«Rivoluzione è consapevolezza del momento storico»

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Lo straordinario discorso tenuto da Fidel Castro il 1 maggio 2000.

«I popoli di un mondo ingovernabile, che soffrono la povertà e la miseria, a cui sfruttano e saccheggiano ogni giorno di più, saranno i nostri migliori compagni di lotta. Per collaborare con loro non disponiamo di risorse finanziarie. Contiamo invece su uno straordinario e sacrificato capitale umano di cui non dispongono né disporranno mai i paesi ricchi», così chiudeva il suo discorso in Piazza della Rivoluzione il primo maggio del 2000 Fidel Castro.

Un capitale umano, formato da medici e infermieri, che vediamo all’opera in ben 65 paesi nel mondo a prestare aiuto dove sono chiamati a fronteggiare l’epidemia di Covid-19. Così come in passato sono stati chiamati a fronteggiare malattie pericolose come l’Ebola in Africa.

Proponiamo all’attenzione dei nostri lettori il discorso tenuto dal Comandante Fidel Castro in occasione del Giorno Internazionale dei Lavoratori del 2000. Un intervento che mantiene una straordinaria attualità.

Discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica di Cuba, Fidel Castro Ruz, nella tribuna aperta della gioventù, gli studenti e i lavoratori in occasione del Giorno Internazionale dei Lavoratori, Piazza della Rivoluzione, Primo Maggio del 2000.

Compatrioti,

La nostra riconoscenza alle ammirevoli personalità che ci accompagnano. La nostra riconoscenza ai lavoratori, agli studenti e a tutto il popolo che affolla questa piazza.

Stiamo vivendo giorni d’intensa e trascendentale lotta. E’ da cinque mesi che lottiamo senza tregua. Milioni di compatriotti, quasi tutti, praticamente non ci sono eccezioni, hanno partecipato in essa. Le nostre armi sono state la coscienza e le idee che ha seminato la Rivoluzione durante più di quattro decenni.

Rivoluzione è consapevolezza del momento storico; è cambiare tutto quanto deve essere cambiato; è uguaglianza e libertà piene; vuol dire essere trattato e trattare gli altri come esseri umani; significa emanciparci noi stessi e con i propri sforzi; è sfidare potenti forze dominanti dentro e fuori l’ambito sociale e nazionale; è difendere i valori in cui si crede al prezzo di qualunque sacrificio; è modestia, disinteresse, altruismo, solidarietà ed eroismo; è lottare con audacia, intelligenza e realismo; è non mentire mai né violare principi etici; è convinzione profonda che non esiste forza al mondo capace di schiacciare la forza della verità e delle idee. Rivoluzione è unità, è indipendenza, è lottare per i nostri sogni di giustizia per Cuba e per il mondo che è la base del nostro patriottismo, del nostro socialismo e del nostro internazionalismo.

In termini reali e concreti, abbiamo affrontato durante quarantun anni la più forte potenza che sia mai esistita al mondo, vicina a noi solo 90 miglia, che attualmente assume carattere unipolare ed egemonico.

Questa volta la lotta è particolarmente aspra. Ciò è stato motivato dal sequestro di un bambino. E’ stato forse l’unico? No! Altri bambini cubani sono stati separati di uno dei loro genitori e portati negli Stati Uniti in modo illegale senza che essi abbiano la più lontana possibilità di riaverli rivolgendosi alle autorità nordamericane. Solo nei primi due anni e mezzo della Rivoluzione, furono sottratti clandestinamente, con l’autorizzazione del padre, della madre o di entrambi, vittime dell’inganno, quando venne diffuso dai servizi d’intelligence degli Stati Uniti e dai loro agenti a Cuba il deliberato e accuratamente elaborato rumore, sostenuto da una legge apocrifa secondo cui i genitori sarebbero privati della patria potestà sui loro figli. L’ulteriore e subita soppressione dal governo degli Stati Uniti dei voli regolari a quel paese lasciò separati i genitori dai figli, molti dei quali vissero un inferno di sofferenza, abbandono e sradicamento.

In questa occasione, un modesto padre si era rivolto al governo chiedendo aiuto: suo figlio, che non aveva ancora compiuto sei anni, era stato vittima di una grande tragedia. Senza la sua conoscenza né autorizzazione il bambino era stato portato via dal paese in un viaggio illegale, irresponsabile e avventuroso, organizzato da un aggressivo e violento delinquente. Come disse Raquel, la nonna materna di Eliàn, quando arrivò a New York il 21 gennaio di quest’anno per cercare di liberare suo nipote, sua figlia fu trascinata alla tragedia dalla violenza di quel soggetto.

L’imbarcazione affondò e il bambino vide morire sua madre, affogata. Era un’ottima lavoratrice, membro della Gioventù e del Partito Comunista, di cui tutti i conoscenti conservano un’opinione positiva. Fu una delle vittime del naufragio in cui morirono undici cittadini cubani. Come tanti altri avvenuti durante 34 anni, furono trascinati alla morte da una mostruosa e sanguinosa invenzione chiamata Legge di Aggiustamento Cubano, che promuove le espatriazioni illegali e il contrabbando di emigranti, spinti a viaggiare negli Stati Uniti, come lo fanno milioni di persone provenienti da paesi poveri di questo e di altri continenti, attratti dall’ostentazione, il lusso e lo spreco delle società di consumo.

Nel caso specifico di Cuba, si aggiungono i grandi ed esclusivi privilegi che concede la suddetta legge a coloro che viaggiano illegalmente negli Stati Uniti provenienti da Cuba, e quattro decenni di blocco e guerra economica non meno mostruosi di questa legge. In questo modo, nonostante gli accordi migratori sottoscritti tra entrambi i paesi, per via illegale si riempie la Florida di delinquenti. Cinque di ogni dieci persone che usano tale via hanno dei precedenti penali quali furto con scasso e altri reati simili.

Come si sa, il bambino riuscì a sopravvivere, galleggiando alla deriva su un gommone per più di trenta ore. La mafia terrorista cubanoamericana, creata a propria immagine e somiglianza da governi irresponsabili degli Stati Uniti, s’impadronì del bambino come un pregiato trofeo pubblicitario; un personaggio corrotto e sinistro, a titolo di parente lontano, che solo aveva visto il bambino una volta in vita sua, ricevette la custodia temporale. Sotto l’assoluto controllo della mafia, si rifiutò di restituire il bambino al padre quando questi lo reclamò appena uscì dall’ospedale. Immediatamente il nostro popolo, con la sua tradizionale tenacità, cominciò la lotta per la restituzione del bambino al padre e alla famiglia diretta e stretta che convisse sempre con lui.

Secondo le leggi internazionali e le norme giuridiche degli Stati Uniti e di Cuba ciò che corrispondeva era far ritornare d’immediato il bambino al suo paese d’origine. Qualsiasi lite dovrebbe essere risolta nei tribunali cubani. La risposta alla nota diplomatica presentata dal Ministero di Affari Esteri cubano reclamando il ritorno del bambino, richiesto dal padre sin dal primo momento, si fece attendere quasi dieci giorni. Ormai erano avvenute le prime proteste pubbliche a Cuba che si sono prolungate fino ad oggi.

Risulta evidente che sottovalutarono il nostro popolo, che non ha smesso nemmeno un giorno di lottare per una causa assolutamente giusta, e ha potuto trasmettere al popolo nordamericano e al mondo il messaggio di dolore e indignazione di fronte all’ingiustizia commessa nei confronti di una umile famiglia cubana e il grande crimine che si stava perpetrando contro questo bambino. Il Dante non sarebbe stato capace di descrivere l’inferno di quasi cinque mesi di tortura mentale, pressione psichica e manipolazione politica che ha sofferto!

L’avvenuto sensibilizzò decine di milioni di famiglie nordamericane che hanno figli, nipoti e bisnipoti della stessa età di Elián. Essi, come il resto del mondo, capivano ogni giorno meglio che non ci poteva essere un pretesto politico o ideologico che giustificasse la commissione contro un bambino e un padre, qualunque fosse la loro nazionalità, di quel crimine barbaro e crudele.

La mafia terrorista di Miami e i suoi alleati dell’estrema destra degli Stati Uniti ci accusavano di politizzare il caso, quando in realtà ciò che facevamo era lottare contro quel crimine, e lo abbiamo fatto con mezzi pacifici: non una sola finestra dell’Ufficio d’Interessi degli Stati Uniti è stata rotta, nemmeno una pietra è stata lanciata contro questa struttura, nessun funzionario o visitatore nordamericano è stato disturbato, nessuna bandiera nordamericana è stata calpestata o bruciata nelle strade.

Mi domando che avrebbe fatto il governo di quel paese se ci fosse stata una storia simile con un bambino nordamericano di appena sei anni che fosse stato sequestrato a Cuba e sottoposto all’atroce trattamento che soffrì quel bambino negli Stati Uniti.

Durante quasi cinque mesi, da quando apparve il bambino nelle coste della Florida, avvennero cose incredibili e si commisero ogni tipo arbitrarietà e di errori. Fino a qualche ora prima del suo riscatto, nessuno dei diversi settori dell’amministrazione, anche se conoscevano bene quanto stava accadendo, sembrava preoccuparsi della sua salute mentale, della scandalosa esibizione pubblica e le manipolazioni di cui era vittima, e ciò che risulta ancora più censurabile: dei rischi fisici che stava affrontando.

Il capo del comando che lo riscattò ha appena affermato che la resistenza era stata perfettamente organizzata e c’erano numerosi uomini armati attorno alla casa dov’era sequestrato il bambino, lo stesso era stato avvertito al Dipartimento di Stato dal governo di Cuba e denunciato pubblicamente tra il 22 marzo e il 22 aprile.

L’ultima proposta di sette punti che il Procuratore Generale (Janet Reno. NdT.) aveva presentato al padre del bambino alle 22:00 circa del venerdì 21 aprile, sette ore prima delle 05:00, ora in cui fu liberato Elián dai sequestratori, conteneva tre punti che non ho voluto leggere nella Tribuna Aperta di Jaguey Grande in cui si evocava il doloroso episodio dell’invasione mercenaria di Girón perché li considerai semplicemente grotteschi e preferii la tregua di 24 ore di cui parlai come riconoscimento della decisione che finalmente adottò il Procuratore, seppur tali punti avevano lasciato in noi una profonda preoccupazione nei confronti degli avvenimenti futuri. I punti erano:

  1. Nella mattina del sabato, Elián e la famiglia di Lázaro viaggeranno a Washington su un aereo del Servizio della Guardia Giudiziaria sotto la supervisione di essa. Il Dipartimento di Giustizia li trasporterà direttamente ad Airlie House. Il bambino sarà sotto la protezione dell’INS.
  2. Durante la permanenza in Airlie, Elián abiterà con Juan Miguel, che avrà assoluta autorità su di lui, a eccezione di qualsiasi condizione relativa alla libertà sotto vigilanza o altre limitazioni imposte dall’INS, quali il controllo dell’uscita. Dopo l’arrivo di Juan Miguel ad Airlie House, il Procuratore Generale lascerá Elián in libertà sotto vigilanza, alle cure di Juan Miguel. La famiglia di Lázaro risiederà en Airlie House in camere separate.
  3. Le parti rimarranno nel luogo specificato della residenza mentre l’interdizione della Corte di Appelli del Circuito 11 sia in vigore o finché il Procuratore Generale, in consulta con gli esperti, determini la pertinenza di modificare gli accordi convenuti.”

Niente potrebbe essere più umiliante né più simile a un trattamento carcerario o al sequestro di Juan Miguel con la moglie e i due bambini, l’inizio di una nuova tappa di torture psichiche per tutta la famiglia ancor peggiore di quella che soffrì il bambino a Miami.

Coloro che hanno visto la storia di Marisleysis alla TV e conoscono chi è il sinistro Lázaro, e tutti i psichiatri onesti, capiscono cosa avrebbe significato per Elián e la sua famiglia quella assurda e impossibile coabitazione. Questa era precisamente la richiesta della Fondazione Cubano Americana. Tale fu la proposta che determinò la decisione quasi suicida di Juan Miguel di partire d’immediato con la moglie e il bambino a riscattare personalmente Elián a Miami.

Fu tale la stupidità di que capetti impazziti che rifiutarono la proposta. Ed era esattamente uguale alla loro richiesta, solo che a Washington invece di a Miami.

Il noto legislatore Bob Menéndez, lobbysta e alleato stretto della mafia di Miami, e una Sottosegretaria Assistente di Stato cercavano affannosamente, il venerdì 21 aprile, un luogo simile ad Airlie House nelle vicinanze di Miami.

Ho citato questi fatti per dimostrare fino a che vergognoso punto il Procuratore Generale si sforzò per evitare l’uso della forza. Nessuno nel nostro paese può ignorare i rischi potenziali di questo distorto cammino che, a causa delle pressioni della Fondazione, scelsero le autorità nordamericane per risolvere ciò che sarebbe un semplice caso d’immigrazione se non si trattasse di un bambino cubano.

Fatti che supportano questa tesi:

Primo: I tre giudici del tribunale che deve decidere sul ricorso della mafia non sono da fidare. La risposta alla richiesta del Procuratore Generale perché fosse legalmente ordinato a Lázaro González di consegnare il bambino dopo la sua palese disubbidienza all’ordine dell’INS passerà alla storia come un esempio di arbitrarietà, parzialità e prepotenza. Quel giorno decretavano che un bambino di qualsiasi età e procedenza poteva chiedere asilo negli Stati Uniti contro la volontà dei genitori. D’altra parte si costringeva al bambino martirizzato a rimanere negli Stati Uniti fino alla conclusione del processo legale. Non si è pronunciato, invece, sulla disubbidienza all’ordine dato al sequestratore di consegnare il bambino. Lasciò senza alternativa il Procuratore Generale. La costringeva a fare concessioni impudiche o a utilizzare la forza. E lei fece ambedue le cose. Solo il caso e la perizia della guardia giudiziaria evitarono il peggio, e il bambino fu riscattato sano e salvo.

Che certezza può avere adesso il padre che l’incontro con suo figlio è definitivo? Nessuna!

Secondo: Il Nuevo Herald informa il 26 aprile che il giorno prima, martedì 25 aprile, di fronte a un gruppo di undici Senatori che convocarono il Procuratore Generale Janet Reno a una riunione per “discutere preoccupazioni”, alla domanda di “cosa succederebbe se la Corte di Atlanta o qualunque altra decidesse che il bambino deve ricevere asilo”, il Procuratore Generale rispose testualmente: “Penso che dovremmo allora rinviarlo a Miami.”

Il rischio che questo tribunale decida che il bambino ha diritto all’asilo è reale. Coincidirebbe interamente con la dottrina che sottoscrisse nella sua decisione del 19 aprile e che la mafia terrorista richiedeva. Nessuno potrebbe immaginare come reagirebbe l’opinione pubblica mondiale e la stessa opinione pubblica nordamericana, che ha visto tutto quanto hanno fatto al bambino a Miami e più tardi le commuoventi fotografie dell’incontro del padre con il figlio, se strappano il bambino a Juan Miguel per inviarlo ancora all’inferno della casa di Lázaro González. E’ impossibile, però è stato detto dal Procuratore Generale e il tribunale di Atlanta può decidere ciò.

Terzo. Lo stesso giorno 26, l’agenzia ANSA divulga da Washington la seguente notizia: ” <> – si chiama così il luogo dove sono Juan Miguel e la sua famiglia – <<è stato scelto perché ha un bel terreno che può essere utilizzato dal bambino. Ed è abbastanza grande perché potenzialmente possano esserci i parenti senza disturbarsi mutuamente>>, ha detto un funzionario del Dipartimento di Giustizia che chiese di rimanere anonimo.”

Come si può vedere emerge ancora la vecchia e tenebrosa idea contenuta negli orripilanti punti già riferiti della proposta consegnata a Juan Miguel la notte critica del venerdì 21 aprile. E lo dice nientemeno che un “anonimo” funzionario di Giustizia.

Quarto: Il 26 aprile, Gregory Craig, avvocato di Juan Miguel, presenta al Tribunale dei tre giudici della Corte di Atlanta ciò che si conosce come una mozione d’emergenza richiedendo l’intervento di Juan Miguel nel processo e la sostituzione di Lázaro González con il padre del bambino come suo unico rappresentante legale, sia nella condizione di padre superstite sia nel carattere di “amico stretto” di Elián, strano termine che si usa nella legislazione nordamericana quando un minore non ha un parente stretto che lo rappresenti in una corte, che senza ombra di dubbio non è il caso di Elián.

Il giorno seguente, 27 aprile, il tribunale di Atlanta rifiuta il carattere di Juan Miguel come unico rappresentante del bambino, e ammette per votazione divisa che partecipi al processo.

Su questo aspetto, il 28 aprile, il New York Times pubblica: “In una decisione mista sul caso di Elián González, una corte federale di Appelli rifiutò ieri la richiesta del padre del bambino di fungere come suo unico rappresentante legale, il che avrebbe messo fine in modo effettivo al processo giudiziario. (…) Nella decisione, il tribunale della Corte di Appelli disse che aveva dubitato se conferire o meno a Juan Miguel il diritto di partecipare al processo ormai avanzato, tuttavia aveva accettato perché si trattava del padre del bambino. Uno dei tre giudici non fu d’accordo con tale decisione.

“(…) La corte ritenne che sarebbe prematuro dire se il padre di Elián dovrebbe essere il suo unico rappresentante.

Il sicuro ricorso dell’avvocato di Juan Miguel e i solidi argomenti contenuti in esso riferiti alla rappresentatività esclusiva del padre del bambino furono rifiutati da questo tribunale.

Secondo esperti legali, se la decisione dei tre giudici nel processo, la cui udienza avverrà l’11 maggio, sarà divisa, vale a dire due a uno, la parte pregiudicata potrebbe richiedere che tutti i giudici della Corte di Appelli di Atlanta si pronuncino sul caso, non solo i tre nominati.

Gli esperti ritengono che questo ricorso significherebbe comunque una nuova possibilità di prolungare la durata del processo legale previamente alla presentazione del ricorso presso la Corte Suprema.

Ci sono altre cinque varianti per prolungare il processo per tempo indeterminato.

Gli avvocati dei mafiosi chiesero a loro volta diversi ordini e definizioni.

Quinto: Riprendendo l’avvenuto il 25 aprile, da Laredo, Texas, l’AP comunicò quanto segue: “<>, disse il candidato repubblicano alla presidenza, George W. Bush. <>”

Sesto: Il giorno successivo, secondo un dispaccio dell’agenzia EFFE, la signora Hillary Clinton, moglie del Presidente degli Stati Uniti, in un programma di radio della città di Buffalo, stato di New York, “fece pubblica la sua speranza che il padre del bambino cubano Elián González, decida alla fine di chiedere asilo e rimanere negli Stati Uniti.

“Spero che provare la libertà e l’occasione che ha di vivere insieme a suo figlio durante questo tempo qui, magari lo aiuterà a considerare di rimanere definitivamente negli Stati Uniti.

“(…) <>, disse la prima donna utilizzando il termine usato per i militari che decidono di abbandonare il proprio paese per rifugiarsi in un altro, di solito quello del nemico.”

Cioè, parlano tranquillamente di istigare alla defezione di un padre che è stato vilmente oltraggiato durante mesi. Non possono immaginare nemmeno un cubano degno. Prima lo accusavano di essere un vigliacco, che non osava di viaggiare negli Stati Uniti, né s’interessava per il figlio. Dopo affermarono che il governo di Cuba non lo autorizzava a viaggiare a quel paese per evitare la sua defezione. Quando lo videro arrivare con la moglie e il figlio più piccolo, nel momento preciso e all’ora e minuti giusti, sono rimasti sorpresi, fino adesso, di fronte alla dignità, coraggio e onore di Juan Miguel. Cercano di trattenerlo fino alle calende greche con la speranza di sedurlo. Tutti all’unisono cercando lo stesso obiettivo: che il bambino non ritorni mai a Cuba per colpire moralmente un popolo caparbio ed eroico da cui sono nati Juan Miguel ed Elián.

Dove è andata a finire l’etica dei leader politici di quel paese? Com’è possibile che ignorino così tanto le realtà di Cuba? Perché tanto disprezzo? Fino a quando continueranno a credere le proprie menzogne?

Subitamente, il 27 aprile, sorgono restrizioni e ostacoli di ogni tipo allo spostamento dei funzionari cubani che attendevano Juan Miguel, la moglie e i suoi due figli, ormai sistemati a 70 miglia di distanza; si concedono solo quattro visti per i bambini che dovevano viaggiare per contribuire al recupero di Elián, limitandoli a 15 giorni; si stabilisce l’assurda formula di sostituirli ogni due settimane, e non si concede l’autorizzazione per viaggiare a nessuno degli specialisti indispensabili richiesti dalla famiglia. Era evidente il proposito di isolare Juan Miguel e la sua famiglia.

Coincidendo con le suddette dichiarazioni, la signora Albright, Segretaria di Stato, aveva detto due giorni prima alla rete FOX, in una intervista in televisione: “Abbiamo alcuni problemi molto seri con Cuba e manterremo la legge dell’embargo” -così chiama la signora il blocco e la guerra economica- ” e la Legge per la Democrazia Cubana”- in questo modo si riferisce alla criminale Legge Helms Burton.

La cosa più curiosa è che nessuno a Cuba ha chiesto perdono al governo degli Stati Uniti; nesuno ha chiesto nemmeno l’eliminazione di quel blocco che risulta ogni giorno più insostenibile e che inevitabilmente crolla perché anacronico e ogni giorno più costoso per gli Stati Uniti dal punto di vista politico e morale.

I padri che iniziarono l’eroica tradizione della nostra patria di fronte ai sogni annessionisti concepiti dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba duecento anni fa ci insegnarono che i diritti si esigono, non si mendicano. Niente sarà facile rispetto a Cuba nel futuro. Quarant’anni di resistenza contro aggressioni e ingiustizie di ogni tipo e la battaglia di idee che abbiamo portato avanti senza tregua per oltre cinque lunghi mesi ci hanno fatto diventare molto più forti. Lotteremo senza riposo contro l’assassina Legge di Aggiustamento Cubano, contro la crudele Legge Helms Burton, i cui autori devono -ai sensi dei patti sottoscritti tra 1948 e 1949 sia da Cuba che dagli Stati Uniti- essere processati da un tribunale per il delitto di genocidio; lotteremo contro la legge il cui autore, Robert Torricelli, è alleato della mafia terrorista di Miami; lotteremo contro il blocco e la guerra economica che il nostro popolo ha saputo resistere durante quasi mezzo secolo; lotteremo contro le attività sovversive che si eseguono dagli Stati Uniti, compreso il terrorismo per rendere instabile la nostra società, e lotteremo perché finalmente sia restituito alla nostra patria il territorio illegalmente occupato nel nostro paese. Compiremo tutto quanto abbiamo giurato a Baraguá davanti alla memoria indelebile e immortale del Titano di Bronzo (si riferisce al Generale Antonio Maceo uno dei capi più importanti della Guerra per l’Indipendenza dalla Spagna, NdT.).

Non incolpiamo il popolo nordamericano; incolpiamo i responsabili delle menzogne con cui lo hanno ingannato per molto più tempo di quello che immaginava Lincoln. Per il contrario, rendiamo omaggio al popolo che, malgrado le menzogne, in ampia maggioranza, è stato capace di rifiutare il ripugnante crimine che stavano commettendo contro un bambino cubano.

Sarebbe saggio che gli odierni e i futuri governanti degli Stati Uniti capiscano che Davide è cresciuto. Si è trasformato in un gigante morale che non lancia pietre con la fionda, ma esempi e idee di fronte a cui il grande Goliath delle finanze, le colossali ricchezze, le armi nucleari, la più sofisticata tecnologia e di un potere politico che si appoggia sull’egoismo, la demagogia, l’ipocrisia e la menzogna, è indifeso.

Perché non si facciano troppe illusioni con la sua ridicola vittoria di Pirro raggiunta con l’infame risoluzione a Ginevra, basata sulla calunnia e imposta dal governo degli Stati Uniti mediante umilianti pressioni e l’appoggio dei loro alleati della NATO, Cuba, nello stesso periodo di sessioni, propose sei risoluzioni in favore dei paesi del Terzo Mondo, che furono tutte approvate da una schiacciante maggioranza, sempre con il voto contrario degli Stati Uniti, che in generale contò con l’unico appoggio o l’astensione del gruppetto dei loro ricchi alleati europei.

I popoli di un mondo ingovernabile, che soffrono la povertà e la miseria, a cui sfruttano e saccheggiano ogni giorno di più, saranno i nostri migliori compagni di lotta. Per collaborare con loro non disponiamo di risorse finanziarie. Contiamo invece su uno straordinario e sacrificato capitale umano di cui non dispongono né disporranno mai i paesi ricchi.

Evviva il patriottismo!
Evviva il socialismo!
Evviva l’internazionalismo!
Patria o Morte!
Vinceremo!

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