arrestati nella Kendall Bank di Miami dopo aver ricevuto il pagamento per l’operazione “coronarie””, afferma Boris Miranda. Incriminò i principali attori del traffico di droga, che allo stesso tempo pianificavano l’agenda criminale in Bolivia. Ma Levine toccò diversi asset fondamentali della rete dei collaboratori della CIA schierata nel continente sudamericano. Il governo degli Stati Uniti decise di chiudere il caso e rilasciare i detenuti. Nel 1996, Michael Levine pubblicò il libro “La grande bugia bianca” in cui rivelava, con la documentazione dei suoi anni di servizio nella regione latinoamericana, la frode della guerra dichiarata dagli Stati Uniti al traffico di droga.

Le relazioni che ci portano al presente
La narrativa finora consente di fissare i punti di coincidenza col colpo di stato compiuto contro Evo e anticipare lo scenario a medio termine del Paese, almeno sul traffico di droga. In primo luogo, dimostrare le somiglianze tra i modi di operare dell’estrema destra. Luis Camacho e i “comitati civici” che iniziarono le proteste furono rivelati, al culmine dello scontro, come teppa violenta ed armata. Una volta completato il golpe, vi sono indicazioni che il capo politico crucenhista pone al servizio della repressione l’unione giovanile Crucenhista, formata da bande paramilitari, per attuare le persecuzione di figure politiche del MAS. Al culmine di take gioco, si sa da una buona fonte che le operazioni di polizia sono supportate da squadre “che non fanno parte della struttura organica della polizia”, rafforzando l’ipotesi paramilitare. Non è secondario che molti di coloro che formano la sedicente rete militare-commerciale che attaccava il governo Evo, provengono dai dipartimenti orientali o hanno legami politici con tale regione. Santa Cruz ha sfruttato il commercio di cocaina nei suoi giorni di gloria e le attività illecite contribuivano a renderla il centro economico della nazione.

I profili scelti per costituire il “governo di transizione” suggeriscono anche elementi in comune con la narco-organizzazione legata a García Meza. Prima di essere nominato da Ánhez ministro della Presidenza, Serse Justiniano Atalá lavorava come avvocato dei trafficanti di droga, una pratica comune dai primi anni ’80 dei trafficanti di droga che arrivavano anche ad occupare posizioni nelle istituzioni. Il “braccio civico” minimizzò le vulnerabilità giudiziarie e spazzò via le azioni illegali. D’altra parte, Arturo Murillo, l’informatore della DEA che verrebbe assegnato al ministero del Governo, fa ritornare la politica antidroga degli Stati Uniti per nulla neutrale nel Paese. Sembrerebbe inutile rivedere il fattore del narcotraffico nell’evoluzione dello Stato boliviano dal 1952, per sostenere l’argomento del suo coinvolgimento nell’agenda criminale, se si notano i legami mafiosi del “gabinetto” ministeriale e addirittura dell’autoproclamata presidentessa. Una via facile che il governo di fatto ci lascia. Tuttavia, è necessaria una lettura rigorosa dello sfruttamento della coca nel Paese, degli attori interni ed esteri coinvolti e del loro rapporto nella formazione di gruppi paramilitari anticomunisti aggiungendo un altro vantaggio che dia le dimensioni geopolitiche corrispondenti al colpo di Stato contro il governo di Evo Morales.

Imposte le dimissioni al presidente, ora i cospiratori in Bolivia annullano il movimento indigeno e contadino formato negli ultimi tredici anni, tornando alla vecchia via della repressione militare, mentre spazzavano via personaggi pubblici che non rispondono alla difesa dei loro interessi economici. In riferimento al passato immediato, il business oscuro delle droghe è rilevante tanto quanto le risorse naturali per i privilegi dei gruppi di potere locali ed esteri sul territorio boliviano, che ora recuperano.

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Il Messico desidera il rafforzamento della Celac

Con il desiderio di rivitalizzare le funzioni della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC), il Messico ha presentato agli ambasciatori dei paesi accreditati nell’organismo multilaterale un’agenda da sviluppare a partire dal 2020, anno nel quale assumerà la presidenza pro-tempore.

Il vice segretario messicano per l’America Latina e i Caraibi, Maximiliano Reyes Zúñiga, lo ha annunciato dal suo account in Twitter, dove si legge: «Abbiamo condiviso stamattina, giovedì 28, con i nostri ambasciatori accreditati in Messico, le proposte per la presidenza pro tempore del nostro paese della Celac 2020».

Il Governo del Messico, durante la sua presidenza desidera rinforzare lo spazio per far sì che i 33 paesi membri dell’organizzazione possano fomentare un dialogo comune, il rispetto, la soluzione pacifica dei conflitti e la difesa dei veri interessi della regione.

L’integrazione regionale e la difesa della pace in America Latina e nei Caraibi sono stati le principali motivazioni per la costituzione della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi.

L’idea iniziale per questo meccanismo intergovernativo sorse nel febbraio del 2010, durante il Vertice dell’Unità dell’America Latina e i Caraibi, realizzato a Playa del Carmen, in Messico.

Un anno dopo durante il Vertice di Caracas si costituì definitivamente la Celac, che celebrò la su prima riunione ufficiale in Cile nel gennaio del 2013.

Cuba è membro fondatore dell’organizzazione, ha assunto la presidenza nel 2014 e inoltre è stata promotrice di una Zona di Pace per la Regione, Proclama che fu accordato durante il 2ºVertice della Celac effettuato a L’Avana.

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Le esplosioni sociali come un uragano

A causa dell’estensione per gran parte della geografia nostra americana delle radicali proteste sociali, a volte gigantesche, i cosiddetti esperti nei media egemonici cercano di trovarvi una spiegazione.

Che la disuguaglianza e la povertà siano argomenti pendenti in America Latina e Caraibi, che la cosiddetta classe politica sia divorziata dalla popolazione, che esiste un deficit democratico, che non esista un solido sistema istituzionale e ciò favorisca la corruzione e l’impunità, che la generalizzata mancanza di opportunità di studio e lavoro per i giovani crei grande disagio; che le nuove tecnologie dell’informazione abbiano interconnesso il pianeta, fatto che accresce l’aspettativa di una vita migliore e che esista un’incapacità dei governi di soddisfarla.

In realtà, tutti questi problemi esistono e originano grandi ingiustizie o conflitti, ma sono effetti, senza dubbio, perniciosi, generati da altri maggiori problemi strutturali. Si insiste sull’impossibilità di arrivare ad una diagnosi generale di ciò che sta accadendo.

È vero che ci sono diversi problemi. Ogni paese ha problematiche particolari che richiedono proprie ricette per la sua soluzione. Ma ciò non significa che non ci siano piaghe strutturali sofferte, allo stesso modo, da paesi come Messico, Haiti, Honduras, Colombia, Cile, Perù, Argentina, solo per citare quelli in cui, recentemente, i popoli si sono ribellati contro lo stato di cose esistente, sia stato mediante il voto -Messico e Argentina- o con energiche manifestazioni nelle strade per rivendicare i propri diritti umani e in ripudio del sistema dominante che li conculca.

Il grave problema metodologico che imputa solo ai suddetti problemi il dramma dei popoli latinocaraibici è che elude il primissimo e più pressante dato che sta alla sua origine: la subordinazione delle nostre economie, finanze, tecnologia e modelli politici al sistema mondiale di dominio dell’imperialismo, capitanato dagli USA. Ciò ha una correlazione immediata nell’applicazione alle nazioni della Nostra America dei modelli di accumulazione capitalista vigenti in ogni fase storica. È necessario insistere sul fatto che, dal momento che è stato imposto, negli anni ’70, a ferro e fuoco nel Cile di Pinochet, questo modello di accumulazione è il modello neoliberale, rapidamente esteso ed applicato con particolare crudezza nei decenni successivi nella nostra regione, ad eccezione di Cuba, dove Fidel ed il suo popolo si rifiutarono categoricamente di accettarlo.

Un altro correlato è l’ondata fascistizzante mondiale che emana dalla crisi dell’egemonia di Washington e la sua paura di smettere di essere l’unico egemone.

Il neoliberalismo implicava, e implica, un enorme saccheggio del frutto del lavoro dei nostri popoli attraverso la riscossione del debito estero; la privatizzazione tra compari delle imprese e beni pubblici; la dittatura del Fondo Monetario Internazionale sulle economie e la vita delle persone, rafforzato dal sofisma dell’indipendenza delle banche centrali; il libero flusso di capitali speculativi, che ha ripetutamente devastato le economie nazionali; il restringimento e la privatizzazione delle agenzie governative precedentemente dedicate ai servizi pubblici, mentre crescono a dismisura le forze di sicurezza ed i loro bilanci; la socializzazione delle perdite di capitale, ergo il “salvataggio” delle banche; il contenimento dei salari e la privatizzazione dei fondi solidari pensionistici, che ha portato al perenne deterioramento del reddito dei lavoratori e dei pensionati; la mancanza di opportunità di studio ed aumento della disoccupazione, che ha cancellato la mobilità sociale; smantellamento del’agricoltura, perdita della sovranità alimentare, intronizzazione del cibo spazzatura e crisi galoppante della salute pubblica. Aggressione sistematica agli ecosistemi da parte delle miniere, agricoltura intensiva e progetti senza rispetto per l’ambiente.

In sintesi, si tratta di un sempre maggior trasferimento di ricchezza verso l’1% mediante un esproprio illimitato alla stragrande maggioranza ed un’aggressione alla vita, umana e delle altre specie.

È questa tragedia di grandi proporzioni quella che spiega le esplosioni sociali che, come un uragano, attraversano la nostra regione, sebbene anche si prefigurino nei paesi ricchi. Non è casuale che la più straordinaria, creativa e, ferocemente repressa, sia la cilena, lì dove, presumibilmente, si è ottenuto il maggior successo economico e la democrazia più matura. Ma la repressione, sempre più cruda, domina ovunque vi sia insubordinazione, come è accaduto di recente in Ecuador, Colombia e Bolivia. Sebbene l’Honduras sia servito da cavia per questo crudele ciclo repressivo dal colpo di stato contro il presidente Zelaya.

Il caso della Bolivia è estremamente scandaloso poiché lì la ribellione popolare è contro un colpo di stato fascista di manifattura USA che pretende troncare il maggior modello di successo di sviluppo economico, giustizia sociale e democrazia politica della nostra regione.

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II Dialogo Cuba-UE sulle Misure Coercitive Unilaterali

Il Secondo Dialogo di Cuba e l’Unione Europea sulle Misure Coercitive Unilaterali si realizzerà il 29 novembre a L’Avana, e l’Isola denuncerà i danni subiti per l’indurimento del blocco degli Stati Uniti.

In questo incontro, che è continuità di quello realizzato nel novembre del 2018 a Bruxelles, in Belgio, si analizzeranno gli ambiti giuridici e pratici della legislazione esistente nell’Unione Europea (UE) per arrestare l’applicazione extra territoriale di leggi imposte da terzi paesi, ha precisato Cubaminrex.

La delegazione cubana, guidata dal direttore generale dei Temi Multilaterali e il Diritto Internazionale della Cancelleria, Rodolfo Reyes Rodríguez, denuncerà l’indurimento del blocco imposto dagli Stati Uniti contro Cuba, «politica che costituisce il congiunto delle misure coercitive unilaterali d’applicazione più prolungata della storia».

L’incontro si realizza in virtù dell’Accordo di Dialogo Politico e di Cooperazione firmato tra Cuba e la UE nel 2016, e posto in vigore, in maniera provvisoria, nel 2017.

Come parte di questo dialogo, i rappresentanti della società civile cubana ed europea hanno parlato dei danni provocati da queste misure nel settore della salute.

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Il Cile resiste

Il Presidente del Cile Sebastián Piñera dichiara lo stato di guerra e la risposta corale è: “No estamos en guerra!”. Mi sorprendo ancora di sorprendermi di fronte all’indifferenza generale quando il presidente di uno stato “democratico” si dichiara in guerra contro la sua stessa gente. Sarà che ormai siamo anestetizzati da tanti movimenti di piazza, da tante rivoluzione colorate, da tante immagini di violenza e di morte da non sentirci interpellati dalla risposta dei cileni: “Non stiamo in guerra!”. Siamo anestetizzati al punto che, mentre sulla Piazza Italia gremita di manifestanti cala un silenzio mediatico assurdo, i nostri media ci informano, commossi e partecipi, della morte di un giovane dimostrante ad Hong Kong, caduto da un parcheggio durante una manifestazione, lì c‘era bisogno di un morto.

“Quello che ammiravamo del Cile non era il suo modello economico, ma il silenzio dei poveri”, questa terribile verità, ora sventolata sugli striscioni dei manifestanti, racconta tutta la verità degli ultimi cinquant’anni di storia cilena: i pochi anni di Allende, i 18 di Pinochet e i 30 di “democrazia” recuperata durante la quale nessuno ha osato cambiare la Costituzione di Pinochet. Il Cile se ne stava acquattato, esibendo indici economici fantastici nel contesto regionale in cui trionfava sui mercati con i suoi vini, la sua frutta, i suoi prodotti ben commercializzati da imprese ben protette e favorite da uno stato che aveva mantenuto la privatizzazione del rame per poter pagare molto bene la fedeltà e l’appoggio delle forze armate, uno stato sussidiario, disponibile per le imprese private. La privatizzazione dell’acqua, che in Bolivia era stata il deterrente per il grande cambiamento che ha portato alla Presidenza Evo Morales, non solo non è stata messa in discussione dai successivi governi, ma è stata difesa al di là della logica e del senso comune.

Avevo visitato il Cile un po’ di anni fa, guidata e accompagnata da Soledad Bianchi e Guillermo Núñez che avevo conosciuto nel loro esilio a Parigi. Guillermo, un quotato pittore, era stato il primo cileno a testimoniare a Ginevra sulle torture subite, Soledad è un’apprezzata docente universitaria e critica letteraria. Nella loro casa del quartiere La Florida, circondata da alberi di avocado, avevo chiacchierato con la loro donna di servizio. Contrariamente a quanto avevo visto a Buenos Aires, dove i collaboratori domestici provenivano per la maggior parte dalla Bolivia, a Santiago il personale non mancava, tutti erano rassegnati a fare due o tre lavori e non solo nel lavoro domestico; la mia amica Soledad si districava fra due o tre università private mentre la sua domestica aveva mandato il figlio in Argentina a cercare di realizzare il sogno di laurearsi in un’università statale e gratuita. La democrazia cilena ignorava il welfare, lasciava che la gente si arrangiasse nel multilavoro mentre imperava il privato, nei mezzi di comunicazione, nella mobilità cittadina, nella sanità, ovunque e dappertutto.

Mentre visitavo la casa di Neruda a Santiago, nella sottostante alameda una manifestazione veniva dispersa da alcuni, mostruosi attrezzi che vedevo per la prima volta, degli idranti potentissimi che spazzano le strade con una violenza contro la quale niente resiste; ne avevo dedotto che la democrazia cilena si era ben attrezzata per reprimere il dissenso. In altre zone della città, gli studenti delle scuole medie, detti “pingüinos” per le loro uniformi grigio scure e le camicie bianche, manifestavano contro il prezzo del trasporto pubblico. Parlo degli ultimi mesi del Governo Lagos sostituito poi da Michelle Bachelet, vittima con la sua famiglia, della repressione di Pinochet. Ma l’assetto del paese non è cambiato, la disuguaglianza è rimasta tale, il sistema ipercapitalista è stato sempre alla difesa, ha offerto crediti facili, la gente si è indebitata e per questo l’ennesimo aumento per la spettacolare metropolitana di Santiago ha acceso la miccia. Ma quello che colpisce e commuove è che cinquanta anni dopo il popolo cileno “ha resuscitato i martiri, ha resuscitato gli eroi” come ha ricordato Nicolás Maduro pochi giorni fa all’Avana. E’ emozionante risentire le canzoni che ci avevano commosso nei primi anni settanta, la voce del martire Víctor Jara invocare il diritto di vivere in pace, la tonante affermazione che “el pueblo unido jamás serà vencido”. E’ emozionante vedere la novantenne vedova di Jara, Joan, che ha sempre perseguito la verità e la giustizia, manifestare al braccio di Rigoberta Menchú lungo quell’alameda che Salvador Allende profetizzò nuovamente libera.

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Chi è José Daniel Ferrer

Cuba denuncia e smaschera la campagna di manipolazione intorno a José Daniel Ferrer.

Un servizio trasmesso dalla TV Cubana mostra la manipolazione mediatica e politica, le menzogne e lo show montato sulla vicenda di José Daniel Ferrer, un mercenario finanziato e addestrato dal governo degli Stati Uniti.

Arrestato per aver sequestrato e percosso brutalmente un altro cittadino cubano.

Ovviamente la stampa mainstream descrive Ferrer come un dissidente vittima della tirannia cubana. Andiamo quindi a vedere il suo profilo tracciato da Cubainformacion.

Ferrer è il leader di UNPACU, un gruppo finanziato dalla Cuban American National Foundation, un’entità creata a Miami nel 1981 da Ronald Reagan. Come egli stesso ha riconosciuto in un dibattito televisivo: “Chi vi finanzia?”, chiedeva il presentatore. “(Abbiamo) diverse fonti”, rispondeva Ferrer. Una, un’organizzazione di qui (Miami), chiamata Cuban American National Foundation”. “La Fondazione nazionale cubano-americana – chiarisce il giornalista Edmundo García – riceve denaro dal governo degli Stati Uniti e quindi ve lo trasmette. Pertanto sono soldi dal governo degli Stati Uniti, qualcosa di totalmente illegittimo. Se ciò che ricevi lì, a Cuba, che il governo degli Stati Uniti ti manda, accadesse al contrario, se qualcuno ti invia denaro da qui, attraverso un’organizzazione, proveniente da qualsiasi governo, russo, cinese o cubano, andresti in prigione. E andresti in prigione per 30, 40 o 50 anni. Perché questo reato è definito mercenariato”.

Louise Tillotson, rappresentante di Amnesty International, fece una curiosa difesa di Ferrer, riconoscendo che il suo “attivismo” è “a sostegno delle misure adottate dal presidente Trump” contro Cuba. Misure – ricordiamo – che oggi stanno causando una carenza di prodotti e restrizioni elettriche e di trasporto sull’isola. Sostenere la guerra economica di una potenza straniera, in qualsiasi paese del mondo, è un crimine severamente punito.

Ma no José Daniel Ferrer non è stato arrestato per questo motivo. Bensì per il rapimento e le ferite causate da un pestaggio, il 20 settembre, al cittadino cubano Sergio García, che ha denunciato i fatti.

La stampa mainstream ripete le bugie dell’ambasciata nordamericana e dei gruppi “dissidenti” che sponsorizza e finanzia: che Ferrer è stato “desaparecido”, che è stato “torturato”, che il “regime” ha introdotto un sicario con un’arma bianca per ucciderlo, che non gli vengono dati i farmaci…

Tutto il dramma dell’orrore dei “sotterranei” del “Castrismo”.

Nel frattempo, a Miami, i seguaci “democratici” di Ferrer sostengono il colpo di Stato e la dittatura imposta in Bolivia e vaticinano – per l’ennesima volta – “un effetto domino” su Cuba.

Dal Parlamento europeo, la vicepresidente per l’America Latina, Dita Charanzová, rilancia vecchie minacce: l’accordo (cooperazione europea) con Cuba recentemente firmato deve essere – ha detto – uno “strumento di pressione” per il rilascio di un “uomo ammirevole”.

Un “uomo ammirevole” la cui storia di violenza è completamente messa a tacere dalla stampa. Ferrer stesso ha legittimato una delle tante aggressioni commesse contro i cosiddetti “compagni di banda”: “Ho affrontato il diffamatore e calunniatore Roberto Ayala, e siccome non mi gusta e non voglio essere un politico tradizionale, l’ho buttato fuori di qui, ho affrontato il problema da solo e l’ho preso a pugni”.

In ogni caso, il suo crimine principale è un altro. In quale luogo del mondo sarebbe libero chi legittima e sostiene il blocco economico di una potenza, e lo fa con i soldi che riceve da questa? La risposta è chiara: in qualsiasi altro posto nel mondo, da anni il mercenario José Daniel Ferrer sarebbe già stato condannato… e in prigione.

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Venezuela, i protagonisti de la Mesa de Dialogo in audizione al Senato

A Roma l’opposizione pacifica, democratica e che critica le sanzioni Usa contro il popolo venezuelano.

Esiste un’opposizione in Venezuela che ha scelto la via pacifica, democratica e che critica il criminale blocco degli Stati Uniti e dell’Unione Europea contro il proprio paese. Esiste un’opposizione in Venezuela che critica i modi violenti, le ingerenze e i pericoli di invasione sul modello Libia che sono i principali punti di riferimento programmatici dell’altra opposizione.  Mentre conosciamo tutta della seconda, con i nostri media sempre pronti a tradurre all’istante le veline che arrivano dal Dipartimento di Stato Usa sulla barzelletta della storia Guaidò, della seconda non conoscete nulla.

Oggi a Roma, più precisamente al Senato della Repubblica italiana in audizione alla Commissione esteri, i membri di questa altra opposizione sconosciuta ai media e il rappresentante del partito che sostiene il governo del Presidente Nicolas Maduro (il PSUV), Francisco Torrealba, hanno avuto l’occasione di esporre i successi (censurati dai grandi organi della stampa) della cosiddetta “Mesa de dialogo” che in Venezuela cerca una via di pace e negoziata da venezuelani senza interferenze straniere alla complessa situazione politica ed economica nel paese.

Nel suo intervento di fronte ai senatori italiani, Francisco Torrealba, ha proprio sostenuto come il modello di riferimento scelto per il cosiddetto “dialogo Barbados-Oslo” tra il governo e le opposizioni che negli anni scorsi si sono macchiate di colpi di stato e facilitato il blocco criminale contro il proprio paese non funziona perché è un approccio delle situazioni tipiche della guerra. “Ma il Venezuela fortunatamente non è in guerra”, ha sottolineato Torrealba. In quest’approccio in cui l’accordo si raggiunge solo quando si è d’accordo su tutti è difficile trovare chiaramente una soluzione con chi da ultimo il 30 aprile scorso ha intentato con 20 militari un golpetto sparando contro una caserma dei militari. “Per fortuna altri partiti dell’opposizione hanno deciso di avviare un processo di dialogo nazionale senza essere monitorato e controllato da nessun paese esterno. Da venezuelani e tra venezuelani. In poco tempo questo dialogo ha raggiunto accordi mediati con una metodologia ben diversa dal sistema Barbados Oslo. Il nostro metodo di dialogo. Se siamo d’accordo su qualcosa lo attuiamo e in poco tempo abbiamo deciso di tornare in Parlamento, designare un nuovo potere elettorale e abbiamo concordato la liberazione di oltre 30 politici in carcere per diversi crimini commessi nei mesi scorsi”, ha proseguito Torrealba.

Particolarmente significativo il passaggio del dirigente del PSUV su Guaidò e sul fatto che i media internazionali passino solo una versione della realtà.

“Il motivo è che l’Assemblea nazionale dominata da questo G4 – Accion Democratica, Voluntad Popular, Primero Justicia e Nuovo Tempo – ha trasformato tutta questa vicenda in un business. Il deputato Guaidò ha ricevuto 1218 milioni di dollari: contabilizzando le donazioni di Trump e quelle di diversi governi soprattutto europei.  Ha risposto a noi parlamentari che non doveva nessuna spiegazione di questi soldi a nessuno. Come si sono arricchiti i suoi amici, finanziari etc grazie a questa presunta battaglia? Guaidò non risponde. “Come non risponde” – prosegue Torrealba – “sui rapporti con gli organismi paramilitari colombiani e non ci ha potuto spiegare come si è fatto fotografare con i paramilitari che squartano le persone.”

Molto significativo, nel proseguo dell’audizione, anche l’intervento dell’ex candidato alle presidenziali vinte da Nicolas Maduro nel maggio del 2018, Javier Bertucci presente come uno dei sostenitori della Mesa de dialogo in corso. “Esiste un’opposizione più radicale e una più moderata (rappresentata da noi): non vogliamo golpe, invasioni straniere e morte dei venezuelani. Crediamo in una via di pace, intese e sviluppo che meritiamo tutti come popolo.” “Chi danneggiate con le sanzioni? Maduro? No il popolo. L’urgenza è la sofferenza e il blocco criminale sta uccidendo la nostra gente.” Le parole poi di Santolo, rappresentante del partito di Henri Falcon che nelle ultime elezioni presidenziali ha ottenuto quasi  2 milioni di voti . “Se parte dell’opposizione fomentata dagli Stati Uniti non avesse martellato sull’astensione oggi ci sarebbe un presidente diverso da Nicolas Maduro”, ha sostenuto.

Un’opposizione pacifica, responsabile, democratica che critica i crimini degli Stati Uniti contro il proprio paese. Un’opposizione che vuole sconfiggere il governo del Presidente Nicolas Maduro con la via delle elezioni e non con colpi di stato, violenze terroristiche e possibili invasioni straniere. Una opposizione che insomma per i media italiani (e le sue veline) non può fare notizia.

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Le censure che non fanno notizia. Dopo Telesur anche RT viene chiusa dal regime golpista in Bolivia

Cotas, il principale operatore privato in Bolivia di tv via cavo, ha comunicato all’emittente russa RT in spagnolo che il suo segnale sarà sospeso a partire da lunedì 2 dicembre. Lo riferisce oggi RT. La decisione “è stata adottata da autorità superiori” ha dichiarato una fonte allo Sputnik.

RT subisce la stessa censura avuta una settimana fa da Telesur, a cui pure la compagnia statale Entel ha comunicato la sospensione delle trasmissioni nel territorio boliviano. Intervistato dal programma ‘El Zoom’ di RT, l’ex vicepresidente boliviano Alvaro Garcia Linera ha sostenuto che il governo ‘de facto’ della presidente ad interim Jeanine Anez non tollera le voci critiche. “Se uno è minacciato come giornalista, o per le sue parole e le sue opinioni – ha sottolineato Garcia Linera – è chiaro che non hai alcun tipo di libertà o diritto garantito. E’ questa la qualità del regime che ha costituito il golpismo della (presidente autoproclamata Jeanine) Anez, e di polizia e militari che la sostengono”.

María Zajárova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha commentato la recente decisione dell’operatore Cotas di interrompere la trasmissione di RT in spagnolo in Bolivia dal 2 dicembre. La portavoce ha definito la misura “allarmante” e ha espresso la preoccupazione di Mosca per il peggioramento della posizione dei media russi in America Latina.

Ha inoltre ricordato come il 15 novembre la trasmissione RT sia stata sospesa in Ecuador. “In entrambi i casi, le chiusure sono state fatte senza spiegazione, e in quest’ultimo caso, senza preavviso”, ha detto Zajárova.

Il rappresentante del ministero degli Esteri russo ha dichiarato che questa misura è “una conseguenza del nuovo corso annunciato” dalle nuove autorità in Bolivia. “Ci parlano di coincidenze, ma risulta essere la conseguenza di un sistema. E la prova è che [l’hanno fatto] senza spiegazioni e senza preavviso”, ha aggiunto Zajárova.

Inoltre, la portavoce del ministero degli Esteri russo ha espresso la speranza che “questi passaggi non siano dettati dal tentativo di soffocare fonti alternative di informazione che discriminano i canali russi”. Ha anche avvertito che, altrimenti, la Russia sarà costretta a “prendere in considerazione azioni come lo spostamento della Bolivia e dell’Ecuador dall’osservanza degli obblighi internazionali per garantire il libero accesso alle informazioni e la libertà di espressione”.

“È inaccettabile che i media diventino ostaggi di una situazione politica instabile, i loro diritti devono essere garantiti indipendentemente dal modo in cui coprono gli eventi politici nazionali. Chiediamo la risposta delle pertinenti organizzazioni internazionali e ONG per i diritti umani”, ha concluso Zajárova.

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I Carabineros del Cile compiono abusi sessuali sulle donne fermate. La denuncia di HRW

Human Rights Watch (HRW) ha denuniciato che in Cile sono state commesse “gravi violazioni dei diritti umani” nell’ultimo mese. Le principali conclusioni del rapporto presentato martedì confermano l’uso eccessivo della forza nelle strade e gli abusi nelle detenzioni. In tal senso, la ONG richiede una “riforma urgente” della polizia e un audit che determini i rischi connessi all’uso delle armi nelle manifestazioni.

L’organizzazione mette anche in discussione la cifra ufficiale di 23 morti durante le proteste iniziate il 18 ottobre. Il rapporto deriva dal lavoro sul campo svolto da HRW nelle ultime settimane, tra cui interviste con oltre 70 persone. Questa è il terzo segnale d’allarme al governo di Sebastián Piñera, dopo le relazioni presentate dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani e Amnesty International.

“Fattori come l’uso indiscriminato e improprio di armi antisommossa; gli abusi contro i detenuti mentre erano a disposizione delle autorità e sistemi di controllo interno poveri hanno facilitato gravi violazioni dei diritti di molti cileni”, ha denunciato José Miguel Vivanco, direttore per l’America di HRW, secondo quanto si legge nel documento.

L’organizzazione ha intervistato più di 70 persone durante due settimane di indagini a Santiago e Valparaíso tra vittime, agenti di polizia e autorità. L’agenzia afferma di aver raccolto “prove coerenti” che il corpo dei polizia dei Carabineros “hanno usato la forza eccessivamente in risposta alle proteste e ferito migliaia di persone, indipendentemente dal fatto che avessero partecipato o meno ad atti violenti”.

L’agenzia osserva che un problema particolarmente allarmante è “l’uso di fucili che sparano pallottole di gomma e piombo indiscriminatamente e che, a seconda della distanza, possono ferire gravemente coloro che si trovano nella loro vasta area di impatto”.

I fucili antisommossa hanno causato oltre 220 lesioni agli occhi documentate dall’INDH.

Il Ministero della Salute ha riferito che 16 persone hanno perso la vista totale in un occhio e 34 hanno riportato gravi lesioni che potrebbero causare la perdita totale o parziale della vista.

Gli agenti del corpo dei Carabineros hanno finora arrestato più di 15 mila persone e, secondo HRW, la forza “ha commesso abusi contro alcuni di loro. Molti detenuti sostengono di essere stati brutalmente picchiati. Un’altra delle accuse più frequenti è stata che gli agenti di polizia hanno costretto i detenuti, ragazzi e ragazze, a spogliarsi e fare piegamenti totalmente nudi nelle stazioni di polizia”, una pratica vietata nei protocolli della forza da marzo 2019.

In tal senso, gli agenti di polizia hanno maggiore propensione a costringere donne e ragazze a spogliarsi rispetto agli uomini, secondo le statistiche dell’INDH e le interviste condotte da HRW. “Un avvocato cileno per i diritti umani ci ha raccontato di un caso in cui, nonostante il fatto che uomini e donne fossero stati arrestati nelle stesse circostanze, gli agenti di polizia hanno costretto solo le donne a spogliarsi. Ha anche menzionato altri casi in cui gli agenti di polizia hanno toccato i genitali di donne dopo averle costrette a togliersi i vestiti”, afferma il rapporto.

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Assassinato dalla polizia, Dylan Cruz: lo studente simbolo delle proteste in Colombia

Lui è diventato il simbolo delle proteste in Colombia contro il Presidente Ivan Duque: dopo alcuni giorni di agonia Dylan Cruz, lo studente di 18 anni colpito alla testa da un lacrimogeno sparato a distanza ravvicinata da un agente è morto all’ospedale.

E mentre i medici comunicavano ufficilamente la morte in Colombia e in tutto il mondo sono diventate virali le immagini che mostravano quello che è stato un vero e proprio omicidio di Stato e anche il giovane esamine a terra ricoperto di sangue. Dylan è stata la prima vittima della polizia durante i 5 giorni di proteste convocate da movimenti e sindacati contro le politiche liberticide ed economiche del governo. Subito l’ufficio per i diritti umani in Colombia ha chiesto alla magistratura colobiana una indagine per accertare le responsabilità sulla morte del giovane che, ha detto l’Onu: non deve restare impunita.

Tutto però è evidente, Dylan è stato a colpito a distanza ravvicinata e mentre cercava di scappare da un poliziotto che ha preso la mira e ha sparato. Molitissime persone si sono rivesate in strada accusando la polizia dell’omicidio al grido di “assassini” e di “nessun perdono, nessun oblio”.

Il presidente Duque in un messaggio si è detto dispiaciuto per l’episodio e ha fatto le condoglianze alla famiglia. Ma in realtà la repressione è opera del suo governo e la mobilitazione popolare continua anche nel nome di Dylan Cruz.

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Sono passati 36 giorni ma l’OSA non ha ancora redatto il rapporto finale sulle elezioni in Bolivia. Perché ha denunciato brogli inesistenti?

Nel golpe che si è consumato in Bolivia un ruolo centrale è stato giocato dall’Organizzazione degli Stati Americani, la cui guida del Segretario Generale, l’uruguayano Luis Almagro, ripudiato finanche dal suo stesso partito Frente Amplio, ha incontrato molte stroncature. Da ultima quella del presidente eletto dell’Argentina Alberto Fernandez.

L’OSA chiamata dallo stesso presidente rovesciato Morales a sovrintendere e supervisionare le operazioni elettorali, non ha agito da arbitro ma con un ruolo ben preciso nell’escalation che ha rapidamente portato a compimento il golpe per rovesciare Evo Morales e installare a La Paz un governo fascista e vassallo di Washington.

Mentre l’opposizione boliviana metteva a ferro e fuoco il paese non riconoscendo il risultato di un’elezione dove il presidente uscente aveva ottenuto ben 600mila voti più del suo avversario più vicino, il liberista Carlos Mesa di Comunidad Ciudadana.

A restare nel dubbio era solo l’ipotesi ballottaggio, visto che la Costituzione boliviana prevedeva questo sia celebrato se nessuno dei candidati supera il 50% dei voti, oppure il 40% e dieci punti distacco sul candidato più vicino. Proprio lo scenario dell’ultima elezione, dove Morales è riuscito a superare di poco la soglia che gli permetteva di evitare di andare al ballottaggio con Mesa.

In questo scenario l’OSA esce con un comunicato decisamente irrituale, perché non era previsto in quella data, dicendo che erano stati rilevati dei brogli e le elezioni andavano ripetute. Gettando benzina sul fuoco di in golpe ormai avviato.

Quali sono questi brogli rilevati dall’organismo regionale? Ancora non è dato saperlo, visto che l’OSA non ha ancora reso nota la sua relazione sulla tornata elettorale boliviana.

A tal proposito il centro studi CELAG ha inviato una lettera all’OSA per sollecitare l’organismo americano a rendere noto il suo rapporto sulle elezioni e quindi le irregolarità rilevate in Bolivia che hanno portato l’organizzazione ha chiedere la ripetizione delle elezioni vinte con ampio margine da Evo Morales.

Ma per tutta risposta l’organizzazione guidata dal discutibile Almagro afferma di non avere ancora completato il rapporto. Questo ben 36 giorni dopo aver affermato che vi erano brogli e un golpe consumato.

Il CELAG aveva già esaminato il rapporto preliminare presentato dall’OSA e commentato: «I risultati dell’analisi ci consentono di affermare che il rapporto preliminare dell’OSA non fornisce alcuna prova da ritenersi definitiva per provare la presunta frode citata dal Segretario Generale».

Aggiungendo inoltre: «L’OSA ha preparato un rapporto discutibile per indurre una falsa deduzione nell’opinione pubblica: ossia che l’aumento del divario a favore di Evo Morales nella fase finale del conteggio si stava allargando a causa di azioni fraudolente e non a causa delle caratteristiche dinamiche comportamentali, sociopolitiche ed elettorali, che si verificano tra il mondo rurale e urbano in Bolivia».

Concludendo che l’agire dell’OSA consente «di affermare che la relazione preliminare dell’OSA non fornisce alcuna prova che potrebbe essere definitiva per provare la presunta frode».

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Cubainformacion: golpe al successo economico di Evo

Durante i 13 anni di governo di Evo Morales, la povertà moderata è passata, in Bolivia, dal 59 al 39% e l’estrema da 38 al 15.

L’analfabetismo è stato eliminato, con il sostegno e il consiglio di Cuba. Il salario minimo è aumentato del mille percento.

E sono stati approvati sussidi come il “Reddito Dignità” per gli anziani o il bonus scolastico “Juancito Pinto”.

Il Prodotto Interno Lordo è stato moltiplicato per quattro, con una crescita annuale di quasi il 5%.

Tutto, sotto la direzione di un sindacalista indigeno non universitario.

Che un giorno -di fronte alle pressioni di aziende, governi e media- ha osato nazionalizzare le risorse naturali del suo paese.

E questo oggi si appella alla solidarietà e resistenza antifascista … in tutto il mondo.

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