Evo Morales in Conferenza Stampa. “Sul massacro in Bolivia molti media sono come anestetizzati, non informano”

“La nazionalizzazione delle risorse è la ragione di questo conflitto. Non accettano che degli indios possano governare”.

Il presidente deposto dopo il colpo di stato in Bolivia, Evo Morales, ha riunito una conferenza stampa dal Messico cui è costretto a sfuggire dopo che il golpe ha posto a rischio la sua stessa vita. Morales davanti ai giornalisti ha dichiarato che “la nazionalizzazione delle risorse è la ragione di questo conflitto”, che ha provocato una dittatura militare di destra che attualmente ha sulla coscienza almeno 30 morti.

“Alcuni non accettano che gli indios possano governare”, ha aggiunto Morales. L’ex presidente ha spiegato i progressi della sua amministrazione nella produzione di litio e delle riserve di gas della nazione andina. e ha sottolineato che il governo de facto nel suo paese ha dato un mandato in bianco a polizia e esercito per massacrare la gente. “Hanno emesso un decreto come se avessero avuto una carta bianca per uccidere i boliviani. Ciò è stato fatto solo nella dittatura militare”, ha proseguito.

Morales ha affermato che la repressione del regime del colpo di stato ha causato almeno 30 morti e dozzine di feriti per mano delle forze armate. “Abbiamo circa 30 morti in una settimana. Questo massacro fa parte di un genocidio che si verifica nella nostra amata Bolivia”, ha dichiarato.

Morales ha anche invitato l’Organizzazione delle Nazioni Unite a denunciare e frenare “questo massacro di fratelli indigeni che chiedono pace, democrazia e rispetto per la vita nelle strade”.

Il leader in esilio ha anche invitato le organizzazioni internazionali e Papa Francesco a costituire una Commissione per la verità per chiarire cosa sia successo alle elezioni presidenziali del 20 ottobre.

Morales ha anche denunciato “che alcune organizzazioni si uniscano per dimostrare come l’OSA (Organizzazione degli Stati americani) si siano uniti a questo colpo di stato”. Secondo il presidente deposto dal golpe “dobbiamo smetterla anche di chiamare Organizzazione degli Stati Americani e chiamarla con il suo vero nome: Organizzazione del Nord”.

“Abbiamo vinto al primo turno. Ci sono rapporti internazionali che lo dimostrano”, ha proseguito Morales citando i rapporti del Cepr e del Celag che confermavano la regolarità delle elezioni nelle quali Morales ha preso 10 punti percentuali in più del secondo.

A questo proposito, Morales ha affermato di sperare che “la comunità internazionale possa contribuire e non essere come l’OAS, responsabile del colpo di stato”.

Morales ha riferito che gli Stati Uniti stiano operando politicamente per impedirgli di tornare in Bolivia. “Dal nord ci informano che gli Stati Uniti non vogliono che torni in Bolivia”, ha sottolineato.

L’ex presidente ha poi criticato il silenzio dei media mainstream sia in Bolivia che a livello internazionale, che hanno messo a tacere il massacro del popolo boliviano. “Molti media sono come anestetizzati, non informano”, ha detto.

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Bachelet si scaglia contro il Nicaragua

Mentre tace sulla brutale repressione popolare in Cile e Bolivia l’ufficio della Bachelet si scaglia contro il Nicaragua

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani mostra un certo strabismo. Infatti, mentre in Cile nell’ultimo mese, oltre 20 persone sono morte a causa della repressione della polizia e dei militari; in Ecuador, a settembre, circa una dozzina di morti per la repressione delle rivolte contro il pacchetto di misure neoliberiste decise dal traditore Lenin Moreno; in Bolivia, in una sola settimana 23 persone sono state uccise dal regime di fatto che ha rovesciato con un golpe civico-militare Evo Morales; in Colombia un leader sociale viene ucciso ogni tre giorni. L’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani che fa? Denuncia il governo del Nicaragua per l’arresto di oppositori.

Il portavoce dell’Ufficio diretto da Michelle Bachelet ha espresso nella giornata di martedì in una conferenza stampa a Ginevra, preoccupazione per la situazione dei “diritti fondamentali” degli oppositori del governo di Daniel Ortega.

Ha denunciato che la polizia circonda una chiesa a Macaya e la cattedrale di Managua, dove ci sono persone che protestano contro l’incarcerazione di manifestanti contro il governo.

Ha aggiunto che le autorità hanno arrestato e imputato di gravi accuse un gruppo di oppositori ed esortato le autorità a rispettare i diritti di tutti questi individui, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa UN News.

“Siamo anche molto preoccupati che un altro gruppo di membri dell’opposizione sia stato arrestato per aver portato aiuti umanitari e che siano stati accusati di gravi imputazioni penali”, ha affermato Rupert Colville, portavoce dell’ufficio Bachelet.

Le accuse contro di loro hanno a che fare con il traffico di armi.

Le Nazioni Unite hanno interpretato che queste accuse potrebbero essere “un tentativo di reprimere il dissenso”. Secondo le informazioni fornite da tale agenzia, “i detenuti sarebbero 13”.

Blandi avvertimenti con il regime fascio-liberista del Cile e quello golpista della Bolivia, due regimi che operano una feroce e brutale repressione contro i propri popoli in rivolta, mentre arriva un duro attacco contro il Nicaragua che fronteggia guarimbas violente sullo stile di quelle venezuelane.

A colpire è la sproporzionalità nella denuncia pubblica sugli eventi molto gravi che si verificano in America Latina.

Il discrimine è sempre lo stesso: regimi neoliberisti e vassalli di Washington hanno mano libera, mentre gli altri sono da spazzare via.

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Bolivia: cresce la frattura tra polizia e militari

“In questo momento (la notte del 17 novembre), tre operazioni repressive sono in corso nel Paese”, aveva detto uns fonte. La prima a Senkata, a El Alto; la seconda nella parte meridionale della città di Cochabamba, “in un luogo chiamato Sebastián Pagador (nel 14° distretto della città), zona di migranti in cui furono già registrati quattro o cinque feriti; e la terza nella città di Achocaya, tra La Paz e El Alto, un comune intermedio”. Denunciava che in quest’ultimo, al tempo, c’erano cinque feriti e la probabilità di un deceduto. Senkata, dei tre teatri repressivi, ebbe la maggior copertura.

Ed a El Alto (ci sono possibilità di maggiore copertura) vi sono serbatoi di gas e diesel cruciali per la luce di El Alto e La Paz in un momento in cui iniziavano a esaurirsi drammaticamente, e il governo golpista importa carburante da Cile e Perù, e secondo il quotidiano Los Tiempos de Cochabamba, veniva creato un ponte aereo per “distribuire” il cibo a La Paz e El Alto. Ma ciò che accade nella città di Sebastián Pagador e soprattutto Achocaya non gode della stessa copertura (di per sé scarsa). Ma ciò non impediva di confermare la fonte, dal mondo militare e che aveva contattato MisionVerdad (e che per motivi di sicurezza il nome restava riservato) che come molti respinge il colpo di Stato e il comportamento delle forze armate (FFAA) della Bolivia nel rovesciamento del governo e nell’insediamento dei golpisti, ora rappresentati dall’autoproclamata Jeanine Ánhez.

“Lo scenario in cui si svolgono oggi tali operazioni repressive è molto confuso, ma tutto indica che il governo ha deciso di radicalizzare la repressione, con un comportamento assolutamente arbitrario, in violazione dei diritti umani e che scatenerà nelle prossime ore una grande operazione di persecuzione politica contro ministri, vice-ministri e alti funzionari pubblici”, ammoniva in linea col tono di allerta che il nuovo ministro del governo, Arturo Murillo, presentava quando assunse il portafoglio nel gabinetto di fatto. Il 14 novembre, Murillo parla di dare la caccia ai leader e il 18 novembre, sottolineava arresti, ricerca e cattura di leader sociali e figure del governo di Evo Morales. “Questo pomeriggio potrebbero esserci 100 detenuti anche perché ci sono persone che molestano, e continueremo a trattenerle, quindi non venite a dirmi che non faccio nulla”, disse al giornale Página Siete. “Cercano leader, ministri, direttori di aziende, per fermarli e naturalmente accusarli di una serie di crimini che fanno parte della messa in scena politica per giustificare le condizioni in cui ci troviamo”, rivelava la fonte in un altro contatto quotidiano poi, confermava che “ci sono già processi aperti per sedizione, attacchi alla sicurezza dello stato, e altri crimini”. Apparentemente, il responsabile di questo aspetto del lavoro sporco sarebbe, tra gli altri, il deputato Rafael Quispe dell’Unione Democratica (UD), lo stesso partito di Ánhez e Murillo. Quispe ha già presentato una denuncia al procuratore boliviano accusando Evo Morales di terrorismo, tra un’altra serie di denunce, dossier e accuse contro figure del MAS per la presunta sponsorizzazione di attività “sediziose”. E, secondo la fonte, vi sono diverse ragioni convincenti per l’amministrazione golpista per accelerare il ritmo e spacciare l’idea che la corsa agli arresti e un’altra serie di recenti azioni politiche, che difficilmente corrispondono a un governo responsabile solo “della transizione”, non è dovuta all’urgenza di controllare la situazione che, eventualmente, gli sfuggirebbe di mano. Perché, secondo ciò che MisionVerdad sapeva dalla fonte, contrariamente al tentativo (infruttuoso) di coprire il golpe con una legittimità che ancora non riesce ad avere, il meccanismo repressivo responsabile dell’annullamento del controgolpe inizia a frammentarsi. Ciò che davanti al pubblico “buono” sembra un nuovo governo che presumibilmente copre tutti, dietro le telecamere disagio e disapprovazione per gli ultimi eventi sono un segno comune nelle forze armate e nella polizia, in un groviglio di conflitti interni, intrighi e scambi in cui s’intersecano le differenze storiche degli enti e domande sul dilagare della repressione.

A nove giorni (oggi 19 novembre) dal colpo di Stato in Bolivia, si sa sempre di più di ciò che non fu detto o fu nascosto, coll’operazione di destabilizzazione e, soprattutto, al momento del lancio del cambio di regime. La finestra che apre la fonte descrive uno scenario molto complesso, specialmente per chi oggi sostiene di detenere il potere politico nello Stato plurinazionale.

Disagio, rifiuto e defezioni nelle forze armate

“Questa è la prima volta che operazioni congiunte di natura repressiva furono condotte tra le forze armate (FFAA) e la polizia negli ultimi 20 anni. Normalmente, venivano prese decisioni politiche per l’uso di entrambi nella repressione in modo indipendente: questa è la prima volta che vengono condotte operazioni repressive congiunte”, cosa che “causava nelle istituzioni un disagio a causa del lungo conflitto interistituzionale che dura da circa un secolo” . L’inizio di tale operazione congiunta, sappiamo, fu quando l’11 e il 12 novembre la polizia di La Paz e Cochabamba fecero richiesta pubblica all’esercito di adesione ai compiti repressivi, poiché le forze di polizia erano state sopraffatte dai movimenti sociali e dalla gente in strada per rifiutare il colpo di Stato. “Tramite il generale [Williams] Kaliman, le forze armate aderirono al controllo repressivo in tutto il Paese, ma in particolare a La Paz, Cochabamba e Santa Cruz. In generale, i dirigenti intermedi presero la decisione di Kalimán con riluttanza per diversi motivi, il primo, perché ritenevano di essere entrati in un momento in cui la polizia attraversava una crisi operativa e quindi dovevamo salvarla dalla situazione critica. In questo conflitto, le forze armate furono costrette a risolvere l’incapacità della polizia che in questi anni era interessata da pratiche mafiose, corruzione diffusa e violazioni dei diritti umani; la polizia è una delle istituzioni più screditate e purtroppo si dovette uscire per sostenerla nell’ambito di tale regime golpista”, affermava la fonte. L’atteggiamento delle forze armate nella repressione è “assai poco compromesso” e genera “fratture interne”. “Si verificano diserzioni di soldati, in particolare a Cochabamba e nel dipartimento di La Paz. Nel caso di Cochabamba sono soldati che provengono dal Tropico (le aree della giungla del dipartimento), e nel caso di La Paz da El Alto: soldati che disertano per non sparare ai propri fratelli”, diceva. “D’altra parte, gli ufficiali al comando della truppa imposero che i soldati rimuovessero i percussori dai loro fucili perché non erano sicuri che i soldati intervenissero secondo gli ordini dei comandanti, ma questa sensazione di insicurezza e sfiducia nei confronti dei soldati li fecero uscire solo per mostrare le armi per dissuasione”. Nei social network emergevano come in altre parti del Paese, come Oruro, unità militari preparate furono partecipavano a marce e mobilitazioni di contadini e indigeni almeno nei Dipartimenti Andini, che di per sé erano primo segno che non tutto era sotto controllo nelle forze armate.

Un altro segno del conflitto interno era il controllo delle istituzioni travagliate. Apparentemente, uno dei fattori del disagio immediato in questo caso fu espresso dallo spostamento dell’unità della sicurezza presidenziale (USP), responsabili della sicurezza della Casa Grande del Pueblo (il palazzo presidenziale), composta da ufficiali dell’esercito. “Quando la polizia intervenne nel colpo di Stato, questa frattura si aggravò”, producendo “un sentimento molto acuto di insoddisfazione e disagio”. Ma il controllo della polizia contro le istituzioni passò alle Forze armate o ai civili non si fermava a chi controllava la sicurezza della Grande Casa”, nello stesso momento in cui i militari salvarono la polizia dalla crisi operativa, la polizia occupava alcune istituzioni civili, come il Servizia d’Identificazione Natzonale”, affermava la fonte. Non solo i politici che ebbero l’opportunità di firmare tale sfortunata pagina della storia boliviana: proprio come si dividevano le leve statali (e i loro bilanci), di seguito la polizia riproduceva lo stesso schema dell’assalto clientelare facendo ciò che poteva a detrimento dell’istituzione forse più sensibile dello Stato. “La polizia era incaricata di recuperare gli spazi perduti che il governo Evo Morales aveva praticamente tolto ad essa a causa della diffusa corruzione”, affermava la fonte. Ma un altro fantasma di maggior peso incrocia l’umore dei ranghi delle truppe: “In questi giorni la popolazione li chiama “assassini”. Questa è una definizione sprezzante che ricevono da gran parte del Paese, cosa che il Presidente Evo risolse dopo il sanguinoso massacro dell’ottobre 2003. Evo Morales riconciliò le forze armate con la società, e in particolare El Alto, dopo che furono usate da Gonzalo Sánchez de Losada “nella repressione che fece più di 70 morti e oltre 500 feriti, nella cosiddetta “guerra del gas”. Cercano di assassinarli per strada e questo metteva in discussione la decisione del generale Kaliman di chiedere al Presidente Evo le dimissioni, riassumeva la fonte.

Gelosia, intrighi e paura nella polizia nazionale

“Il problema della polizia non è minore”, affermava la fonte. “Esauriscono le riserve di agenti chimici; le munizioni anti-sommossa e raggiungono l’esaurimento nella polizia, in particolare nei dipartimenti di La Paz, Cochabamba e Santa Cruz nei giorni dell’intenso utilizzo del personale, ma senza effetti”. Un documento della polizia giunto a MisionVerdad, datato 14 novembre, conferma ciò che afferma la fonte. Era un memorandum (numero 02467/2019) che il comando generale della polizia boliviana inviò all’ufficio del colonnello Franklin Hernán Prado Alconz, direttore nazionale dell’Istruzione ed insegnamento dell’ente. “A causa della situazione sociale che attraversa il nostro territorio nazionale e allo scopo di disporre di risorse umane per ripristinare l’ordine pubblico, la sua autorità nell’ambito dei suoi poteri, deve redigere un rapporto sulla fattibilità per gli studenti dei Centri Formazione pre e post laurea presso l’Università di polizia “Mcal. (Sic) Antonio José de Sucre”, partano al più presto possibile per rinforzare le unità in servizio della polizia”, affermava il documento. Alquanto imposta, tale richiesta riprende il dispiegamento di minori e cadetti dell’esercito tedesco quando il governo nazista, vicino al crollo per l’avanzata dell’Armata Rossa, lanciò bambini e minori in difesa di Berlino, anche perché tale opportunità riguarda gli agenti di polizia specializzandi. Non si tratta della caduta di Berlino nel 1945, ma tutto sembra indicare l’inizio di un ciclo ancora meno prevedibile e volatile. Perché i problemi della polizia, l’istituzione più screditata del Paese, non si fermavano qui. Paura, insicurezza e rappresaglie della piazza alle caserme della polizia. Molti capirono cosa significasse attaccare la whiphala (la bandiera emblematica delle popolazioni indigene d’America, ufficialmente l’altra bandiera della nazione boliviana). La fonte sottolineava che “sono esposti, si sovraespongono da più di 20 giorni [di ammutinamento e repressione], c’è anche malessere generale a causa di tale sovraesposizione”. Abbassare la wiphala dal Comando generale a La Paz “generava una grave reazione contro la polizia, divenendo la vera bandiera della lotta della popolazione che vive nella parte occidentale del Paese”, la regione andina, generando anche “conflitti e controversie nel comando della polizia e tra ufficiali, sergenti e truppe della polizia”. Era pubblico, noto e diffuso che dopo 23 morti e centinaia di detenuti, il regime di Ánhez firmava un decreto supremo (DS 2082) che autorizzava il trasferimento di 34,7 milioni di bolivianos (4 milioni di dollari), indicando in modo conciso che erano “destinati all’equipaggiamento delle forze armate”, cassando il campo di applicazione di tale frase meschina. La fonte assicurava che la funzione essenziale del decreto è “far pagare i costi di mobilitazione, logistica e ciò che la polizia sospetta, le spese per ciò che chiamano “obblighi di fedeltà”. Cioè, la polizia accusava le FFAA di aver pagate dal governo un bonus fedeltà per rimanere nel dispiegamento repressivo”.

La polizia vedeva questo decreto come conferma che la componente armata dello Stato riceveva un trattamento preferenziale che le forze di polizia non ricevevano (per non parlare che mantenere i soldati sulle strade richiedeva un incentivo da milioni di bolivianos). Ma insieme al DS 2082 il governo di Ánhez emise un altro decreto, quattro giorni prima, in cui assolve l’esercito da “qualsiasi responsabilità criminale”, come risulta dal DS 4078. “La polizia oggi è tremendamente preoccupata per i risultati del dispiegamento repressivo. Fondamentalmente per il numero di morti, feriti e arresti effettuati dalle agenzie di intelligence e sicurezza della polizia. Ciò generava la paura nella polizia che il popolo rispondesse al fuoco delle unità di polizia, perseguitasse i poliziotti che vivono nella città di El Alto o nelle aree urbane. Si creava un’enorme paura e si sentivano ragionevoli dubbi nella polizia ad uscire ogni giorno per la repressione”, affermava la fonte, senza mostrare una chiara conoscenza dei militari e della sicurezza del Paese. E in quest’ultima affermazione, è essenziale osservare un fatto cruciale, più avanti: sono le agenzie di intelligence, non le truppe regolari della polizia, che effettuano la maggior parte degli arresti, costringendo il resto del corpo ad impegnarsi nelle azioni dei propri servizi, senza la necessità che le azioni specifiche di un gruppo assolvessero quelle dell’altro. Tanta cupezza contrastava col presunto tono “conciliante” con cui il nuovo capo della polizia nazionale, colonnello Rodolfo Antonio Montero Torricos, cerca di rivolgersi ai movimenti sociali e al MAS del Paese. “Se devo piegarmi a qualcuno della mia amata Bolivia e scusarmi se abbiamo offeso qualcuno, non devono che chiamarmi e io ci sarò. Voglio la pace, la pace della mente, non voglio più offese”, o “se abbiamo fatto qualcosa, se abbiamo offeso la città di El Alto, scusateci”, come se si trattasse di una lotta comunitaria e non della “politica statale” del regime di Ánhez. Queste dichiarazioni avvennero lo stesso giorno in cui l’ex comandante generale, Yuri Calderón, fu sollevato dalle sue funzioni (14 novembre): lo stesso giorno del decreto 4078 e della circolare del commando che chiedeva ai cadetti di scendere in strada dall’accademia di polizia. Tutto questo il giorno dopo che il regime di fatto sollevò i comandanti militari, tutti studenti della School of the Americas, così come i comandanti della polizia dai legami comprovati con FBI e altre agenzie federali statunitensi, come rivelato dall’investigatore Jeb Sprague di The Grayzone. Ad aggravare il conflitto interno, “c’è la disputa tra polizia e militari su chi sia responsabile degli oltre 20 decessi verificatisi fino ad oggi. La polizia accusa le forze armate di usare armi letali, le forze armate accusano la polizia di usarle e quindi c’è uno scambio di accuse tra le due istituzioni”, avvertiva la fonte.

DEA, narco-avvocati, paracos e narcodelatores: l’arteria del colpo di Stato?

Ritorniamo ai fatti su osservati: la polizia (molto riluttante) esegue la repressione con eccessi ed evita probabili responsabilità nel conteggio delle vite falciate da quando il neoregime si scatenava sulla popolazione mobilitata contro il colpo di Stato. Ma gli arresti, laddove comprovati di notte, aggressioni a case, file di detenuti e grande scorta di registrazioni fotografiche e audiovisive che rimandavano ciò che accadeva ora ai terribili anni della dittatura militare negli anni ’70 e ’80 che, secondo la fonte, furono azioni dei servizi di intelligence della polizia. Ciò sembrava suggerire una struttura operativa parallela alla catena formale di comando. “Le operazioni di polizia sono svolte dalle agenzie d’intelligence, in alcuni casi accompagnate da organismi non ufficiali, squadre non ufficiali, cioè che non erano parte della struttura organica della polizia. E, quindi, questo ci fa presumere che fosse in sviluppo una strategia di collaborazione col paramilitarismo”, affermava la fonte. E considerato quanto sopra, aveva senso che, al fine di evitare che le contraddizioni e le fratture nelle forze di polizia avessero un impatto sulla loro efficienza, o persino, date le circostanze di un’inversione politica dannosa per il regime, le forze golpiste avevano bisogno di un servizio escluso dalla razzia golpista, e che garantisse risultati favorevoli (a causa di miopia e incompetenza politica, Ánhez è chiaramente un prestanome probabilmente priva di peso reale sulla situazione). Ma quali attori farebbero parte di tale linea di azione (forse) non dichiarata?

“Fondamentalmente nella parte orientale, e in particolare nel caso di Santa Cruz, siamo stati informati che ci sono gruppi d’assalto dell’Unione della Gioventù Crucenhista ed altri provenienti da settori illegali che accompagnavano il lavoro della polizia”. Affermazione della fonte che sembrava in linea col quadro visto nei giorni del rovesciamento di Morales, quando sui social network apparvero video in cui si vedevano poliziotti, militari e armati dalle diverse uniformi o civili paramilitari (con giubbotti antiproiettile, fucili d’assalto), dopo che l’esercito rispose all’appello di aiutare la polizia a contenere le proteste: i “jijadisti” Cochabambinos gridavano “Nessuna paura!” tra gli altri slogan truculenti, un probabile lapsus pubblico che evidenzia la paura che provavano quando il controgolpe scese sulle strade e non ebbero il coraggio di affrontarlo da soli. La paura è un segno dei golpe neoliberisti.

Se tutto ciò che era detto dalla fonte è confermato, la speculazione su organigramma e stratagemma ancora più oscuri del processo del cambio di regime in Bolivia iniziava ad essere evidente, avanzando ed agendo dietro l’operazione di pubbliche relazioni con cui veniva armata la facciata del “governo”, una combinazione di opportunisti e incapaci (come Ánhez stessa?) con altri che, in aree strategiche, sono gli effettivi responsabili dell’attuazione dell’agenda fino al completamento, chiaramente a qualunque costo. Ma ciò che veniva descritto finora, dopo un tentativo di trasmettere in modo omogeneo, incassato acrobaticamente tra media boliviani e internazionali, in realtà era che una fazione cerca di reagire rapidamente contro le fratture generali che, ovviamente, non solo testimoniano ciò che è stato detto finora dalla fonte, ma gli errori di calcolo che solo per questa ragione appaiono accentuare ancora più il ruolo degli Stati Uniti nel processo prima, durante e dopo il colpo di Stato. Ad esempio, “il ministro della Presidenza (Jerjes Justiniano) aveva un’intensa attività nel buffet difendendo i narcotrafficanti ed uno degli uomini più forti, politicamente parlando, Luis Fernando Camacho”. Il traffico di droga e il secessionismo crucenho, tracciando il segno della composizione del gabinetto del regime e una delle forze “superiori” alla struttura governativa che guidano. D’altra parte, è chiaro che l’improvvisa riduzione dell’attenzione su Luis Fernando Camacho non l’esclude o l’esenta da questa fase del colpo di Stato. “Vi è la penetrazione di squadre informali e illegali che operano nei servizi d’intelligence politicamente supportati sia da Luis Fernando Camacho che dal ministro della Presidenza”. Il ministro del governo Arturo Murillo organizzava un “apparato speciale della procura” per detenere i senatori del MAS. Nelle dichiarazioni del 18 novembre, Murillo disse che per catturare le figure politiche del MAS (etichetta che verrà utilizzata contro tutti ciò che il regime considera opposizione al colpo di Stato) vengono utilizzate oltre a polizia ed esercito, “sistemi di emergenza che abbiamo armato nei giorni precedenti, privati che lavorano con me e sistemi d’intelligence nell’area”, in modo che la struttura parallela, o parastatale, eseguisse e collaborasse ad azioni molto specifiche nel colpo di Stato. “Non dobbiamo dimenticare che l’attuale ministro del governo è un complice della DEA. In realtà, il suo patrimonio fu costruito informando sul traffico di droga nel Chapare e la DEA ne fece uno delle eminenze grigie più importanti nella regione. Di conseguenza, gli finanziò le attività private, fondamentalmente attività di facciata”, secondo la fonte. “Questo spiega ferocia e brutalità nel definire i pubblici ufficiali, linguaggio che usa per minacciare e insultare, con aggettivi che usa come se questo tizzo fosse in un safari in Africa”.

Non sorprende quindi che Murillo sia voce e volto più violenti del colpo di Stato nelle istituzioni. Il linguaggio che usa, il suo profilo, l’entusiasmo con cui sottolinea il “ruolo” che Venezuela, Cuba, Russia e persino FARC giocano nella “sedizione” contro il colpo di Stato. Murillo arrestò medici cubani, cittadini venezuelani accusati di avere uniformi della polizia venezuelana e carte del PSUV, ed è difficile divorziare dalle azioni che il ministro delle comunicazioni eseguiva in parallelo, molestando e accusando i media internazionali (e non proprio i media di Castrochavisti) anche di sedizione, un’accusa che naturalmente raggiunge i media russi secondo il “piano macabro” che inserisce la lotta al golpe nelle “brezze bolivariane” già denunciate da Luis Almagro, Lenin Moreno, Iván Duque e diversi funzionari del governo cileno, responsabili dell’instabilità nei rispettivi scenari. “Questa è la natura [di Murillo], è addestrato dalla DEA solo per svolgere il ruolo che svolge in questo momento, e costui non ha scrupoli nel partecipare a squadre illegali. Certo, apre le porte all’incursione informale della DEA oggi e in futuro, e il suo ruolo sarà legittimare la presenza della DEA in uno scenario di apparente lotta a traffico di droga, terrorismo, forze violente delle FARC, ecc. ecc. Costui è un personaggio che sicuramente costruirà la trama per facilitare il ritorno di DEA, CIA ed altre agenzie statunitensi” nel Paese. Essere un narcodelatore al servizio della DEA (espulsa dalla Bolivia dal Presidente Evo Morales nel 2008) può concedere a Murillo diversi privilegi con quell’agenzia (o la CIA, poiché in queste materie non esiste, in effetti, un chiaro confine su dove una inizia e l’altra finisce), ma anche, dato il terreno su cui gioca, i gringos avrebbero dossier e registrazioni con cui ricattare tali personaggi vulnerabili o addirittura estradabili rivoltandogli la tortilla contro. Lo stesso si può dire delle connessioni anche di Ánhez e della famiglia, così lontane da Dio e così vicine all’uribismo in Colombia. Anche questo evidenzia il modello comune dei capi ricattabili giudiziarimente che arrivano al potere. Confermando un altro elemento diventato abitudine nei gruppi di potere utili agli Stati Uniti nel raggiungere i vari governi della regione. Persone nel crimine fino al collo.

I giorni passano e ogni passaggio appare sempre più angosciante per il regime di Áñez nel suo viaggio per consolidare un governo a cui venivano già concessi più attributi di uno di transizione. Naturalmente, tale gioco con forme legali e politiche è una facciata pubblica per manipolare il vuoto politico delle regole che governano uno Stato che difficilmente conquisteranno. Un altro elemento che certifica indirettamente la presenza degli Stati Uniti è la mediocrità dei calcoli fatti sullo sfratto di Evo e il “dopo che vediamo” sul resto dello Stato, la società che si oppone al colpo di Stato o che silenziosamente non l’avvalla, il Paese in particolare e la regione in generale visti nel 2019 col caso venezuelano: considerando solo l’elemento che avrebbe innescato tutto ciò che facilitasse l’ascesa di Juan Guaidó. Più sanguinoso e meno tragicomico è il caso boliviano, in cui il MAS continua a controllare i due terzi del Parlamento, il potere incaricato di nominare il nuovo tribunale elettorale nel convocare le elezioni (per legge, la presidenza non può farlo), quindi ci sono già richieste che “le forze viventi” del colpo di Stato creino un ornitorinco all’ultimo minuto che baypassi Senato e Congresso, poiché il regime ha bisogno di escludere e mettere fuori legge il MAS, costringendo le due istituzioni armate e della sicurezza del Paese ad operare, mentre si cercava di nascondere il conflitto presente da tempo tra le due forze, mentre col ritiro delle forze dalle stare ora costringeva ad usare corpi irregolari e a percorre l’autostrada dell’impunità nello svolgimento delle operazioni repressive (almeno per i militari) e ora, nonostante l’immenso supporto dei media nazionali e internazionali nel normalizzare la facciata di fronte al pubblico, le informazioni sul conflitto interno al regime golpista iniziano a trapelare, come le informazioni usate nella stesura di questo pezzo. Ciò che è stato finora rivelato a MisionVerrda non va preso come speranza che automaticamente rientra nella celebrazione (naturalmente) di qualsiasi segno di progresso del controgolpe secondo le linee già viste in Venezuela nel 2002; la storia è torbida e obbedisce al contesto in cui si sviluppa. Tutto ciò sembra, d’altra parte, certificare che la storia del colpo di Stato non è chiusa, che la situazione rimane aperta e che il nuovo (narco)regime rappresentato da Janine Ánhez non controlla tutto. Quest’ultima versione mostra che le frattura nelle forze armate e nella polizia sono capitalizzate e al centro delle operazioni repressive. E conferma ancora più drammaticamente che la maggiore battaglia che si svolge è sull’anima della Bolivia.

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Venezuela: creare l’atmosfera per un nuovo ciclo di destabilizzazione

Approfittando dello slancio del violento cambio di regime in Bolivia, gli operatori che continuamente tentano il colpo di stato in Venezuela hanno messo a punto una strategia, durante questa settimana, per lanciare un nuovo ciclo di violenza di fronte alle proteste indette per questo 16 novembre.

REINDIRIZZARE L’ATTENZIONE SUL VENEZUELA: AMMORBIDIMENTO

Dopo il colpo di stato contro Evo Morales che è stato consumato il 10 novembre con le sue dimissioni forzate dalla presidenza, l’evento successivo che ha avuto la maggiore esposizione mediatica e politica è stato l’assalto all’ambasciata venezuelana nel paese andino.

La persecuzione e l’assedio sono stati tali da costringere i funzionari ha lasciare l’edificio dell’ambasciata per proteggere le loro vite, dato che, secondo il rappresentante diplomatico Cris Gonzalez attraverso diversi audio via WhatsApp, gli oppositori armati di dinamite stavano per compiere un massacro.

Ore dopo, nel quadro del vertice BRICS in Brasile, si è verificato un evento di violenza molto simile, mettendo a rischio l’integrità della sede diplomatica e del personale venezuelano che esercita funzioni nel paese sudamericano.

In questo caso il gruppo di violenti protagonisti dell’assedio è stato respinto dalle organizzazioni popolari brasiliane, ma non prima di aver generato uno shock mediatico che serve a rallegrare gli spiriti dei golpisti in Venezuela, bisognosi di eventi con queste caratteristiche per incoraggiare i loro seguaci.

Entrambi gli assedi hanno posto il Venezuela al centro dell’agenda informativa, trasferendo tutto il peso politico e narrativo del colpo di stato in Bolivia come capitolo precedente e “ispiratore” di ciò che sarebbe accaduto in Venezuela con l’appello alle proteste violente il 16 novembre.

Questi eventi hanno costituito una fase di ammorbidimento mediatico e internazionale con l’aspirazione di creare un effetto catalizzatore sull’appello dell’opposizione venezuelana. Così la soprannominata “primavera boliviana” è stata rapidamente utilizzata per cercare di innescare un nuovo ciclo di violenza, rianimando la narrazione dei golpisti.

Il colpo di Stato in Bolivia ha delimitato la convocazione e definito gli obiettivi del 16 novembre, mentre allo stesso tempo è stata dispiegata una persecuzione contro i venezuelani per il presunto coinvolgimento nella resistenza al colpo di Stato.

Ma questo processo di ammorbidimento ha un costo.

Una dichiarazione dell’amministrazione Trump descriveva il colpo di Stato in Bolivia come un evento di importanza emisferica, poiché indicava che il colpo di Stato era un segno minaccioso per i governi del Venezuela e del Nicaragua.

Questo riorientamento forzato del colpo di stato conferma il coinvolgimento di Washington in nuovi atti di violenza che molto probabilmente si stanno preparando per un nuovo ciclo di destabilizzazione in Venezuela. Di conseguenza, il “riconoscimento” da parte di Guaidó del ruolo illegale di Jeanine Áñez è responsabilità dei consigli diretti della Casa Bianca.

SINDACALIZZAZIONE DEGLI ATTORI E COSTRUZIONE ARTIFICIALE DI UN’AGENDA “RIVENDICATIVA” PER IL COLPO DI STATO

Dal 22 ottobre la Federazione Venezuelana degli Insegnanti (FEV), uno dei più antichi sindacati del paese, attualmente spostato sull’anti-Chávezismo, ha confermato una prima richiesta di sciopero nazionale di 48 ore per chiedere un aumento degli stipendi ed altre richieste.

Questa prima chiamata non ha, a differenza di quanto previsto, interrotto la normalità del sistema educativo, ciò ha portato la leadership della FEV a raddoppiare le scommesse giorni dopo.

L’11 novembre, facendo appello a un tono da ultimatum, il FEV ha indetto uno sciopero generale degli insegnanti di 72 ore, diventando vetrina ed epicentro della chiamata del 16 novembre.

L’affermazione del sindacato è stata rapidamente incorporata come parte della narrazione del cambio di regime da parte dell’autoproclamato Juan Guaidó, che nei suoi social network e nelle sue uscite pubbliche è diventato un portavoce degli insegnanti, informando sull’andamento dello sciopero convocato.

In modo sincronizzato si aprono anche altri fronti, in un effetto domino pianificato. Il 14 novembre, quando lo sciopero della scuola non raggiungeva i suoi obiettivi (ma quelli di Guaidó sì, rafforzando il suo appello), il sindacato infermieristico ha indetto uno sciopero nazionale di 48 ore, ampliando il perimetro degli attori coinvolti nel 16 novembre.

Il sindacato dei giornalisti anti-Chavez ha anche annunciato che avrebbe partecipato alla mobilitazione, confermando l’unione e la logica delle proteste in base alle quali si articola lo scenario delle proteste e del confronto.

Senza dubbio questo ripete un modello ben noto dopo due fallite rivoluzioni colorate (2014 e 2017): la creazione di un clima di convergenza di affermazioni generali che si sovrappongono alla domanda di cambio di regime.

Quella sindacale è stata l’ultima carta che è rimasta da giocare, dato che le rivendicazioni istituzionali e insurrezionali del colpo di stato continuato (appello ai militari, convocazione di elezioni presidenziali, ecc.) Sono state rimaste con un supporto sempre più piccolo e fastidioso per Guaidó.

Pertanto hanno messo insieme un dispositivo di protesta che va oltre i loro ranghi, usando le sanzioni statunitensi economiche e sociali come trampolino. Scommettono sullo spirito di corpo di strutture preesistenti, in assenza di una massa critica in grado di rispondere alla loro chiamata.

Guaidó ha già indicato che la strada di questo 16 novembre sarà “senza ritorno”, confermando che gli atti violenti avranno un posto centrale come in altre occasioni.

Il 14 novembre Juan Guaidó ha partecipato a un’Assemblea studentesca dell’Università Centrale del Venezuela (UCV), accompagnato dalla direzione studentesca anti-Chavez. Ciò è accaduto ore prima che un piccolo gruppo di studenti affrontasse la polizia nel tentativo di superare una recinzione della polizia che cercava di mantenere il normale traffico sull’autostrada vicino all’istituzione universitaria.

I portavoce degli studenti hanno dichiarato di aver “richiesto l’autonomia universitaria”, mettendo in evidenza il tono unionista della loro partecipazione alle proteste del 16 novembre. Ma che ciò è accaduto e che gli atti che sono seguiti alla partecipazione di Guaidó all’evento all’UCV sono probabilmente legato alla consegna di attrezzature e finanziamenti per le proteste del 16 novembre.

UN “BAGNO DI POPOLO” RIUSCITO MALE E ORDINE CONTRO PRODUTTIVO

Come parte del piano marketing per il 16 novembre, Juan Guaidó ha fatto un’apparizione nella metropolitana di Caracas per fare un “bagno di popolo” per mostrarsi come un uomo del popolo amato dalla popolazione di Caracas di fronte all’opinione pubblica.

Ma l’idea è andata storta. Guaidó è stato interrogato dagli utenti della Metro, costretto a fuggire senza farsi vedere dato il clima di ostilità che ha iniziato a sentire contro la sua figura.

Un fatto che, meglio di ogni altro, contrasta con il suo posizionamento pubblico come figura che gode del sostegno maggioritario della popolazione venezuelana.

Juan Guiadó ha articolato questo scenario di proteste con uno slogan: “Se non avremo il Natale, non lo avranno neanche loro”, riferendosi al Chavismo.

L’idea di danneggiare il Natale della popolazione, in un anno segnato dalle sanzioni, è controproducente. Trasformare in un arma propria il danno ad una tradizione comune del Venezuela, non solo espone il deficit di idee che sono presenti nell’avanguardia del colpo di stato ma è un comportamento anti patriottico della classe dominante.

L’INFLUSSO BOLIVIANO E IL FATTORE POLIZIESCO/MILITARE

Come sappiamo, il fattore dei disordini della polizia e il successivo sostegno delle forze armate ai golpisti hanno rappresentato la svolta in Bolivia.

Questa influenza cerca di essere replicata e ci sono dimostrazioni tentativi dell’antichavismo per chiamare, insieme al governo degli Stati Uniti, alla sedizione militare per abbattere il governo di Nicolás Maduro. Il fallito colpo di stato del 30 aprile lo ha confermato.

Il 12 novembre è stato trasmesso un video in cui due funzionari di polizia venezuelani (dalla Colombia) hanno chiesto la “cessazione dell’usurpazione” (il rovesciamento di Maduro).

Si scopre che non solo il video è precedente a questa data, ma anche che i funzionari hanno disertato lo scorso febbraio.

Visto in questo modo è chiaro che lo scopo principale è quello di cercare di vendere l’idea che si tratti di un movimento di protesta “organici”, ma in realtà si tratta di due disertori che indossano la loro ex divisa per un video, per poi vestirsi da civile per sembrare un migrante.

Ma questa manovra di propaganda è abbastanza chiara da delineare idealmente una delle linee d’azione sulla scena del 16 novembre: forzare la sedizione di unità di polizia e militari, in stile boliviano, per integrare anche componenti armate in un ideale scenario di proteste insurrezionali.

Replicare il modello della Bolivia, che così tanto e in così poco tempo ha “influenzato” i golpisti, cercando di sopprimere le capacità di difesa dell’ordine pubblico, di favorire l’impunità dei gruppi che andranno allo scontro, di aprire la strada all’assedio di istituzioni e personalità del Chavismo e di dare forma ad un braccio armato illegale che conduca al cambio di regime, come fecero, nella fortunata occasione, l’11 aprile 2002.

Un calcolo che deve ancora essere testato, ma che è alla luce del processo di rivolta militare a Cotiza all’inizio dell’anno, l’emergere di una figura paramilitare come Óscar Pérez nel 2018 o la catena di eventi che hanno portato al fallimento del 30 aprile, rimangono un elemento di allerta.

Ma la conferma che il fattore militare (e di polizia) sarà al centro di uno scenario molto probabile di violenza di strada arriva dagli Stati Uniti. Non potrebbe essere diversamente.

Il comando meridionale degli Stati Uniti ha affermato alcune ore prima del 16 novembre: “Chiediamo all’esercito venezuelano di rispettare le disposizioni della sua costituzione e di proteggere i diritti fondamentali dei suoi cittadini. Esortiamo l’esercito venezuelano a rispettare la legge ed ha permettere ai suoi cittadini di protestare pacificamente questo fine settimana. Il comando meridionale sta monitorando attentamente la situazione in Venezuela”.

Seguendo questo stesso schema, James Story, responsabile della Venezuela Affairs Unit, (VAU), situata presso l’ambasciata americana a Bogotá, ha dichiarato: “Non solo gli Stati Uniti sostengono mobilitazioni legittime in Venezuela, tutti i paesi devono sostenerli perché è un diritto, ancor di più date le attuali circostanze nel paese”.

Le dichiarazioni aprono la strada non solo a un nuovo ciclo di pressioni contro il corpo militare venezuelano, ma a possibili operazioni di false flag che potrebbero essere tentate per una rivolta artificiale dell’esercito e della polizia venezuelani.

Questi segnali potrebbero servire da pretesto per qualche evento che apra una nuova serie di sanzioni economiche ed a minacce di intervento militare e, proseguendo con la speculazione, a seconda della loro grandezza, rendere possibile l’arrivo di componenti mercenari stranieri, sfruttando, ad esempio, un gruppo paramilitare colombiano, come Los Rastrojos.

Il presidente Maduro ha ordinato il dispiegamento della milizia nazionale bolivariana per rafforzare il lavoro di pattugliamento e protezione dell’ordine pubblico. Il presidente ha chiesto di riformare la legge FANB per concedere il rango costituzionale alla milizia, avendo annunciato il rafforzamento della sua disponibilità operativa e logistica.

Di fronte all’intensa manifestazione di segni e messaggi pubblici che vedono una continuità automatica tra la tragedia boliviana e il destino di Venezuela e Nicaragua, questo è il messaggio inviato dal governo bolivariano. All’esterno il contenuto del messaggio è inerente al tipo di minaccia, all’interno accentua, in modo dissuasivo, la consapevolezza che ha del momento. Sognare è gratuito, ma finanziare un golpe no.

Di fronte al tentativo di replicare il colpo di stato in Bolivia, il Chavismo articola nuovamente le sue capacità difensive per proteggere la pace e prevenire un nuovo ciclo di destabilizzazione.

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I Fernandez, nuovo governo in cammino in Argentina

A 21 giorni dalla cerimonia di assunzione, l’eletto presidente argentino Alberto Farnandez e la sua vicepresidentessa Cristina Fernandez profilano oggi le strategie per la tappa futura.

Effettivamente, c’è molto da fare ed il nuovo mandatario non si è fermato un secondo. Da viaggiare in Messico, a riunirsi con vari settori, ma soprattutto con un numeroso gruppo di personalità politiche e sociali per mettere in moto, un giorno dopo la cerimonia di investitura, il 10 dicembre, il piano per una Argentina senza fame.

Dopo due settimane a Cuba, a dove ha viaggiato per stare con sua figlia Florencia Kirchner, ricoverata in quell’isola, l’ex mandataria ed ora vicepresidentessa eletta Cristina Fernandez ha sostenuto un incontro di poco più di tre ore col nuovo mandatario, in cui, come hanno fatto conoscere, hanno controllato l’agenda che porteranno avanti in questo nuovo ciclo, quasi alle porte.

Siamo amici, era da due settimane che non la vedevo ed abbiamo parlato di tutto, soprattutto su come sta il paese, ha detto alla stampa il presidente eletto, dopo precisare che il Gabinetto di ministri è già essenzialmente completo.

Fino ad ora, il nome quasi confermato degli eletti dai Fernandez sarà Daniel Arroyo, che potrebbe dirigere il difficile portafoglio dello Sviluppo Sociale, uno dei più sensibili.

“Daniel è la persona che più conosce il tema sociale”, e poi ha aggiunto per scherzo che “ancora non gli ho fatto l’offerta, forse mi dice di no”.

Mentre il nuovo presidente e la nuova vicepresidentessa dell’Argentina lavorano in questa tappa di transizione, nel Congresso ci saranno anche molti cambiamenti ed il prossimo 28 novembre giureranno i 24 nuovi legislatori che entreranno alla Camera Alta, che sarà precisamente diretta da Cristina, come stabilisce la legge argentina.

Ci sarà molto lavoro dopo il 10 dicembre ed Alberto Fernandez ha già anticipato che convocherà a sessioni straordinarie. Le cose più immediate saranno discutere la legge delle leggi ed il presupposto per il 2020.

Intanto, si è saputo che prima di lasciare la presidenza, Macri programma i suoi due ultimi viaggi all’estero come mandatario, il primo in Spagna per partecipare al Vertice sul cambiamento climatico e l’altro al Vertice del Mercosur, in Brasile.

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Sette giorni di Jeanine Áñez portano la Bolivia più di 10 anni indietro

La presidente de facto della Bolivia, Jeanine Áñez, da una settimana ha assunto la conduzione il governo boliviano. Tra le proteste, Áñez ha preso una serie di misure che abbattono alcuni dei pilastri della politica del deposto Evo Morales e dei suoi 13 anni alla presidenza del paese.

Il governo di fatto che ha preso il potere in Bolivia dopo il colpo di stato contro Evo Morales, domenica 10 novembre, ha adottato in soli sette giorni diverse misure che hanno abrigato conquiste  politiche statali adottate durante i governi di Evo Morales (2006-2019) .

Juan Guaidó e Venezuela: sì, ma no

Una delle prime dichiarazioni del governo de facto di Áñez si è concentrata sul Venezuela. Il presidente ha riconosciuto l’oppositore Juan Guaidó come “presidente responsabile” del paese sudamericano e, tramite un messaggio Twitter, lo ha invitato a nominare un ambasciatore in Bolivia .

Alla fine della sua prima settimana di governo, Áñez ha fatto un ulteriore passo avanti e comunicato la sua decisione di interrompere i rapporti con il Venezuela . Il ministro degli Esteri di fatto, Karen Longaric, ha accusato la missione diplomatica venezuelana in Bolivia di “essere stata coinvolta negli affari interni dello Stato” e ha ordinato l’ espulsione di funzionari dal paese .

Chau, ALBA e Unasur

Venerdì scorso di fatto è stato anche un giorno per Longaric per annunciare il ritiro della Bolivia dall’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America – Trattato di commercio dei popoli (ALBA-TCP), il blocco fondato nel 2005 da Venezuela e Cuba e di cui la Bolivia era membro dal 2006.
L’ALBA era stata formata come alternativa bolivariana all’ALS (area di libero scambio delle Americhe), un accordo guidato dagli Stati Uniti che non ha ottenuto l’accettazione tra i paesi dell’America Latina.

Longaric ha anche riferito nella stessa conferenza stampa sulla decisione del governo de facto della Bolivia di lasciare Unasur, il blocco politico sudamericano fondato nel 2004 e che ha funzionato attivamente fino al 2018, quando Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Paraguay e Perù hanno comunicato la decisione di sospendere la loro partecipazione.

Fine della laicità. Il cattolicesimo ritorna in Bolivia

La riforma costituzionale del 2009 , promossa dall’allora presidente Evo Morales, eliminò il riconoscimento del cattolicesimo come religione ufficiale dello stato boliviano e stabilì che “lo stato è indipendente dalla religione”.

Tuttavia, tutto è cambiato nella prima settimana del governo di fatto. Lo stesso giorno della sua auto-proclamazione, Áñez si è mostrata in pubblico con una bibbia esclamando che “Lui [Dio] ha permesso alla Bibbia di rientrare nel Palazzo, che ci benedica”.

Carta bianca per militari e poliziotti

Mentre la comunità internazionale si è lamentata della cessazione della repressione contro i manifestanti contro il colpo di stato, il governo di fatto è stato inviato con un decreto che ha permesso al personale militare di reprimere senza essere giudicato in seguito per le sue azioni.

“Il personale delle forze armate che partecipa alle operazioni per il ripristino dell’ordine e della stabilità pubblica sarà esonerato dalla responsabilità penale quando, nell’esercizio delle sue funzioni costituzionali, agirà in legittima difesa o stato di necessità”, afferma il decreto.

Il decreto è stato condannato dalla Commissione interamericana per i diritti umani (IACHR), che ha affermato che viola le normative internazionali e “stimola la repressione violenta”.

Caccia alle streghe contro Evo e MAS

Sebbene il suo unico presunto obiettivo sia quello di chiedere nuove elezioni, il governo de facto guidato da Jeanine Áñez si è rapidamente impegnato in una persecuzione contro i leader del Movimento per il socialismo (MAS), che ha persino messo in dubbio la sua capacità di partecipare alle prossime elezioni.

Le minacce provengono principalmente alla bocca del ministro del governo di fatto, Arturo Murillo, che il 14 novembre ha annunciato l’inizio di una “caccia” contro l’ex ministro della Presidenza Juan Ramón Quintana “perché è una caccia, perché è un animale che sta uccidendo persone nel nostro paese “, ha detto.

“Chi cerca di fare la sedizione da domani, che stia attento”, ha minacciato Murillo. Ha inoltre informato che sarebbe stata creata una divisione della Procura per arrestare i leader del MAS che, secondo il governo di fatto, incitano alle proteste.

Parallelamente, e durante una conferenza stampa, Áñez ha affermato che la partecipazione della MAS alle prossime elezioni non è garantita, dal momento che il Supremo Tribunale elettorale “dovrà decidere se la MAS parteciperà nuovamente”.

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Bolivia, la persecuzione golpista minaccia il Congresso

La minaccia in Bolivia ora punta il potere legislativo. Il ministro del governo di fatto, Arturo Murillo, nominato dall’autoproclamata Jeanine Añez, ha annunciato che ci sono senatori e deputati “che stanno facendo sovversione” e che i loro nomi saranno resi pubblici.

La persecuzione includerebbe anche i pubblici ministeri che sono già stati convocati a tale scopo, ha denunciato la deputata Sonia Brito, del Movimento per il Socialismo (MAS) che detiene la maggioranza e le presidenze in entrambe le Camere.

Le dichiarazioni di Murillo arrivano per rafforzare la situazione di persecuzione in Bolivia. In effetti, aveva annunciato che stava iniziando una “caccia” contro tre ex funzionari del governo, e il ministro delle comunicazioni, Rosana Lizárraga, aveva denunciato e minacciato i giornalisti per sedizione.

Questo quadro è rafforzato dal decreto che che esonera i militari che partecipano alle operazioni “per ripristinare l’ordine” dalla responsabilità penale. Tale decisione è stata sostenuta dal ministro della Difesa, Fernando López, il quale ha affermato che è dovuto all’esistenza di “gruppi armati sovversivi” e “gruppi stranieri armati” con “armi pesanti”.

Con queste dichiarazioni Lopez ha voluto rispondere alle critiche della Commissione interamericana per i diritti umani, che ha messo in dubbio il “grave decreto” che “disconosce le norme internazionali sui diritti umani” e “stimola la repressione violenta”.

L’insieme delle minacce formalizza un quadro di persecuzioni e omicidi iniziati prima delle dimissioni forzate del presidente Evo Morales e del vicepresidente Álvaro García Linera. In effetti, giorni prima del colpo di Stato, c’erano già stati incendi nelle case, rapimenti di famiglie e minacce dirette a deputati, governatori e leader del MAS.

24 persone sono già state uccise in Bolivia in 5 giorni. Il rapporto è stato presentato dalla Defensoría del Pueblo e ratificato da Morales, che ha richiesto “al governo di fatto di Añez, Mesa e Camacho di identificare gli autori intellettuali e materiali”, e ha denunciato alla comunità internazionale “questi crimini contro l’umanità che non devono rimanere impuniti”.

In tale contesto, ha avuto luogo l’incontro dell’ambasciatore dell’Unione europea (UE), León de la Torre con l’autoproclamata Añez. Il facilitatore ha affermato che l’UE si offre affinché “la Bolivia possa tenere elezioni credibili il più presto possibile” e ha affermato che sosterrà il “periodo di transizione”.

Le dichiarazioni del facilitatore dell’UE coincidono con quelle dell’inviato delle Nazioni Unite, Jean Arnault, che si è offerto come mediatore per parlare con “tutti i leader e gli attori” per “pacificare” e convocare “elezioni libere”.

L’autoproclamata Añez ha anche brevemente fatto riferimento alla questione elettorale: “presto daremo notizie sul nostro mandato principale, la richiesta di elezioni trasparenti e il recupero della credibilità democratica del nostro paese”.

La mancanza di chiarezza riguardo alle elezioni coincide con il processo di attacco al potere legislativo annunciato da Murillo.

In effetti, il governo di fatto si scontra con la difficoltà che questo potere sia nelle mani della maggioranza del MAS, e la sua approvazione è necessaria per raggiungere un passo importante: la nomina di nuove autorità del Tribunale Supremo Elettorale, per poi convocare le elezioni.

Coloro che guidano il colpo di Stato si trovano di fronte a una decisione da prendere: tentare un accordo con il blocco del MAS per raggiungere l’elezione delle autorità elettorali e le nuove elezioni o avanzare sul potere legislativo. Quella seconda opzione è quella che è stata imposta con le dichiarazioni di Murillo, in quella che è una strategia di persecuzione contro deputati e senatori per forzare una decisione a favore del piano del governo di fatto.

Le minacce si realizzano all’interno del quadro che concede licenza di uccidere, impunità nel farlo, rottura dello stato di diritto, 24 morti, centinaia di feriti, e la protezione mediatica del grandi media che, in forma compiacente, negano l’esistenza di un colpo di stato Stato in Bolivia.

Questo scenario non ha fermato le massicce proteste sociali che hanno avuto luogo in diverse parti del Paese, così come quelle che sono già state annunciate. Così, per esempio, a Sacaba ha avuto luogo un massacro in cui furono uccise nove persone durante la repressione e si è deciso di chiedere “le dimissioni dell’autoproclamata presidente di fatto Jeanine Añez entro 48 ore”.

Nel municipio è stata anche approvata la richiesta di “ritiro immediato delle forze armate”, nonché ‘”l’approvazione di una legge da parte dell’Assemblea Legislativa Plurinazionale che garantisca le elezioni nazionali entro un periodo di novanta giorni”.

A El Alto anche c’è stata una massiccia protesta, una delle più complesse da affrontare per il governo di fatto: il blocco dell’accesso all’impianto boliviano di giacimenti petroliferi, a Senkata, dove escono benzina e gas liquefatto. Questa azione ha generato difficoltà di approvvigionamento nella città di La Paz, che è in uno stato di profonda anomalia da più di una settimana.

Quindi, dopo una settimana dalle dimissioni di Morales e García Linera, la Bolivia si trova in uno scenario di tre fronti: la persecuzione golpista in ciascuno dei livelli politico e sociale, la domanda su cosa accadrà nel potere legislativo e una situazione di crescenti rivolte contro il colpo di Stato. L’uscita elettorale, che sembra essere l’unico punto condiviso, sembra ancora problematica.

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Il governo golpista della Bolivia aumenta i fondi per la repressione

La presidente de facto della Bolivia, Jeanine Áñez, ha decretato un aumento di bilancio di circa 5 milioni 038 mila 126 dollari, per le forze armate (FF.AA.) per aumentare il livello di repressione contro i manifestanti che esigono elezioni generali e il ripristino del filo costituzionale interrotto con il golpe che ha rovesciato il governo di Evo Morales costringendolo a riparare in Messico.

“Il Ministero dell’Economia e delle Finanze pubbliche è autorizzato attraverso il Ministero del Tesoro generale della Nazione -TGN-, a realizzare la dotazione di bilancio di risorse aggiuntive per un importo di Bs. 34.796.098, a favore del Ministero della Difesa, destinato ad attrezzature per le forze armate”, indica il decreto di Áñez.

Intanto in Bolivia continuano massicce manifestazioni di organizzazioni indigene che chiedono le dimissioni di Áñez e chiedono nuove elezioni generali. Inoltre diversi contingenti sono arrivati a Plaza Murillo (La Paz), dove hanno espresso il loro sdegno per l’ondata fascista che ha appiccato le fiamme alla casa di Evo Morales e diversi esponenti del Movimento per il Socialismo (MAS) e la bandiera Whipala che rappresenta la lotta ancestrale dei popoli.

I parlamentari della MAS hanno riferito che una sessione programmata nella Camera dei Deputati per martedì prossimo è rinviata, a causa della mancanza di accordo con gli oppositori sull’avanzamento delle elezioni generali.

Tuttavia, il Senato terrà una plenaria per discutere di questioni di politica sociale.

Da quando il colpo di Stato è stato perpetrato contro il presidente Evo Morales, il paese soffre di destabilizzazione istituzionale e repressione militare.

Adesso il governo golpista vuole inasprire una repressione già feroce con l’aumento dei fondi alle forze armate e una legge che vuole concedere carta bianca a polizia ed esercito per la repressione delle proteste popolari. Insomma, licenza di uccidere.

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Bolivia: golpista Kaliman fugge negli USA con 1 milione di $

Il generale golpista che chiese le dimissioni del Presidente Evo Morales, Williams Kaliman, è fuggito negli Stati Uniti con un milione di dollari dato dal direttore aziendale dell’ambasciata yankee in Bolivia.

Appena 72 ore dopo il colpo di Stato Williams Kaliman se andava negli Stati Uniti senza sapere esattamente quale Stato l’avrebbe nascosto dopo aver preso un milione di dollari. Bruce Williamson, incaricato d’affari dell’ambasciata degli Stati Uniti a La Paz aveva consegnato un milione di dollari a ciascun capo militare e cinquecentomila a ciascun capo della polizia. Tra l’ammutinamento della polizia che permise il caos vendicativo contro i socialisti e gli indigeni e l’inazione dell’esercito, fu attuato il colpo di stato. Bruce Williamson avrebbe contattato e coordinato tutto da mesi nella provincia argentina di Jujuy sotto la protezione del governatore Gerardo Morales, uno dei più vicini al presidente Mauricio Macri. Kaliman fu immediatamente sostituito dall’autoproclamata presidentessa Janine Áñez e insieme agli altri capi militari se ne andava negli Stati Uniti per proteggersi da qualsiasi indagine della comunità locale e internazionale.

Williams Kaliman: golpista dell’esercito boliviano formatosi alla School of the Americas

Fino a pochi giorni fa il suo nome era sconosciuto a molti, tuttavia divenne una figura chiave nel colpo di Stato contro Evo Morales. Il capo delle forze armate promise di non sparare sulla città e ora ci portava i carri armati.
Santiago Mayor, 17 novembre 2019

Meno di un anno ci volle al generale Williams Kaliman per passare dal chiamare “fratello” l’ex- presidente boliviano, Evo Morales, a fargli un colpo di stato. Il capo delle forze armate boliviane entrò in carica il 24 dicembre 2018, in precedenza fu al comando dell’esercito. “Fratello Presidente, il privilegio più grande della mia vita mi è concesso oggi”, disse alla stampa quel giorno. Inoltre, alla fine fu chiaro che si trattava di eccesso, si dichiarò “soldato del processo di cambiamento” che elogiò molto, così come il capo di Stato. “Quella visione ed impegno possono essere compresi solo dalla preziosa esperienza acquisita dal fratello presidente nel sacro adempimento del servizio militare obbligatorio”, affermava. Anche poco prima, il 7 agosto, nell’ambito delle celebrazioni per il Giorno delle forze armate, Kaliman dichiarò: “Siamo nati dalla lotta contro il colonialismo e moriremo anticolonialisti perché è nostro orgoglio e nostra ragione di vita” . “Le forze armate appartengono al popolo e lavorano per il popolo perché sosteniamo la nazionalizzazione degli idrocarburi e le politiche statali che favoriscono i più bisognosi”, aggiunse.

Lo stesso giorno Evo propose di convertire la Scuola militare antimperialista (fondata nel 2016) in un “Comando meridionale” che difendesse gli interessi dell’America Latina e contrastasse l’agenzia omonima promossa dagli Stati Uniti. Morales evidenziava la natura internazionalista dell’iniziativa poiché quel nuovo ente militare sarebbe stato “del popolo e del popolo, non solo boliviano, ma latino-americano e mondiale”.
Rivolgendosi ai soldati, l’allora presidente disse che “il futuro è carico di nuove minacce” per la regione. “Interventi extraterritoriali, armi, blocchi finanziari, sanzioni economiche ed embarghi unilaterali di portata criminale e genocida”, facendo chiara allusione alla politica estera di Washington. Tuttavia, il fine settimana prima Kaliman fu responsabile della comunicazione della posizione dei militari di fronte alla crisi politica e sociale nel Paese, dicendo che non avrebbero sparato alla gente e avrebbero garantito la pace. Meno di 24 ore dopo, “suggeriva” al presidente di dimettersi compiendo il colpo di Stato. Il giorno dopo annunciava che le stesse forze armate che non dovevano reprimere, erano in strada coi loro carri armati nel quadro delle proteste a difesa della democrazia. Tre giorni in cui l’eclettico Kaliman espose ai suoi veri interessi.

I tentacoli della School of the Americas

Ma al di là delle sue dichiarazioni pubbliche, i precedenti di Kaliman non l’avvicinavano alla prospettiva della sovranità militare e nella difesa. Kaliman nacque a Chuquisaca il 15 dicembre 1962, studiò a Sucre e nel 1985 si laureò alla scuola militare di cavalleria. Fece una lunga carriera nelle forze armate. Prima dell’attuale posizione era comandante della Joint Task Force, addetto alla difesa militare presso l’ambasciata boliviana negli Stati Uniti, comandante della sesta divisione dell’esercito, ispettore generale dell’esercito e comandante generale dell’esercito. Completò numerosi corsi all’estero, in particolare sull’intelligence militare. Tuttavia, c’è una destinazione che si distingue sulle altre. Secondo la ONG School of Americas (SOA) Watch, che combatte per la chiusura di Fort Benning, meglio conosciuta come School of the Americas, negli Stati Uniti, Kaliman vi studiò nel 2004. Tale istituzione militare ebbe l’antecedente di essere stata il luogo d’istruzione di diversi golpisti latinoamericani negli anni ’60, ’70 e ’80 secondo la dottrina del “nemico interno”. Nel 2001 fu ribattezzata Istituto dell’emisfero occidentale per la cooperazione in materia di sicurezza (Whinsec).

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Dichiarazione ALBA-TCP contro il golpe in Bolivia

I ministri degli affari esteri e i capi delegazione dei paesi membri dell’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America-Trattato di Commercio dei Popoli (ALBA-TCP), riuniti a Managua, in occasione della VIII riunione straordinaria del Consiglio politico:

  1. Ribadiamo l’impegno illimitato dei paesi ALBA-TCP con l’unità latinoamericana e caraibica, attraverso la solidarietà, l’accordo politico e l’integrazione, nonché la difesa della nostra sovranità e l’autodeterminazione, sulla base dei principi del diritto internazionale e stabiliti nel proclama dell’America Latina e dei Caraibi come zona di pace approvati al vertice della Comunità degli Stati dell’America latina e dei Caraibi (Celac), il 29 gennaio 2014, all’Avana, Cuba.
  2. Condanniamo categoricamente il colpo di stato operato contro il governo del fratello Evo Morales Ayma, presidente dello stato plurinazionale della Bolivia, la persecuzione sproporzionata e la violenza a cui sono sottoposti i suoi ministri e altri funzionari del governo, nonché i dirigenti e le rispettive famiglie.
  3. Non riconosciamo le pretese di coloro che si autoproclamano autorità legittime, violando l’ordine costituzionale dello Stato Plurinazionale della Bolivia, in virtù del quale ogni designazione o disposizione legale è nulla.
  4. Sottolineiamo che le dimissioni del Presidente e del Vice Presidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia possono essere rese effettive solo con la decisione della maggioranza dell’Assemblea Legislativa Plurinazionale, fintanto che questo fatto giuridico-politico non si verifica, Evo Morales Ayma rimane il Presidente Costituzionale dello Stato Plurinazionale della Bolivia e Álvaro García Linera il suo vicepresidente.
  5. Chiediamo il rispetto dell’istituzionalità rappresentata dall’Assemblea legislativa plurinazionale e ribadiamo la necessità di garantire la sicurezza e il benessere dei deputati e dei senatori legittimamente eletti affinché possano riunirsi in conformità con le norme e i regolamenti.
  6. Denunciamo i gruppi oppositori dell’oligarchia boliviana, nei comitati civici che hanno il sostegno di governi stranieri, in quanto sono i soli responsabili della violenza scatenata in molte delle principali città della Bolivia, dove hanno già perso la vita decine di cittadini boliviani.
  7. Sosteniamo la volontà del presidente Evo Morales Ayma di tornare nel Paese e di convocare un grande dialogo nazionale come strumento politica per riportare lo stato plurinazionale della Bolivia alla stabilità, alla pace e, soprattutto, all’ordine costituzionale
  8. Ratifichiamo i principi universali di non discriminazione basati su nazionalità, razza, genere o status sociale, che promuovono idee suprematiste e nazionalismi, come quelli che si vedono nelle manifestazioni dei gruppi violenti guidati dai comitati civici della Bolivia.
  9. Ripudiamo le dichiarazioni del presidente del governo degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, che mostrano sia il suo sostegno al colpo di stato in Bolivia sia la minaccia ai governi legittimi, sovrani e liberi delle repubbliche del Nicaragua e Bolivariana del Venezuela A tale proposito, ricordiamo al governo degli Stati Uniti i suoi obblighi rispetto la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale.
  10. Ringraziamo il governo del Messico per il sostegno fornito al fratello presidente Evo Morales Ayma per la concessione dell’asilo politico per motivi umanitari. Sappiamo benissimo che il governo del presidente Andrés Manuel López Obrador e il popolo messicano lo ricevono a braccia aperte.
  11. Riconosciamo al presidente eletto della Repubblica argentina Alberto Fernández e la sua vicepresidente Cristina Fernández de Kirchner gli sforzi fatti per garantire la vita del presidente Evo Morales Ayma e che hanno permesso la sua partenza verso il Messico.
  12. Condanniamo le azioni di alcuni governi che hanno cercato di impedire la partenza del presidente Evo Morales Ayma dalla Bolivia, nonché gli sforzi intrapresi in modo che l’aereo dell’aeronautica messicana che lo trasportava non potesse sorvolare o atterrare nei paesi dell’America Latina, mettendo a rischio la sua sicurezza, quello dei suoi accompagnatori e dell’equipaggio messicano.
  13. Chiediamo il rispetto della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche che garantisce la protezione di funzionari e sedi diplomatiche, nonché convenzioni e trattati internazionali sui diritti umani e l’asilo.
  14. I paesi dell’ALBA-TCP si dichiarano in una sessione di consultazione permanente, con tutti i governi del mondo per valutare azioni comuni che consentano al popolo boliviano di essere accompagnato nel ripristino della legalità e nella restituzione del presidente boliviano, fratello Evo Morales Ayma.

L’Alleanza chiama alla difesa della figlia preferita di Bolivar!

Managua, 14 novembre 2019




Non una parola sul massacro in Bolivia o Cile. Ma dopo gli Usa anche la Bachelet manda pizzini preventivi al Venezuela

In Bolivia si consuma un colpo di Stato cruento. La ferocia con cui il governo golpista che si è insediato a La Paz dopo aver rovesciato con la violenza Evo Morales reprime il proprio popolo che non si arrende al golpe ha ormai raggiunto livelli inauditi.

Ci si aspetterebbe a questo punto che intervenisse con decisione e tempismo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, la cilena Michelle Bachelet il cui paese anche si sta macchiando di gravi violazioni nei confronti di un popolo in rivolta contro il neoliberismo, invece niente.

Invece, attraverso un tweet l’ufficio diretto da Bachelet invita il Venezuela a «garantire il diritto di riunione pacifica nelle proteste di oggi ed evitare atti di intimidazione contro i manifestanti, giornalisti e organizzatori».

Dunque da una parte abbiamo i golpisti che massacrano il proprio popolo nell’indifferenza generale, mentre l’ufficio per i diritti umani dell’ONU si preoccupa per una manifestazione in Venezuela che ancora deve essere svolta.

Forse sono a conoscenza di qualche particolare di cui noi non siamo al corrente?

Se l’opposizione golpista venezuelana si lasciasse andare a violenze di piazza non sarebbe certo una novità. Tutt’altro. Le manifestazioni a Caracas dell’opposizione sono state sempre segnate da un alto tasso di violenza volta a destabilizzare il paese.

di Fabrizio Verde

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Un popolo disarmato sarà sempre sconfitto

La Repubblica spagnola credeva nella democrazia parlamentare e Franco stabilì la sua dittatura. Salvador Allende credeva nella democrazia parlamentare e si ebbe Pinochet. Evo Morales credeva nella democrazia parlamentare e un colpo di Stato lo costrinse a lasciare il potere. Illustrazioni tra le tante di una legge della storia: affronta i lupi, non essere mai un agnello.

Come le precedenti esperienze, quella di Morales non era priva di difetti, ma era promettente. Nel recente periodo, nessun governo latinoamericano ha raggiunto tali risultati: crescita elevata, ridistribuzione della ricchezza, spettacolare declino della povertà. La Bolivia è il Paese latinoamericano con la più bassa percentuale di analfabeti dopo Cuba e Venezuela. Ma questi progressi sociali, basati sulla nazionalizzazione delle compagnie del gas, sono precisamente ciò che segnavano il destino di Evo Morales. Un presidente indigeno che lavora per gli umili è lo scandalo che doveva essere concluso. Assetata di vendetta, la borghesia boliviana riuscì a interrompere un esperimento progressista sostenuto dagli strati popolari. Tale trionfo temporaneo della reazione solleva ovviamente domande formidabili. Come può il governo legale di questo Paese subire, con impunità, l’incendio delle case dei suoi stessi ministri? In che modo il presidente eletto di questo Stato sovrano ha dovuto lasciare il Paese, visibilmente in pericolo? Sfortunatamente, la risposta è ovvia: questa umiliazione del potere legittimo da parte di bande faziose fu possibile solo perché era disarmato. La polizia e i capi dell’esercito boliviani, adeguatamente addestrati alla “Scuola delle Americhe”, tradirono il presidente socialista, coordinando il colpo di Stato di una senatrice di un piccolo partito di estrema destra che si autoproclamava presidente brandendo una Bibbia di dieci chili di fronte a una assemblea senza quorum! Il legittimo Presidente Evo Morales preferiva l’esilio allo spargimento di sangue, e questa scelta è rispettabile. Ma non si rinuncia a una riflessione sulle condizioni dell’esercizio del potere quando s’intende cambiare la società.

Il contrasto col Venezuela è sorprendente. Tentato a Caracas, lo stesso scenario fallì miseramente. Nonostante la crisi economica nel Paese, l’esercito venezuelano ha resistito a minacce e corruzione inaudite di Washington. Questa fedeltà dell’apparato militare alla Repubblica Bolivariana è il muro che so oppone alle mire imperialiste. Ma non è una caso: militare esperto, Chavez fece di tutto per radunare l’esercito e Maduro apprese la lezione. Il patriottismo antimperialista è il cemento ideologico della rivoluzione bolivariana. Supportata da una milizia popolare da un milione di aderenti, questa forza armata istruita ai valori progressisti protegge la Repubblica. Questo è il motivo per cui la borghesia di Washington ha cercato di assassinare Maduro, dopo aver voluto rovesciarlo con un tentativo di colpo di Stato sanguinario.

Per raggiungere degli scopi in politica, disse Machiavelli, bisogna essere sia “leone che volpe”, usando la forza e l’astuzia in base alle circostanze. Ma per usare la forza è anche necessario averne un po’. Per quanto positiva sia per la maggior parte della popolazione, una politica progressista suscita ancora odio degli abbienti. Tale odio di classe, la vera triste passione di aggrapparsi al privilegio dei predecessori, non si seccherà mai. Va riconosciuto e datarsi dei mezzi per impedirne i danni. Nelle condizioni reali della lotta politica, ciò che determina il risultato finale non è la purezza delle intenzioni, ma l’equilibrio di potere. Di fronte alla coalizione yra borghesia locale e imperialismo, i progressisti non hanno scelta che le armi: devono prenderle, ovviamente l’ideale non sarebbe usarle, contando sulla scarsa propensione dell’avversario al suicidio eroico. Per esercitare questo effetto dissuasivo, è necessario avere migliaia di volontari pesantemente armati e pronti a difendere la rivoluzione a rischio della vita. Senza dubbio un effetto collaterale della passione della sinistra contemporanea per le elezioni, ma sembra che abbia dimenticato la formula di Mao: “il potere nasce dal canna del fucile”. L’ingenuità davanti la crudeltà del mondo raramente porta al successo e il disarmo unilaterale è una forma di suicidio. Abbiamo la nostra coscienza perché rifiutiamo la violenza, ma questo nobile atteggiamento ha lo svantaggio di ridurre significativamente l’aspettativa di vita. Se uno vuole iscrivere la propria azione nei fatti e rimanere in vita per raggiungerli, è meglio rinunciare alla “visione morale del mondo”, come diceva Hegel, e affrontare la realtà. Il pacifismo raramente dissuade la bestia feroce, e non esiste bestia più feroce di questa bestia umana che è la classe dominante scossa nella propria base materiale, indebolita dalla paura e pronta a seppellire tutto per sfuggire al tribunale della storia.

Senza armi, il popolo sarà sempre sconfitto, e non è un caso che gli unici esperimenti rivoluzionari che hanno portato all’effettiva trasformazione della società abbiano accompagnato lo strumento politico con uno militare. Possiamo sempre discutere della natura e limiti di questa trasformazione. Ma se la Rivoluzione francese mobilitò i soldati dell’Anno II, Toussaint Louverture che condusse la prima insurrezione riuscita di schiavi neri nelle colonie, fu prima un generale della Rivoluzione, se la Rivoluzione Russa creò l’Armata Rossa, che sconfisse i bianchi sostenuti da quattordici nazioni imperialiste, e quindi le orde hitleriane dopo un titanico combattimento, se la Rivoluzione cinese dovette il successo del 1949 alle vittorie militari di Zhu tanto quanto alle idee di Mao, se la Repubblica socialista del Vietnam sconfisse l’apparato militare degli Stati Uniti, se il socialismo cubano deve la sopravvivenza alla vittoria inaugurale sull’imperialismo ottenuta nel 1961 nella Baia dei Porci, è perché c’è una costante verificata dall’esperienza storica: armi sì, o sconfitta. Se solo potessimo farne a meno, ovviamente, lo faremmo. Ma l’avversaria lascia una scelta? Coloro che a Washington sabotano l’economia dei Paesi in via di sviluppo che cercano di emanciparsi dalla tutela occidentale, infliggendo embarghi omicidi, finanziando bande feroci, manipolando oppositori fantoccio, importando caos e terrore, tali bestie feroci scelgono per conto delle loro vittime? Se la Cuba socialista non si fosse murata in una difesa senza compromessi delle conquiste della rivoluzione, se Castro non avesse ucciso sul nascere qualsiasi tentativo di opposizione manipolata dalla CIA, il popolo cubano oggi avrebbe il miglior sistema sanitario ed istruttivo in America Latina? In realtà, il percorso elettorale scelto dai partiti progressisti è onorevole, ma si scontra con le contraddizioni della democrazia formale. È ingenuo credere che trasformeranno la società ottenendo la maggioranza parlamentare. Perché nelle condizioni oggettive sono quelle di una società capitalista, il partito non è leale.

Sappiamo che la borghesia controlla l’economia e i media, ma pensiamo che convinceremo la gente ad aderire al socialismo. Ci concentriamo quindi sulla dedizione dei militanti nel controbilanciare l’influenza dei ricchi che hanno i media e corrompono interi settori della società per stabilire il loro dominio. Ma possiamo nominare un unico posto in cui questo scenario idilliaco si sia mai realizzato? Tale approccio si basa sul credere ingenuamente nell’obiettività del gioco democratico. Tale favola è per la politica ciò che il romanticismo all’acqua di rose è per la letteratura. Per minare il potere della classe dominante bisogna prima accettare di essere una minoranza, quindi espandere la base sociale formando alleanze, infine battere il ferro mentre è caldo. La competizione elettorale è uno degli strumenti per la conquista del potere, ma non è l’unico. E l’armamento delle classi popolari, per un movimento progressivo, non è un’opzione tra le altre, è una condizione per la sopravvivenza. La costituzione di questa forza armata popolare sarebbe inutile, tuttavia, se le fonti dell’alienazione non venissero attaccate fin dall’inizio: i mass media. Apparentemente, la maggior parte dei media boliviani appartiene ancora al colono borghese. altrettante carte da gioco, se si accetta di affidare tutte le risorse all’altra parte! Ma porre la questione della proprietà dei media significa anche sollevare la questione della proprietà dei mezzi di produzione, poiché i media sono solo i mezzi per produrre informazioni. Al fine d’invertire l’equilibrio del potere e garantire il successo della trasformazione sociale, non possiamo evitare di strappare i mezzi di produzione, compresi i media, alla classe dirigente. Senza raggiungere questo punto critico, il fallimento è assicurato. “Lo Stato”, disse Gramsci, “è l’egemonia corazzata dalla coercizione”, vale a dire l’ideologia dominante basata sulla forza militare e viceversa. Questo è altrettanto vero per uno Stato popolare la cui conquista da parte delle forze progressiste mira a trasformare la società a vantaggio degli umili.

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