Droga e menzogne contro Cuba

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Luego del triunfo de la Revolución, junto a los gobernantes corruptos, malversadores y los ricos, se marcharon sus aliados del narcotráfico y el hampa, que sirvieron durante décadas a los intereses de Washington en la Isla. Foto: Constantino Arias

Le cicliche campagne diffamatorie dei governi degli Stati Uniti e i loro servizi speciali contro Cuba sono state un’arma permanente dell’arsenale per cercare di screditare la Rivoluzione e perfino di rovesciarla con la forza; così come lo è stato il dossier segreto per fabbricare un pretesto per l’invasione durante gli eventi che hanno dato origine alla Causa 1 del 1989.

Non è un caso che i principali trafficanti di cocaina e le persone malvagie siano stati i primi a lasciare il Paese per Miami nel 1959 o negli anni immediatamente successivi. Insieme ai governanti corrotti, ai malversatori e ai ricchi, hanno lasciato i loro alleati nel traffico di droga e nella malavita, che ha servito gli interessi di Washington sull’isola per decenni.

Non è un caso che i principali trafficanti e tossicodipendenti di cocaina siano stati i primi a lasciare il paese per Miami nel 1959 o negli anni immediatamente successivi. Insieme a sovrani corrotti, appropriazione indebita e ricchi, se ne andarono i loro alleati del narcotraffico e del crimine, che servirono, per decenni, gli interessi di Washington sull’isola.

Lo scopo e la volontà di eliminare totalmente la droga, manifestata nel Provvedimento numero 6 dell’Amministrazione Civile del Territorio Libero della Sierra Maestra, il 7 ottobre 1958, cominciò a diventare realtà quando i mafiosi americani e cubani fuggirono negli Stati Uniti.

Si dichiarò una guerra di sangue e di fuoco contro questo flagello nel paese, quando sono scomparsi bordelli e altre tane, quando l’ambiente di diversi quartieri è stato ripulito, insieme al controllo di alberghi, cabaret e altri centri che erano nelle mani dei signori della droga a Cuba dagli anni ’30, con l’aumento del livello culturale della società e il consolidamento di una politica di uguaglianza e di giustizia sociale, di opportunità di lavoro per tutti, con la consegna della terra ai contadini e la battaglia per formare generazioni di donne e uomini fisicamente e spiritualmente sani.

Questa realtà, che si è fatta strada tra gli ostacoli dei crescenti blocchi, del terrorismo di Stato, delle guerre segrete e delle invasioni, ha affrontato fin dall’inizio anche le campagne diffamatorie orchestrate dalla Casa Bianca.

La droga come pretesto storico

Non bastava che Washington usasse le mafie del narcotraffico per tentare di assassinare il comandante in capo Fidel Castro Ruz. Nel 1966, un rapporto del Senato degli Stati Uniti accusò il leader cubano di “contrabbandare” eroina dalla Cina in territorio statunitense “per finanziare attività di guerriglia in America Latina”, tesi che fu manipolata in un modo o nell’altro negli anni successivi.

Un’indagine del Centro Studi sugli Stati Uniti rivela che per tutti gli anni Settanta i governi di quel paese hanno ripetutamente accusato l’isola di traffico di droga, senza mai avere una sola prova, ma è stata dimostrata la velata intenzione di lacerare l’immagine di Cuba, in modo tale che il mondo associasse i suoi governanti al flagello.

L’anno 1989 stava passando quando il Comando Sud degli Stati Uniti, lo stesso che oggi minaccia di invadere il Venezuela, all’epoca con sede a Panama, si stava preparando per le “nuove missioni” nell’ambito del “programma antidroga” dell’amministrazione George Bush. Washington stava delineando le sue forze per intervenire nei “conflitti ad alta probabilità” che vedeva da vicino in America Latina, e la lotta contro il traffico di droga era un buon pretesto per agire.

Per due anni era stata lanciata una forte campagna di discredito contro le autorità panamensi – come fanno oggi contro la patria bolivariana – e mancavano solo pochi mesi all’alba sanguinosa del 20 dicembre 1989, quando avvenne l’invasione statunitense del paese insulare.

Cuba non era esente dalla minaccia. Il silenzio mantenuto dalla Casa Bianca e dalle sue agenzie specializzate di fronte al caso del personale militare cubano coinvolto in quella che più tardi fu chiamata la Causa 1 del 1989, ha dimostrato che gli Stati Uniti stavano preparando un dossier segreto molto pericoloso per la sicurezza del nostro Paese, e invece di informare o avvisare in tempo su quanto stava accadendo, stavano raccogliendo prove per giustificare azioni politiche e militari.

Mentre Cuba chiariva quel processo con la massima pulizia e rigore, nel vicino nord, il New York Times pubblicava un articolo dell’ultraconservatore sottosegretario di Stato per gli affari interamericani Elliot Abrahms, l’attuale inviato speciale per il Venezuela, attuale inviato speciale per il Venezuela, che ancora una volta ha accusato il governo cubano e ha proclamato eroi a coloro che sono stati sanzionati nella Causa 1.

La doppia morale e la manipolazione erano ancora una volta evidenti, e oggi sono ripresi da un governo della peggior specie, che non manca di approfittare anche di persone un tempo sfruttate nel famigerato scandalo Iran-Contra (1985-1986), come lo stesso Abrahms, che ha rivelato il profondo coinvolgimento del Pentagono, della CIA e della Casa Bianca in uno dei più noti casi di corruzione e violazione della legge nella storia degli Stati Uniti.

Iran-Contras o Irangate ha esposto il finanziamento della controrivoluzione nicaraguense, che era guidata dal Consiglio di Sicurezza Nazionale e aveva tre fonti principali: la CIA, il commercio di armi e il traffico di droga. In tutto questo, gli “esiliati cubani di Miami” sono stati ancora una volta i protagonisti.

È difficile parlare di un anno negli anni ’90 in cui non è emersa negli Stati Uniti alcuna campagna o minaccia per Cuba legata all’infamia per l’incapacità del paese di combattere adeguatamente il traffico di droga o anche per la sua complicità in determinati fatti.

Dalla Casa Bianca, dal Campidoglio o dal Dipartimento di Stato, si sono riversate menzogne, omissioni o sospetti, nonostante le abbondanti prove dell’efficacia dei piani di confronto e prevenzione messi in atto da Cuba e l’ampia collaborazione internazionale, sia bilaterale che multilaterale, che garantiscono un riconosciuto prestigio.

La risibile nota del momento la pose lo stesso presidente William Clinton nel 1998 quando dichiarò: Cuba è un “candidato logico” per la lista nera dei principali attori nella produzione o del transito di droga verso gli Stati Uniti. La grande ironia è che il suo Paese era stato l’unico al mondo a rifiutarsi di collaborare ufficialmente e permanentemente con le autorità dell’isola in una battaglia così delicata, quando è il più grande consumatore del pianeta e la destinazione fondamentale delle droghe che Cuba sequestra. Solo tra il 1994 e il 1998 il sistema cubano ha impedito il trasferimento negli Stati Uniti e nel territorio europeo di oltre 31 tonnellate di queste sostanze.

Riciclare un argomento

La recente falsità, riprodotta dalla rivista Newsweek, conferma che la questione è stata, a lungo gettata, nella stessa borsa di quella dei “diritti umani”, che vengono estratti e introdotti nell’agenda della politica aggressiva e ostile contro Cuba senza il minimo scrupolo, a seconda degli interessi, delle tattiche e delle strategie elaborate nel Consiglio di Sicurezza Nazionale; dove, con Donald Trump, ex capi militari, della CIA o della mafia di Miami, da cui non ci si può aspettare nulla di buono, entrano ed escono, con una tendenza dal male al peggio. E’ lì che è nato lo scandalo Iran-Contras, e quelli che verranno in tempi di coronavirus.

L’intruglio è sempre lo stesso. Giocano di nuovo con il fuoco quando la pandemia ha messo sotto scacco Trump, che cerca disperatamente una cortina di fumo, che ha già dispiegato al largo delle coste venezuelane con lo stesso Comando Sud dell’invasione di Panama, falchi affamati di petrolio e di potere.

Il Governo cubano, con più di sei decenni sconfiggendo infamie e aggressioni di ogni tipo, l’ha definita una calunnia totale e infondata, con implicazioni pericolose.

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