Bernie Sanders: Cuba ha inviato medici in tutto il mondo

Il senatore statunitense Bernie Sanders, oggi uno dei più forti aspiranti alla nomina del Partito Democratico alle elezioni presidenziali di novembre, ha riconosciuto il ruolo di Cuba che invia “medici in tutto il mondo”.

“Sarebbe un errore non ammettere che Cuba ha fatto alcuni buoni avanzamenti nell’attenzione della salute”, ha ammesso il politico di 78 anni in un’intervista concessa al programma 60 Minuti della catena CBS e trasmessa questa domenica.

“Stanno inviando medici in tutto il mondo. Hanno fatto alcuni progressi nell’educazione”, ha sottolineato il senatore per Vermont che aspira ad affrontare il repubblicano Donald Trump nelle presidenziali del 3 novembre.

Risulta che il presentatore Anderson Cooper ha chiesto all’attuale aspirante alla nomina della forza azzurra che spiegasse i suoi commenti del 1985, quando ha elogiato alcuni dei programmi sociali implementati dal leader storico della Rivoluzione cubano, Fidel Castro.

Secondo una clip di video di più di 30 anni fa, il senatore disse in quel momento che Fidel Castro “ha educato i bambini, ha dato loro attenzione medica, ha trasformato totalmente la società”.

Benché lasciasse chiaro che il suo “socialismo” non è quello del Venezuela né di Cuba ed ha sottolineato che il tipo di società nel quale crede è in quelle che esistono in paesi come Danimarca, Finlandia e Svezia, il legislatore ha affermato che è “ingiusto dire semplicemente che tutto è negativo” sull’isola.

“Quando Fidel Castro è arrivato al potere, sa quello che ha fatto? Aveva un programma di alfabetizzazione di massa”, ha enfatizzato Sanders, riferendosi alla rivoluzione culturale che ha permesso appena in un anno (nel 1961) di sradicare l’analfabetismo e facilitare l’accesso universale ai distinti livelli di educazione in maniera gratuita nel paese caraibico.

Come era da aspettarsi, i suoi commenti hanno provocato l’ira del settore più estremista dei cubano-americani nel sud della Florida, che si oppongono a qualunque avvicinamento con l’isola caraibica.

Nel 2016, Sanders ha difeso le relazioni diplomatiche con Cuba, quello che secondo lui “porterà miglioramenti significativi nella vita dei cubani ed aiuterà gli Stati Uniti”.

Inoltre, ha reiterato la sua posizione rispetto all’eliminazione del bloqueo che, per quasi sei decadi, è stato mantenuto da tante amministrazioni sia repubblicane che democratiche.

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Da Monroe a Trump

Il presidente USA ritorna a minacciare un’azione militare contro il Venezuela e continuano i ricatti e le sanzioni contro i governi e le società che hanno legami con la nazione bolivariana e con Cuba.

Sono trascorsi più di 200 anni da quando James Monroe assunse la carica come quinto presidente USA. A differenza di Donald Trump, Monroe era stato soldato, avvocato, senatore, governatore e persino Segretario di Stato. Di Trump, nella 45a posizione dei presidenti di quel paese, oltre che miliardario ed inesperto in politica, non si conosce null’altro che non sia ripetere ciò che ha già detto dall’inventore della dottrina “America agli americani”.

Pertanto, il comune denominatore tra ciò che è accaduto nel 1823 e ciò che sta accadendo oggi, è che la filosofia del Monroe di quel tempo, è ora spolverata dal magnate Trump, con la pretesa di rendere realtà quello di convertire le nazioni dell’America Latina nel cortile di Washington.

Non deve stupire, allora, l’ultima minaccia al Venezuela con un possibile intervento militare, il recente colpo di stato in Bolivia sotto l’egida dell’OSA, l’indurimento del blocco contro Cuba, la destabilizzazione in Nicaragua e la promozione di ogni tipo di ingerenza nei paesi della regione, dove i governi democratici hanno segnato modelli di sviluppo e sovranità.

“Qui nell’emisfero occidentale siamo impegnati a mantenere la nostra indipendenza dall’intrusione di potenze espansionistiche straniere”, ha avvertito Trump davanti all’Assemblea Generale ONU, a New York, nel 2018. “E’ stata la politica formale del nostro paese dal presidente James Monroe, che respingiamo l’interferenza delle nazioni straniere in questo emisfero e nei nostri propri affari”, ha aggiunto cinicamente il presidente.

Nel febbraio dello stesso 2018, l’allora segretario di stato dell’amministrazione Trump, Rex Tillerson, ha dichiarato che “la dottrina Monroe è tanto rilevante oggi come il giorno in cui è stata scritta”.

Allo stesso modo si è pronunciato, in quella data, un altro personaggio del gruppo di falchi del magnate presidente, il defenestrato John Bolton, che ha dichiarato, in un articolo pubblicato sul sito The Hill, che “l’ingerenza russa in America Latina potrebbe ispirare Trump a riaffermare la Dottrina Monroe».

Così sta trascorrendo questo primo mandato, di chi pretende farsi rieleggere nel novembre prossimo.

Si tratta di uno stato in cui, nel 1904, l’allora presidente Theodore Roosevelt stabilì «che se un paese europeo minacciava o metteva in pericolo i diritti o proprietà dei cittadini o società USA, il governo USA era obbligato ad intervenire negli affari di quel paese per riordinarlo».

In questi casi si deve tener conto di ciò che hanno inteso ed oggi intendono i presidenti dell’impero yankee in merito a “diritti o proprietà dei cittadini o delle società USA” … La Helms-Burton ha le credenziali di tale pretesa imperiale.

Non dimentichiamo il voluminoso curriculum di azioni nelle quali Washington è intervenuta contro le nazioni latinoamericane al fine di convertirle, nuovamente, in colonie: invasioni, colpi di stato e blocchi, tra altre azioni ostili. Sebbene all’epoca negassero la loro partecipazione ai rovesciamenti dei governi, i documenti declassificati, anni dopo, dalle loro stesse istituzioni, rivelano il contrario.

Recentemente, il portale digitale USA Bloomberg ha pubblicato che “gli USA continuano a pensare all’opzione militare per rovesciare il presidente venezuelano Nicolás Maduro”.

In un articolo, apparso venerdì scorso, si cita un funzionario dell’ “amministrazione Trump” che assicura che “il presidente è frustrato dal fallimento delle sue pressioni contro Nicolás Maduro ed ora ritorna a pianificare l’opzione militare, includendo un blocco navale”.

Per ricordare Monroe e la sua “dottrina”, Trump ha lanciato minacciosi avvertimenti alle aziende che continuano a fare affari con il Venezuela, come la India Reliance Industries; Repsol, Spagna; Chevron, USA, e diversi vettori della Grecia.

Secondo l’anonimo funzionario citato da Bloomberg, “Washington continua ad applicare la cosiddetta dottrina Trump”, il cui obiettivo è promuovere governi affini nella regione. Lo stesso sito afferma che “Venezuela, Cuba e Nicaragua sono i principali paesi che impediscono a tale amministrazione USA di plasmare le disposizioni di questa dottrina Trump”. Niente di più simile a quello che Monroe promulgò 197 anni fa.

Nel contesto

Colpi di stato sostenuti dagli USA in America Latina e nei Caraibi tra il 1948 e il 2019.

Venezuela 1948 e 2002

– Il 24 novembre 1948 fu deposto l’allora presidente Romulo Gallegos.

– Fallito colpo di stato contro il presidente Hugo Chávez, l’11 aprile 2002.

Paraguay 1954

– In maggio, il generale Alfredo Stroessner guidò un colpo di stato contro il presidente Federico Chaves ed istaurò una sanguinosa dittatura.

Guatemala 1954

In giugno, colpo di stato contro il presidente guatemalteco Jacobo Árbenz.

Repubblica Dominicana 1963

– In settembre, l’allora presidente Juan Bosch fu rovesciato.

Brasile 1964

– Il 31 marzo, colpo di stato contro il presidente João Goulart, dopo di che fu inaugurato un periodo di 21 anni di dittatura.

Argentina 1966 e 1976

– Nel giugno 1966, il presidente Arturo Illia fu rovesciato da un colpo di stato.

– Nel 1976 si verifica un altro colpo di stato, questa volta contro l’allora presidente María Estela Martínez de Perón.

Bolivia 1971 e 2019

– Il 21 agosto 1971, Hugo Banzer Suarez guidò il colpo di stato.

– Colpo di stato contro il presidente rieletto Evo Morales, il 10 novembre 2019.

Uruguay 1973

– Juan María Bordaberry, con il sostegno della CIA, istituì un governo di fatto.

Cile 1973

– Colpo di stato militare contro Salvador Allende, guidato da Augusto Pinochet con il pieno sostegno della CIA.

El Salvador 1979

– Il 15 ottobre, il presidente Carlos Humberto Romero fu rovesciato. Questo episodio generò una successiva guerra civile che è durata per 12 anni e lasciò almeno 70000 morti ed altre migliaia di scomparsi.

Panama 1989

–Il 20 dicembre, intervento diretto di oltre 20000 soldati USA. Rovesciamento del presidente e massacro della popolazione civile.

Perù 1992

– Il 5 aprile, l’allora presidente Alberto Fujimori realizzò un “auto colpo di stato” nel suo paese, con il sostegno delle forze armate.

Haiti 2004

– Il 29 febbraio, il presidente Jean-Bertrand Aristide fu costretto a lasciare il suo paese.

Honduras 2009

– A giugno si perpetrò un colpo di stato contro il presidente Manuel Zelaya

di Elson Concepción Pérez – granma.cu

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Legge Helms-Burton: gli Stati Uniti negano l’entrata nel paese agli imprenditori spagnoli con vincoli commerciali con Cuba

La rivista Preferente ha pubblicato che il governo degli Stati Uniti ha reiterato le sue minacce vietando l’entrata agli imprenditori della Spagna che mantengono vincoli commerciali con Cuba, con l’appoggio del III Titolo della Legge Helms- Burton.

Il governo degli Stati Uniti ha reiterato le sue minacce con la proibizione dell’entrata nel paese agli imprenditori spagnoli che mantengono vincoli commerciali con Cuba, appoggiati dal III Titolo della Legge Helms – Burton.

La rivista Preferente ha pubblicato che il governo degli Stati Uniti ha reiterato le sue minacce vietando l’entrata agli imprenditori della Spagna che mantengono vincoli commerciali con Cuba, con l’appoggio del III Titolo della Legge Helms- Burton.

La pubblicazione ha reso noto che dirigenti di circa una cinquantina d’imprese con interessi a Cuba, hanno ricevuto lettere firmate dal Dipartimento di Stato nordamericano, con la proibizione d’accesso al territorio statunitense, anche se vi possiedono proprietà.

La decisione dell’amministrazione della Casa Bianca estende a questi imprenditori il veto imposto al CEO della catena Meliá Gabriel Escarrer, informazione diffusa al principio di febbraio e firmata l’11 ottobre dell’anno scorso.

Così come la decisione del governo, altre azioni legali hanno mantenuto il loro corso dall’inizio dell’ anno contro gli investitori spagnoli in Cuba, per il reclamo di una famiglia sull’uso di uno degli hotel amministrati della Meliá nell’Isola dei Caraibi.

Nonostante l’inedita pressione degli Stati Uniti contro i grandi albergatori spagnoli, gli investitori mantengono il loro fermo appoggio al turismo dell’Isola grande delle Antille.

Come parte della sua crescente ostilità verso Cuba, l’amministrazione di Donald Trump ha attivato il 2 maggio del 2019 il III Titolo della Legge Helms – Burton del 1996.

Questa norma permette agli statunitensi di fare causa nelle corti nordamericane contro persone e entità anche di paesi terzi, che investono in territorio cubano in proprietà nazionalizzate dopo il trionfo della Rivoluzione, il 1º gennaio del 1959.

Gli esperti sostengono che l’applicazione del testo è in contraddizione con il diritto internazionale dato che questo acapite assegna autorità a reclamanti cubano-americani che al momento della nazionalizzazione delle proprietà erano cittadini cubani.

Nel settembre scorso la Meliá ha ottenuto una sentenza a suo favore nelle corti, quando la giustizia spagnola ha ordinato d’archiviare nel paese europeo una denuncia sporta dalla famiglia Sánchez-Hill, sul presunto sfruttamento di uno delgli hotels in Cuba.

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Quanto spendono gli Stati Uniti in ogni missile o bomba che lanciano?

Non è nessun segreto che gli USA investono importanti somme nella difesa, ma quanto costa ognuno dei loro missili ed altri approvvigionamenti lanciati dall’aria? Questa è la domanda che si fa il portale The Drive che raccoglie i prezzi unitari medi che diversi rami delle forze armate statunitensi pensano pagare per differenti armi nell’anno fiscale 2021, come appaiono raccolti nei documenti preventivi ufficiali.  

Il portale precisa che i prezzi per unità possono variare considerevolmente dipendendo da vari fattori, come il volume dell’ordine; succede magari che servizi diversi possono alla fine pagare quantità diverse per le stesse armi, così come un solo servizio può pagare differenti quantità per le stesse munizioni nel preventivo di base e nel preventivo supplementare di Operazioni di Contingenza all’estero.

L’arma più cara della lista è il missile anti-radar a lungo raggio AGM-88G AARGM-ER, il cui prezzo si stima in 6,1 milioni di dollari per unità. Il nuovo missile anti-nave a lungo raggio, o AGM-158C LRASM, costa quasi quattro milioni, mentre il prezzo di un AGM-114 Hellfire varia tra i 45 000 dollari per l’Armata ed i 213 000 per l’Esercito.

Missili aria-aria

AIM-9X Sidewinder (Forza Aerea): 472 000 dollari

AIM-9X Sidewinder (Armata): 430 818 dollari

AIM-120 AMRAAM (Forza Aerea): 1 095 milioni di dollari

AIM-120 AMRAAM (Armata): 995 018 dollari.

Missili aria-terra

AGM-88G AARGM-ER (Armata): 6 149 milioni di dollari

AGM-114 Hellfire (Forza Aerea): 70 000 dollari

AGM-114 Hellfire (Esercito): 213 143 dollari

AGM-114 Hellfire (Armata): 45 409 dollari

AGM-158 JASSM (Forza aerea): 1 266 milioni di dollari

AGM-158C LRASM (Forza aerea): 3 960 milioni di dollari

AGM-158C LRASM (Armata): 3 518 milioni di dollari

AGM-179 JAGM (Esercito): 324 805 dollari.

AGM-179 JAGM (Armata): 243 281 dollari.

Bombe guidate di precisione

GBU-39/B (Forza Aerea): 39 000 dollari

GBU-53/B StormBreaker (Forza Aerea): 195 000 dollari

GBU-53/B StormBreaker (Armata): 220 916 dollari

JDAM (Forza Aerea): 21 000 dollari.

JDAM (Armata): 22 208 dollari.

Come sottolinea The Drive, i prezzi delle munizioni lanciate dall’aria sono una questione interessante da considerare, specialmente tenendo in conto quante di loro sono usate dall’Esercito degli USA ogni anno. Solo nel 2019, gli aeroplani militari statunitensi hanno usato 7 423 munizioni di vari tipi in Afghanistan ed altre 4 729 in Iraq e Siria, secondo dati ufficiali. Dall’inizio dell’anno, hanno utilizzato già 415 e 68 armi in queste stesse aree, rispettivamente.

di RT

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L’interferenza degli Stati Uniti in Bolivia. Complicità di Argentina, Cile e altri Paesi

Il 21 novembre si videro truppe speciali, consiglieri e gruppi mercenari stranieri agire a fianco delle forze armate e di sicurezza della Bolivia reprimendo il popolo disarmato nel contesto del colpo di Stato contro il governo del Presidente Evo Morales. Le indagini indicano i confini permeabili del Paese con Argentina (allora sotto il governo di Mauricio Macri), Cile, Brasile e Paraguay, secondo i ricercatori su “militarizzazione e intervento nel 2018”. “L’intimidazione della Bolivia installando basi e con azioni al confine con Cile ed Argentina avviene in un processo accelerato di provata militarizzazione del continente e questo è il motivo delle visite del vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, in Sud America e di James Mattis, ex-segretario alla Difesa, in entrambi i Paesi prima che venisse sostituito a luglio da Mark Espert, secondo i ricercatori del rapporto “Bolivia in the US Military Views”. A Mattis viene attribuito l’ordine del ministro degli Esteri cileno Roberto Ampuero di coordinare la distruzione finale di Unasur (Unione delle nazioni sudamericane) prima della visita ufficiale in Cile nell’agosto 2018, quando l’Assemblea popolare del Puna, nella provincia argentina di Jujuy, denunciò e avvertì sulle incursioni militari statunitensi nella Quiaca (confine con la Bolivia) che si verificarono dopo la firma di un accordo tra il governo di Mauricio Macri e la Guardia Nazionale georgiana per installare una base segreta al confine con la Bolivia, anche non lontano da dove si trova il litio argentino, cileno e boliviano.

Il 19 agosto dell’anno scorso, il Cile annunciò la creazione di un gruppo di lavoro permanente per “affrontare il crimine nella macroarea del confine con la Bolivia, composto da rappresentanti dei Carabineros, Capi di stato maggiore congiunti e ministeri della pubblica sicurezza e interni ad Iquique”. Questo fu anche l’argomento avanzato dal presidente uscente Mauricio Macri, che insieme a Brasile e Cile reindirizzò il ruolo delle forze armate ad intervenire sulla sicurezza interna, tornando al loro ruolo negli anni ’70 e ’80. In Argentina, all’esercito fu assegnato un ruolo logistico per “sostenere le forze di sicurezza”, in particolare ai confini settentrionali. Nell’indagine di sopra, si menziona anche che la militarizzazione permanente dei confini argentino e cileno con la Bolivia coincise con l’ingresso della società nordamericana “Ensorcia Metals” a cui Argentina e Cile concessero la fabbricazione delle loro batterie al litio. Inoltre, analizzando la geopolitica del litio nella regione, la Bolivia, che ha il più grande giacimento di litio, creò una società statale per l’industrializzazione del litio in collaborazione con aziende europee. “La geopolitica del litio cambiò profondamente da una situazione estremamente complicata a una situazione estremamente pericolosa per le economie e la pace regionale”. La decisione sovrana della Bolivia è citata come una delle ragioni per cui gli Stati Uniti accelerarono il colpo di Stato nel Paese. Una serie di accordi firmati tra il Comando meridionale e altre istituzioni militari e di intelligence statunitensi col governo Macri aumentò la presenza militare degli Stati Uniti nel Paese, con una preponderanza al confine con la Bolivia, zona attivata dal 2018.

Tra il 20 e il 31 agosto dell’anno scorso, il governo boliviano reagì alle grandi manovre militari “Stella del Sud” effettuate ai confini di Argentina e Cile con la Bolivia. L’uso di elicotteri, aerei, paracadutisti, veicoli corazzati e truppe sembrava la prova per l’invasione della Bolivia, causando preoccupazione al Presidente Evo Morales. Nelle manovre cileno-nordamericane ad Antofagasta (Cile) c’erano 1100 truppe e altrettanti in Argentina, presumibilmente con l’obiettivo di creare “task force congiunte per operazioni speciali” sotto la direzione del comando meridionale Evo Morales era preoccupato dalla presenza militare degli Stati Uniti e ancora più quando i diplomatici argentini confermarono che il governo Macri aveva deciso di installare un’unità militare ad Abra Pampa, Jujuy, a 70 chilometri dal confine boliviano. E sebbene dicessero che non avevano bisogno di militari di altri Paesi grazie alla capacità dei militari argentini, il comando meridionale già costruiva una base nella provincia di Neuquén, vicino ai giacimenti di Vaca Muerta nel sud e anche altre basi a Usuhaia, Tierra del Fuego, e anche la DEA nella zona argentina della Tripla Frontiera, come annunciò pubblicamente l’ex-ministra della Sicurezza Patricia Bullrich. Il Presidente Evo Morales espresse preoccupazione su twitter prima delle manovre del 2018 e denunciò le esercitazioni militari tra Cile e Stati Uniti nella regione di Antofagasta come minaccia imperialista contro la pace regionale. “Le truppe statunitensi in America Latina non garantiscono dignità o sovranità. Viviamo in tempi di liberazione dei popoli e non di subordinazione agli imperi”, aveva scritto Evo. Il 24 agosto 2018, il Presidente Morales aveva criticato Macri per aver intimidito la Bolivia coll’eccessiva militarizzazione dei confini. “Non sono d’accordo con ciò che l’Argentina ha fatto in questi giorni, militarizzando il confine con la Bolivia, a La Quiaca, di fronte la città boliviana di Villazón”. Al tempo ricordò che basi militari statunitensi come quelle promosse dall’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) non sono sinonimo di liberazione, dato che sono sinonimo di furto, saccheggio e confinamento in guerra. La risposta dell’ex-ministro della Difesa Oscar Aguad, che firmò ogni sorta di accordi militari cogli Stati Uniti senza approvazione del Congresso, affermò che il piano argentino di schierare militari al confine settentrionale faceva parte del programma del governo Macri per fornire supporto logistico alle forze di sicurezza nella lotta al traffico di droga ed era una decisione sovrana dell’Argentina. Niente di tutto ciò giustificò il dispiegamento di altri 500 militari al confine settentrionale, rafforzando l’operazione che prevedeva il spiegamento globale di tremila militari. E questi movimenti di truppe da metà settembre ai primi di ottobre fu scioccante nel 2019. La Bolivia sapeva della presenza di forze speciali e di rapido dispiegamento del comando meridionale insieme all’esercito argentino e cileno.

Ora è noto che il treno Belgrano Cargas, prima sospeso per 35 anni, trasportava armi dall’Alto Córdoba, presumibilmente destinate a tali ultime manovre a Jujuy, inviando 21 veicoli per le truppe destinate alla IV Esercitazione Vicuña all’orizzonte, nel cosiddetto Operativo Norte e col battaglione delle forze di spiegamento rapido formato dai militari del comando meridionale, addestrati “ad agire di fronte a una minaccia o un’emergenza”.

È impossibile ignorare le coincidenze tra il viaggio di Ivana Trump, figlia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, a Jujuy all’inizio di settembre 2019, soprattutto in vista dell’insolito entourage che l’accompagnò, inclusi 2500 agenti federali, secondo le informazioni da Jujuy e di importanti funzionari statunitensi come il vicesegretario di Stato, e gli incontri a cui parteciparono i capi dell’opposizione in Bolivia. Presumibilmente tale viaggio di Ivana Trump era per visitare una ONG femminile, creata nell’ambito di un’organizzazione di “aiuto” con cui viaggia nel mondo. Tutto ciò era una “facciata sociale” che nascondeva altri obiettivi. In effetti, diede pubblicamente al governatore della provincia di Jujuy 400 milioni di dollari presumibilmente per le “infrastrutture”. A novembre, al culmine del colpo di Stato, si diffusero voci sulla complicità del governatore di Jujuy col colpo di Stato contro Evo e varie indagini sulle armi che attraversavano i confini di Cile e Argentina per la Bolivia, così come la presenza di truppe speciali, non potevano essere ignorate. In effetti, si sospetta che parte delle armi inviate alle suddette manovre suscitassero una serie di indagini e un gruppo di analisti prepara un rapporto per richiedere le dovute spiegazioni sul coinvolgimento di Argentina, Cile e altri Paesi vicini nel colpo di Stato contro Evo Morales, mentre nascondevano la partecipazione militare degli Stati Uniti con le proprie forze.

* Corrispondente per La Jornada in Messico.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Trump e i falchi di Miami colpiscono duro a Cuba

Lunghe code alle pompe di benzina come pure di fronte a negozi alimentari e a quelli che vendono prodotti per la casa, dai detersivi alla carta igienica. Le nuove misure di guerra economica adottate contro l’isola dall’amministrazione Trump colpiscono duro. E in una fase in cui Cuba si trova ad affrontare anche una drammatica crisi di liquidità.

Dallo scorso fine settimana vi è di nuovo scarsezza di carburante, specialmente diesel. In questo caso però, a differenza di quanto accaduto alla fine dell’anno scorso, il governo non ha emesso comunicati per spiegare se si tratta di una «crisi contingente» o se si adotteranno misure di razionamento. Molti abitanti dell’Avana si sono accorti della situazione dagli allarmi comparsi nelle reti sociali – WhatsApp o Telegram – da parte di gruppi che si scambiano informazioni su quali stazioni di servizio hanno ancora carburante o sul probabile arrivo di un camion cisterna.

Solo martedì il quotidiano del Pc Granma ha pubblicato un articolo (Los gringos cierran la llave para culparnos) per spiegare che la nuova crisi di carburante deriva dal blocco statunitense alle navi cisterna dirette all’isola. In generale la tesi è accettata dalla popolazione, ma certo con molta ansia e una crescente quota di malumore. A questa situazione si aggiunge infatti a una scarsezza di forniture alimentari basiche – pollo, riso, fagioli neri, latte – e di prodotti per la pulizia. E le nuove forniture comportano un preoccupante aumento dei prezzi – il riso da 4 a 7 pesos la libbra (poco più di un euro al chilo), la carne di maiale a poco più di tre euro al chilo. Prezzi alti per salari medi che non raggiungono i 30 euro al mese.

«In generale le misure che sta varando il governo sono valide: dare autonomia all’apparato produttivo per stimolare la produzione, soprattutto dei settori che possono sostituire le importazioni. Ma la grave crisi di liquidità rende assai difficili gli investimenti», sostiene l’economista Douglas Tamayo. Cuba importa prodotti – soprattutto alimentari – per quasi due miliardi di dollari, più o meno come gli investimenti esteri. «Negli anni scorsi -secondo le direttive dell’allora presidente Raúl Castro – il governo ha onorato le tranche del debito da pagare al Club di Parigi (dopo l’accordo del 2015 che riduceva il debito da 11 a 2,5 miliardi di dollari da pagare in tranche fino al 2033, ndr). Ma a causa delle tremende sanzioni del presidente Trump non sono state pagate le ultime tranche» continua Tamayo, citando l’agenzia Reuters.

Il vicepresidente Ricardo Cabrisa avrebbe fatto un viaggio lampo in Europa per affrontare questa crisi ed evitare che il Club di Parigi applichi alti interessi, sostiene una fonte diplomatica. Il governo ha infatti urgente bisogno di accedere a investimenti esteri e non facendo parte né del Fondo monetario internazionale né della Banca mondiale deve mantenere la sua credibilità nell’onorare i debiti.

Agli attacchi ripetuti dell’amministrazione Trump si aggiungono anche quelli dei falchi anticastristi. Il più insidioso è quello proposto da Alex Otaola, un influencer cubano di Miami che ha un programma quotidiano su You Tube seguito da più di 10 mila persone, che ha proposto una campagna contro le rimesse e invii di pacchetti dalla Florida a Cuba. Secondo il The Havana Consulting Group l’isola nel 2018 ha ricevuto circa 6,6 miliardi di dollari come rimesse e invii di mercanzie dall’estero, il 90% dagli Usa. Le rimesse costituiscono la seconda fonte di ingresso del governo cubano dopo l’export di servizi, soprattutto medici. Ma questa fonte di liquidità è in pericoloso calo a causa dei nuovi governi di destra (Bolsonaro in Brasile e la golpista Añez in Boliva, ma c’è anche il voltafaccia di Lenin Moreno in Ecuador) che hanno di fatto espulso i medici cubani. Così la ministra del Commercio interno Betsy Diaz Velás ha affermato che Cuba deve scegliere tra comprare prodotti per l’igiene (detergente, sapone ecc) o petrolio e alimenti.

Una scelta drammatica in una fase in cui l’amministrazione Trump «stringe la vite» con la tesi che Cuba sostiene «il dittatore Maduro» in Venezuela e nella quale si rifanno vivi – con l’appoggio della Casa bianca – i falchi di Miami. Anche la situazione latinoamericana è fonte di preoccupazione con gli alleati di Cuba in difficoltà – il Messico del presidente López Obrador tra l’incudine di Trump e il martello dei cartelli della droga, l’Argentina dei Fernández con l’assoluta priorità economica di far fronte al gigantesco debito con l’Fmi – e uno stuolo di nemici sempre più aggressivi.

Gli infuocati appelli dell’influencer Otaola dividono sia la comunità cubanoamericana sia la dissidenza interna all’isola. Ma la maggioranza ha accolto con scetticismo o una netta opposizione la proposta di tagliare le rimesse. Anzi l’invio di soldi (Trump ha limitato la quantità a 1000 dollari l’anno e solo per i parenti) e soprattutto di generi di prima necessità da parte della comunità cubana della Florida sono aumentati, soprattutto con l’appoggio della Chiesa cattolica.

E il governo cubano si rivolge soprattutto all’Europa, preoccupata delle misure extraterritoriali che comportano le ultime sanzioni anti-Cuba di Trump. L’ultima colpisce Gabriel Escarrer Jaume vicepresidente del gruppo Meliá (35 hotel nell’isola): «Una vera e propria barbarie… contro ogni legge internazionale» sostiene Alberto Navarro, ambasciatore dell’Ue nell’isola.

di

Fonte: il manifesto




Ambasciatore russo denuncia restrizioni contro diplomatici russi e cubani da parte degli USA all’ONU

Gli Stati Uniti restringono sempre di più i diplomatici dell’ONU, particolarmente quelli della Russia, Cuba ed Iran ma anche di altri paesi, ha denunciato in un’intervista con Sputnik il rappresentante permanente di Mosca presso le Nazioni Unite, Vasili Nebenzia.

Per l’ambasciatore russo, non ci sono miglioramenti cardinali in questa situazione che non si limita a Russia o il tema di visti per i suoi diplomatici.

Si sono accumulati tutta una pila di problemi relazionati. Anche la confisca illegale di immobili, nel nostro caso. Anche le limitazioni al movimento dei diplomatici di alcuni paesi, come Cuba, costretti a rimanere in Manhattan, o Iran, obbligati a muoversi dalla loro missione alla sede dell’ONU, come legati da un filo.

Nebenzia è convinto che, a meno che non ci siano cambiamenti in un termine ragionevoli, vari paesi proporranno attivare la sezione 21 dell’accordo tra l’ONU ed USA relativo alla sede delle Nazioni Unite. Detto sezione prevede un meccanismo arbitrale per la soluzione di controversie.

Sono più che parole, lo stipula una risoluzione che abbiamo adottato nell’Assemblea Generale, ha aggiunto.

Secondo l’ambasciatore russo, il segretario generale dell’ONU non solo sta al tanto del problema, ma realmente si mostra preoccupato e mantiene conversazioni con rappresentanti del paese anfitrione.

Alla domanda quale fosse il termine ragionevole previo all’attivazione dei meccanismi arbitrali, Nebenzia ha detto: Non un anno, né due, né tre, né decadi naturalmente. È una questione che è necessario risolvere immediatamente o, per essere esatti, che aveva dovuto risolversi tempo fa.

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Cuba denuncia nel FIDA ostacoli degli USA allo sviluppo sostenibile

L’ambasciatore di Cuba in Italia, Josè Carlos Rodriguez, ha denunciato oggi la persistenza di misure coercitive unilaterali contro i paesi in via di sviluppo da parte degli Stati Uniti.

Il Rappresentante Permanente di Cuba presso gli Organismi Internazionali con sede a Roma, intervenne nella seconda giornata del 43º periodo di sessioni del Consiglio dei Governatori del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (FIDA).

Il diplomatico della nazione caraibica ha fatto riferimento specificamente al bloqueo economico, commerciale e finanziario che il governo statunitense intensifica contro il suo paese ed altre nazioni della regione.

Rodriguez ha argomentato che “gli ostacoli imposti da Washington intorpidiscono in maniera significativa gli sforzi diretti a compiere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (ODS) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite”.

L’ambasciatore ha argomentato nel dibattito su “Investire in sistemi alimentari sostenibili per mettere fine alla fame nel 2030”, tema che per due giorni ha rubato l’attenzione dei rappresentanti dei governi membri dell’organismo finanziario dell’ONU focalizzato nello sviluppo agricolo.

Lo spreco di risorse in spese militari e l’inadempimento della maggioranza dei paesi sviluppati con gli impegni relativi agli aiuti ufficiali per lo sviluppo, mentre la fame cresce nel mondo, sono stati anche altri aspetti denunciati da Rodriguez.

Dopo ponderare l’importante lavoro del FIDA per sradicare la povertà rurale nel pianeta, in mezzo a limitazioni finanziarie, il rappresentante cubano ha spiegato che nel 2018 l’Aiuto Ufficiale allo Sviluppo è diminuito un 2,7% in termini reali, equivalente al 0,31% del Prodotto Interno Lordo (PIL) dei paesi industrializzati.

Solo cinque stati donanti, ha detto, hanno raggiunto od hanno sorpassato l’impegno di dedicare il 0,7% del suo PIL a questo proposito.

Mentre, ha detto, “si dilapidano abbondanti risorse per spese militari”, che crebbero nel mondo, durante il 2018, per il quinto anno consecutivo, fino a raggiungere la cifra di 1,78 miliardi di dollari, superando il record stabilito nel 2010”.

La posizione di Cuba ha coinciso con quella esposta poco dopo dalla Commissaria per l’Economia Rurale e l’Agricoltura dell’Unione Africana, ambasciatrice Josefa Scko, che, in un altro intervento contundente, ha fatto un appello “affinché tacciano le armi” per mettere fine alla fame ed alla povertà.

Più avanti nel suo intervento, Rodriguez ha segnalato la necessità di “azioni multilaterali decise per fare fronte ai rischi mondiali e compiere l’Agenda 2030, compresa la lotta contro il cambiamento climatico”.

Tutti i governi, ha detto, dovrebbero riaffermare il loro impegno con l’Agenda di Azione di Addis Abeba, creata nella Terza Conferenza Internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo.

Questa agenda, ha argomentato, proporziona una cornice globale per finanziare lo sviluppo sostenibile e rinforzare l’azione collettiva per fare fronte alle sfide mondiali.

Inoltre, il diplomatico ha appoggiato il rafforzamento del FIDA e le risorse a sua disposizione, per esercitare con maggiore portata il suo mandato di contribuire ad eliminare la povertà e la fame per il 2030.

Alla fine del suo intervento, il Rappresentante Permanente di Cuba presso gli Organismi Internazionali a Roma, ha ringraziato il FIDA per la cooperazione col suo paese ed ha considerato che i tre progetti di cooperazione attualmente in esecuzione nell’isola “dimostrano risultati esemplari ed efficienti”.

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Arcivescovo di New York visita l’Università de L’Avana

Il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, ha visitato oggi l’Università de L’Avana (UH), dove ha reso tributo davanti ai resti del padre Felix Varela, precursore della nazionalità cubana.

Dolan, che è stato ricevuto dal primo vice rettore dell’UH, Dionisio Zaldivar, è stato informato sulla storia della casa di alti studi, i suoi vincoli con la storia, con la società dell’isola, quali sono i suoi piani di studio.

Il prelato statunitense ha detto alla stampa che è a Cuba invitato dal presidente Miguel Diaz-Canel, con chi si è riunito a New York in ottobre del 2018; e dalla Conferenza dei Vescovi di Cuba.

Ha detto che si tratta di una visita di solidarietà col popolo cubano. “Abbiamo visto un popolo buono, un cielo ed una città molto belli”, ha aggiunto.

Nell’aula magna dell’UH, dove nel 1998 ha dato una conferenza il papa Giovanni Paolo II, il cardinale Dolan ha reso omaggio al sacerdote Varela (1788-1853) maestro, scrittore, filosofo e politico, che ha considerato un formatore di valori ed un uomo di fede.

Davanti all’urna, monsignore Ramon Suarez, cancelliere dell’arcidiocesi de L’Avana, ha ricordato che Varela ha avuto molta influenza su Rafael Maria de Mendive, maestro di Josè Martì.

Ha anche evocato le parole dell’Eroe Nazionale di Cuba, che ha qualificato Felix Varela come patriota integro.

Da parte sua, il vescovo di Brooklyn, monsignore Octavio Cisneros, ha evocato la consacrazione di Varela ai malati, bisognosi ed immigranti durante il suo soggiorno a New York.

La Chiesa cattolica cubana patrocina per la canonizzazione del padre Felix Varela ed ha fatto tutti i passi necessari presso il Vaticano per ottenerla.

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Chiediamo perdono al popolo di Cuba per quello che fa il nostro governo

Una delegazione formata da 50 statunitensi e convocati dall’organizzazione Code Pink (codice rosa), hanno realizzato un fitto programma di visite nelle comunità con il proposito di conversare con il popolo cubano.

Una delle fondatrici del gruppo solidale, Medea Benjamin, ha detto, nella sede dell’Istituto Cubano d’Amicizia con i Popoli, che prova dolore per i passi indietro nelle relazioni bilaterali tra gli Stati Uniti e l’Isola, per le azioni dell’amministrazione di Donald Trump, principalmente per indurimento dell’ingiusto blocco e per l’attivazione del III Titolo della legge Helms – Burton.

«Siamo di fronte a una guerra economica che si pratica contro vari paesi: Venezuela, Nicaragua, Iran, e altri, che non sono di gradimento alla Casa Bianca. Questa è una forma di pressione dell’amministrazione di Trump per cambiare i governi. Questo presidente deve obbedire alle leggi internazionali e rispettare la sovranità dei popoli», ha avvertito l’attivista pacifista.

Poi ha definito “sporca” la politica estera implementata dall’attuale presidenza di Washington.

«Siamo in un anno elettorale. Loro (la destra) desiderano impadronirsi della maggioranza dei voti della Florida e per questo applicano misure che non hanno nulla a che vedere con il benessere dei cubani», ha precisato e ha citato i congressisti Marco Rubio e Mario Rafael Díaz Balart, come i personaggio più sinistri in questo tipo di gioco politico.

Medea Benjamin ha raccontato d’aver fatto parte del gruppo d’occupazione della sede diplomatica del Venezuela negli USA, per salvarla dai rappresentanti nominati dall’auto proclamato presidente Juan Guaidó.

«Abbiamo vissuto per diverse settimane dentro l’ambasciata lottando contro persone molto aggressive, soprattutto venezuelani dell’estrema destra residenti negli USA. Poi ci hanno portato in carcere, ci hanno minacciato, ma siamo rimasti fermi proclamando che il nostro governo non può riconoscere un presidente che non è stato eletto dal popolo. Non si può dare un’installazione a persone che non hanno potere reale per realizzare documentazioni consolari. E nemmeno hanno il diritto di decidere per il popolo venezuelano e d’eleggere un presidente a loro piacimento», ha segnalato ancora la Benjamin.

Nelle ultime settimane, i membri del gruppo Code Pink hanno visitato la Bolivia, perché provano molto dolore nel vedere quello che accade in questo paese dopo il colpo di Stato realizzato da fascisti che privatizzano le risorse e vendono i beni del popolo.

«Dobbiamo difendere Evo Morales, perché è stato il primo presidente indigeno simbolo non solo per la Bolivia, ma per le persone degne di tutto il mondo, anche degli Stati Uniti», ha dichiarato l’attivista in difesa dei diritti umani.

Il lavoro principale di Code Pink in questi temi, è informare sugli avvenimenti e mostrare le prove della partecipazione della Casa Bianca al crollo dei governi legittimi in America Latina.

L’organizzazione è nata il 17 novembre del 2002 e lavora per la fine delle guerre e contro le occupazioni del governo statunitense, sfidando il militarismo globale e per orientare le risorse destinate a finanziare armi e vettovagliamenti degli eserciti verso i programmi di salute, educazione e lavoro.

Ann Weight, una colonnella ritirata, ex diplomatica, che ha lottato contro la guerra in Iraq nel 2001 e contro altri conflitti auspicati dal suo paese, è venuta a Cuba con la Benjamin.

Oggi realizza un lavoro come pacifista e partecipa alle manifestazioni contro la politica estera del governo degli USA.

Lei considera che la relazione con Cuba è cambiata in peggio e si sente molto preoccupata per le decisione dell’ amministrazione di Trump.

«Abbiamo parlato con molte persone nelle comunità, con membri di varie organizzazioni non governative ed anche con i lavoratori indipendenti, del peso delle sanzioni sulle loro vite. Ci sentiamo molto tristi e chiediamo perdono al popolo di Cuba per quello che i nostro governo realizza ancora una volta».

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Venezuela, nuove sanzioni USA e strani attacchi ‘da sinistra’ alla Rivoluzione Bolivariana

Un articolo fotocopia, seppur comparso con firme diverse sia su un grande quotidiano italiano che sulla versione in spagnolo del New York Times (“Champán en medio de la crisis”) compie un’operazione ardita: criticare “da sinistra” la politica economica del governo venezuelano. Dietro la “retorica socialista” di Maduro – dice in sostanza il Nyt, e così la copia italiana – vi sarebbe, in realtà, il ritorno sic e simpliciter alle ricette neoliberiste. “Il ritorno a un capitalismo selvaggio che cancella anni di lotta”, sosterrebbe addirittura Elias Jaua, ex vicepresidente di Chávez, “che tuttavia – scrive il NYT – fa parte della direzione del Partito Socialista Unito del Venezuela”.

Così dice l’articolo: “La nuova economia di libero mercato esclude completamente la metà dei venezuelani che non ha accesso ai dollari. Questa disuguaglianza esacerbata, uno dei grandi fallimenti del capitalismo, mina le pretese di Maduro di preservare l’eredità di una maggiore uguaglianza sociale lasciata dal predecessore, Hugo Chavez, e la sua ‘Rivoluzione bolivariana’”.

Cosa spinge il New York Times a porsi più a sinistra di Bernie Sanders? Cosa spinge un giornale italiano, che ha avallato praticamente tutte le svolte più penalizzanti per le classi popolari italiane a ergersi d’improvviso a paladino del socialismo, di quel socialismo che si dedica quotidianamente a demolire? Parliamo di un giornale che in tutti questi anni ha cercato di convincere i lettori (e gli elettori) che non esiste alcuna alternativa al capitalismo, e che, a questo fine, dipinge come “fallimentare” o come insopportabile dittatura ogni governo che, sia il Venezuela o Cuba, si ponga sul terreno della trasformazione sociale.

Visto il pulpito da cui viene la predica a cosa mira e a chi si rivolge, dunque, una simile operazione di propaganda? Intanto, a seminare confusione, a ribadire la tesi che, senza ricorso al capitalismo, nessun beneficio è possibile per le classi popolari. Serve a presentare il socialismo bolivariano e le contromisure messe in campo dal governo Maduro come disastrose e, comunque, mosse da interessi occulti, proprio nel momento in cui due grossi scandali sono sotto gli occhi di tutti: la denuncia del furto miliardario degli “aiuti umanitari” erogati da Trump, compiuto dall’”autoproclamato” e dalla sua banda, e la conferma del marciume che impregna il sistema politico colombiano, messo in evidenza dalla ex senatrice Aida Merlano, che ha chiesto asilo politico in Venezuela.

A questo fine, i giornalisti evitano di chiedersi: ma se Maduro è diventato d’un tratto più liberista di Trump perché il presidente USA lo sanziona e non lo ringrazia? E perché se il popolo è così represso e maltrattato, non si vedono proteste, ma immense marce di sostegno al governo bolivariano e solo quattro gatti a quelle costantemente convocate dall’estrema destra?

E ancora: se il socialismo bolivariano è un’apparenza e un inganno perché i popoli di tutto il mondo lo difendono? Perché dirigenti politici imbevuti di dubbi e di luoghi comuni dopo aver visto da vicino il Venezuela bolivariano tornano nel proprio paese con un’opinione diversa da quella diffusa dai media egemonici? Sono tutti scemi? O sono tutti irretiti dal “Super Bigote” Maduro, tanto vituperato dall’imperialismo quanto considerato capace di promuovere tempeste in ogni parte dell’America Latina?

La realtà che vivono i venezuelani è assai diversa da quella che raccontano i falsi difensori dell’uguaglianza sociale in casa d’altri: una realtà difficile, dovuta a storture accumulate da ben prima di Chavez, che l’imperialismo si è dedicato ad approfondire con ogni genere di attacco, fuori da ogni legalità internazionale. La differenza con i paesi capitalisti, però, è che qui le coperture sociali non sono mai venute meno, la crisi non la pagano i settori popolari.

I ristoranti pieni di cui parlano questi articoli c’erano anche quando gli scaffali dei supermercati erano vuoti: perché a confiscare i prodotti erano per l’appunto quelli che affollavano i ristoranti di lusso, e che speculavano pagando tasse irrisorie. Anche ora, i commercianti continuano a incamerare le agevolazioni che il governo paga loro in dollari, vendono i prodotti in moneta straniera, però pagano le tasse in bolivar, la moneta nazionale il cui valore è stato polverizzato dall’inflazione indotta.

Per questa ragione, l’Assemblea Nazionale Costituente ha votato in questi giorni una legge che dovrebbe regolare la riscossione delle tasse e le imposte doganali e portare denaro liquido nelle casse dello Stato. L’urgenza principale, infatti, è appunto questa: come far cassa, come fare arrivare denaro liquido per alimentare i piani sociali rivolti ai settori popolari.

A fronte del blocco economico-finanziario imposto dall’imperialismo USA e dai suoi vassalli, il governo bolivariano si sta letteralmente inventando i draghi. Da qui la criptomoneta Petro, la flessibilizzazione del controllo dei cambi, le agevolazioni agli imprenditori che intendano davvero investire nel paese, il sostegno alle piccole e medie imprese, ma anche il nuovo impulso all’economia comunale.

Da qui l’apertura controllata agli investitori esteri, nel quadro delle relazioni internazionali che collocano il Venezuela nel campo che prefigura un mondo multicentrico e multipolare. La visita del ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, che ha ribadito il sostegno al governo Maduro e ha respinto le manovre internazionali dell’estrema destra, dev’essere andata di traverso a molti, sia in Europa che in Nordamerica.

In questi giorni, è arrivato di nuovo a Caracas Luis Rodriguez Zapatero, mediatore in tutti i precedenti tentativi di dialogo tra governo e opposizione, mandati all’aria dall’entrata a gamba tesa dei falchi del Pentagono. Le parti hanno annunciato che è già pronto l’accordo per un nuovo Consejo Nacional Electoral (CNE), il potere elettorale che dovrà gestire le prossime elezioni parlamentari. Per bocca di Timoteo Zambrano, quella parte dell’opposizione moderata che non cerca il golpe, né l’invasione militare del proprio paese, ha ribadito la volontà di dialogo e ha respinto le ingerenze esterne.

In una conferenza stampa che si è svolta all’Hotel Melia di Caracas e alla quale abbiamo partecipato, la vicepresidenta Delcy Rodriguez ha espresso la posizione del governo. Ha detto di aver messo al corrente Zapatero degli importanti passi avanti realizzati in questi mesi, come “i benefici accordati a oltre 236 ex privati di libertà. Numeri che non si conoscono – ha detto – perché il sistema mediatico cerca di occultare la realtà”.

Nella precedente ronda di dialoghi, una telefonata di Trump ha annullato un accordo già firmato dando la stura a una nuova escalation golpista culminata con l’attentato con i droni esplosivi al presidente Maduro e con l’autoproclamazione di Guaidó. Esiste un rischio analogo questa volta?

“Dobbiamo isolare il settore guidato da Juan Guaidó, che ha rubato il denaro del Venezuela – ha risposto Delcy – La natura di questa banda criminale, connivente con gli Stati uniti si evidenzia con le nuove misure coercitive unilaterali, espresse con un inconcepibile e inaccettabile linguaggio volgare”.

In questi giorni, una risoluzione unanime del parlamento, a maggioranza di opposizione, ha deciso di aprire un’inchiesta per chiedere conto a Guaidó e alla sua banda dei fiumi di denaro ricevuti dall’agenzia della CIA, USAID, erogati a Ong di opposizioni o finiti direttamente nelle tasche dei rappresentanti di estrema destra.

Dopo la visita dell’”autoproclamato” in Europa e negli Stati Uniti, Trump ha deciso di imporre sanzioni alla compagnia aerea nazionale venezuelana, Conviasa. “L’imperialismo si è tolto la maschera e attacca direttamente il popolo, colpisce tutti i cittadini – ha detto Rodriguez – perché a chi prende un aereo non si chiede la tessera del PSUV”.

Le nuove misure coercitive mirano a impedire che il governo bolivariano possa andare a riprendersi quei cittadini che si sono pentiti di essere andati all’estero, spinti dalla propaganda, e che finora sono già tornati a migliaia. Impediscono, inoltre, il trasporto di malati in altri paesi dell’America latina con i quali esistono, come con Cuba o Nicaragua, appositi convegni. Impediscono i viaggi all’estero degli atleti nazionali. Colpiscono, poi, i piloti e i lavoratori che vengono sanzionati e ostracizzati, limitati nella possibilità di volare con altre compagnie.

“Contro chi vuole un cambio di governo con la forza, dobbiamo costruire un fronte nazionale in difesa del Venezuela”, ha aggiunto Delcy risaltando l’importanza dello spazio di dialogo con quella parte dell’opposizione contraria all’intervento esterno che chiede un cambiamento di governo, però per via democratica, attraverso le urne.

La vicepresidente ha poi ribadito la ferma volontà del Venezuela a decidere del proprio destino, rivendicando il proprio diritto allo sviluppo economico, in pace e senza ingerenze: “Nella nostra costituzione – ha detto ancora – non c’è scritto che comanda Trump, ma il popolo sovrano. Denunceremo questa nuova ingerenza in tutte le sedi internazionali”.

Il vicepresidente per l’area economica, Tareck El Aissami, ha per parte sua organizzato un’assemblea con i lavoratori di Conviasa alla presenza dei giornalisti. Ha detto che il Venezuela non si piegherà, né tantomeno lascerà soli i lavoratori della compagnia aerea nazionale che – ha assicurato – continuerà a volare, più forte di prima.

E per domani, lunedì, il popolo venezuelano marcerà di nuovo in sostegno ai 2.000 lavoratori di Conviasa e contro le sanzioni dell’imperialismo.

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Gli Stati Uniti impongono nuove sanzioni al Venezuela

Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha applicato nuove sanzioni contro il Venezeula.

A finire nel mirino questa volta è la compagnia aerea statale Conviasa e la sua flotta di aeromobili, nell’ambito delle misure unilaterali che l’Amministrazione Trump applica contro il Venezuela come parte dei suoi tentativi di forzare il rovesciamento del governo presieduto da Nicolás Maduro.

L’elenco degli aeromobili aggiunto all’elenco dell’Office of Foreign Assets Control (OFAC), secondo il sito web ufficiale del Dipartimento del Tesoro, comprende almeno 40 aeromobili della compagnia statale venezuelana.

“Il regime illegittimo di Maduro dipende dalla compagnia aerea di Stato venezuelana Conviasa per spostare funzionari del regime corrotto in tutto il mondo per aumentare il sostegno ai suoi sforzi antidemocratici”, ha dichiarato il segretario al Tesoro statunitense Steven T. Mnuchin.

L’azione identifica anche la flotta di aeromobili Conviasa come proprietà bloccata del governo del Venezuela in conformità con EO 13884. Conviasa e la sua flotta sono state bloccate dall’emissione di EO 13884 del 5 agosto 2019 e “oggi sono state aggiunte alla Elenco di cittadini appositamente designati dell’OFAC per garantire una maggiore conformità con le sanzioni degli Stati Uniti”, si legge in un comunicato stampa sul sito web dell’agenzia statunitense.

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