Cuba tra pandemia, bloqueo e economia del resolver

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Dentro la “guerra al virus”. Una ricerca sulla bellezza tra le strade dell’isola che resiste e allarga lo sguardo al mondo portando un esempio di resistenza, solidarietà e medici.

Arrivando a La Havana dall’aeroporto José Martí, insieme all’odore dell’aria umida, alle palme che annunciano il tropicale, alla sete dovuta al volo aereo, il visitatore accorto non mancherà di notare un grande manifesto, sorta di monito per il forestiero, che ricorda dove ci si trova. Nell’isola paradiso, che Colombo definì nel suo Giornale di bordo «la terra più bella che occhio umano abbia mai visto» certamente, e, nel paese della rivoluzione.

Rivoluzione viva o morta? Su questo lo straniero avrà le sue idee più o meno chiare ma il manifesto ricorda a chiare lettere una cosa ben nota e sperimentata in modo tangibile dai cubani: benvenuti in un altro mondo, che vive dal 1960 sotto il cosiddetto “embargo” statunitense.

Le parole usate dalla rivoluzione socialista in fieri per descrivere quel che negli Stati Uniti e in molti altri paesi si chiama “embargo”, sono tuttavia diverse.

Il cartellone lugubre, completamente nero, recita in lettere bianche: «Bloqueo, el genocidio más largo de la historia». La “o” di bloqueo, non è una lettera ma un cappio di corda da impiccato. Dentro il cappio c’è la sagoma dell’isola di Cuba, come canta Nicolas Guillén “un largo lagarto verte, con ojos de piedra y agua”, “una grande lucertola verde con occhi di pietra e acqua”.

La parola genocidio, per l’occidentale appena atterrato che viene in vacanza nelle acque cristalline, in un luogo di «piacere», parola chiave della forma più moderna del consumismo, secondo Arjun Appadurai organizzata intorno all’estetica dell’effimero e alla liberazione dall’abitudine, è fastidiosa.

Bloqueo. Certamente un crimine. Ma genocidio? Come può l’orizzonte ontologico di una pausa spensierata a Varadero o Cayo Largo, paesaggio erotizzato che racchiude nello spazio della riva bagnata dall’oceano una geografia edonista, convivere con l’idea di un paese oppresso da un genocidio di lunga durata?

Questa nota stonata e pesante nel clima “esotico” che si instaura dentro e fuori il viaggiatore, fondato, come ricorda Roland Barthes su una trasformazione dell’altro in divertimento (I Miti d’oggi), viene rimossa con sollievo.

Suona il reggaetón sparato a tutto volume nel carro di turno che continua la sua corsa, amabili domande di convenienza dello chófer. La mente torna all’aspettativa del proprio soggiorno, la vista, senso primigenio nell’epistemologia dell’alterità esotica (Affergan, 1991), si appunta sui tronchi delle palme, sui corpi in attesa alle fermate dell’autobus, sulle vecchie chevrolet e cadillac, ci si lascia andare all’aria tiepida che entra dal finestrino e si attacca ai vestiti, e a quel tipico e inebriante odore di benzina, che contraddistingue l’Havana, la gasolina che puntualmente se te acabó sulla quale filosofeggia, ironicamente e ambiguamente tanta musica pop cubana.

Intanto, nello stesso abitacolo viaggia e conduce un hombre sincero de donde crece la palma, per usare i versi di José Martí, un cubano. Con lui viaggia un’altra lettura dello stesso cartellone, nessuna refrattarietà tra lo sguardo che legge lo scandalo denunciato e l’orizzonte quotidiano personale.

Il bloqueo è una realtà sperimentata tutti i giorni e, ancora di più, – come illustrato nei dettagli giuridici dall’Informe sobre las afectactiones del bloqueo a Cuba del ano 2019 pubblicato sul Granma -, da quando, a partire dal 2018, Mr. Master of War Donald Trump ha rafforzato le sanzioni economiche lesive della sovranità di Cuba, smantellato l’allentamento promosso da Obama e Raul Castro nel 2014, con l’effetto di asfissiare nascenti tentativi di capitalismo di stato, privatizzazioni di settori come quello turistico o dei mezzi di comunicazione.

A distanza di un anno dalla mia ultima ricerca sul campo, torno a La Havana per la quarta volta lo scorso febbraio 2020, mentre iniziano a dilagare in Italia i contagi del Covid-19.

Appassionata dalla creatività della lingua cubana, uno spagnolo transculturato, impregnato dell’africanità di Cuba, che possiede uno swing fonetico nella pronuncia di parole troncate, di sillabe finali mangiate, come fosse necessario inghiottire il suono per arrivare al punto diretto del messaggio, e che ha una ricchezza di modi di dire e termini immaginari e metaforici taglienti per descrivere le difficoltà della vita, noto l’incremento della frequenza di un vocabolo già largamente in uso: “escasea”, ossia “scarseggia”.

Sono a La Havana per un’ultima fase di ricerca sulla bellezza della mulatta, le sue rappresentazioni autoctona e i suoi simulacri occidentali.

Intervisto donne, mulatte e nere, di età disparate sulle pratiche di bellezza e cura del sé, sull’idea della sensualità, sulle opinioni riguardo gli stereotipi erotizzanti diffusi.

Mi muovo tra il quartiere del Cerro, oggi uno dei più colpiti dal Covid-19, Centro Habana, Habana Vieja. Incontro persone diverse dal punto di vista professionale, esercenti mestieri statali, artisti o, come si dice a Cuba, cuentapropistas, privati che si muovono nell’economia informale de La Havana: chi è coinvolto nella santeria e vive dell’officio religioso e altri lavoretti, chi è legato all’ambiente dell’arte o a quello della moda, nel quale conosco figure legate alla settimana annuale Arte y Moda de la Havana, stilisti all’opera nei loro atelier, creatori e modelle nel backstage della sfilata a la Fabrica de arte Cubano.

Nell’ambiente del cinema incontro due tra le più note attrici cubane, Eslinda Nuñez, musa di Solás e Gutiérrez Alea e approfondisco con l’amica Luz Maria Collazo, la protagonista mulatta di Yo Soy Cuba di Kalatozov, icone della bellezza nazionale basata sulla spontaneità, la dote del fascino femminile senza ritocchi, la capacità d’improvvisazione.

Questo percorso nella bellezza, chi la detiene, chi la sponsorizza, chi la mette in mostra, mi porta a notare che oltre al modo di dire ormai classico, “hay que resolver”, radicatosi profondamente dagli anni Novanta e il Periodo especial en tiempo de paz e alle espressioni “no es facil” o “hay que seguir luchando” che esprimono la stessa area di senso, quest’anno il cubano sottolinea una situazione peggiorata.

La cosa esta mala, la cosa esta difícil, in altre parole: escasea, todo escasea.

Partendo chiedo a vari amici cubani cosa posso portare. Metto in valigia, oltre a penne e quaderni, pile di taglia media, candela azzurra del colore di Yemayá, candela rossa colore di Changó, salsa di pomodoro, edulcorante, spugnette per pulire, una scopa. Chiedo un po’ preoccupata se serve il bastone, la risposta è: “Ya tu sabes, eso lo resolvemos”. Questo banale esempio dà una vaga misura di quanto todo a Cuba escasea e di come, in urgenza del necessario, il superfluo sia riconosciuto come tale, merce scambiabile in cambio di beni più utili.

Questa pratica del resolver, economia di vita informale che scambia i prodotti più vari, dal tubo al reggiseno, dalla paloma alle scarpe da ginnastica, è un’invenzione del quotidiano assieme creativa e penosa, effetto del bloqueo.

Noi con le valigie con dentro costume e pareo, la simil-moleskine e la penna per il diario di viaggio, che siamo del mondo “de los dolares”, “de los chavitos”, “de la pasta”, dei molti modi cubani di chiamare il capitale, noi del Primo mondo, che viaggiamo verso l’isola lussureggiante di piante e donne, inseguendo scenari di delizia per sfuggire l’inverno o concentrati in avventure di autoformazione epica sulle orme del Che e dei barbudos, dovremmo avere la finezza di dar peso al linguaggio. Noi, del mundo de accá, così come Cortázar chiama l’occidente in Rayuela, la condizione precaria della vita cubana imposta dagli USA la chiamiamo “embargo”, usando una voce spagnola che significa “impedimento, sequestro”. Loro, i cubani, “bloqueo”.

Mentre l’embargo rinvia ad un’azione militare di sanzionamento economico nei confronti di un paese identificato come belligerante, il termine bloqueo, che in antropologia si direbbe emico, di uso nativo cubano, rinvia ad un orizzonte più ampio, riflette un diverso ordine di rappresentazione dello stesso discorso: una chiusura del proprio spazio economico-politico che diventa esistenziale.

La parola bloqueo, sostantivo assoluto non seguito da nessuna specificazione indica un blocco totale, riferito all’idea di orizzonte, al modo di stare al mondo. El bloqueo toglie libertà d’azione e scelta, obbligando affannosamente all’invenzione, impone come limite dello sguardo l’oceano visto dal Malecón e provoca miraggi, anelito di paesaggi di benessere.

Questa condizione di oppressione crea nell’isola quell’aria anacronistica, ammantata dall’occhio occidentale in visita di poesia e di nostalgia imperialista (Marco Aime e Davide Papotti, L’altro e l’altrove, Einaudi, 2012), sperimentata invece dai cubani come impotenza, trasformata per necessità in virtù di ironia e gioco per meglio sopportare il quotidiano.

Il saper giocare con l’orizzonte lo racconta bene una “regina dell’Avana” di M. Barnet:

…quanto è grande l’orizzonte! Perché devo essere così triste?… Il Malecón è il mio psichiatra e non mi costa niente. Mi siedo lì sola soletta e mi metto a pensare a qualcosa: di avere un pianoforte a coda, di incontrare qualcuno che mi invita a una prima di gala a Hollywood e di mettermi un vestito di lamé verde… insomma, a un sacco di cose. Neanche sognare costa niente.

La pandemia introdotta a Cuba da turisti vacanzieri, determina un clima di incertezza acuita. L’Habana Libre e l’Hotel Nacional o lo sfavillante Gran Hotel Manzana Kempinski stanno tristi e vuoti di fronte al venir meno della maggior risorsa del paese, la mobilità del mondo capitalista in vacanza.

All’ordine del giorno è il discorso sull’efficacia dell’antivirale Interferone Alfa 2b, integratore del sistema immunitario e dell’antiparassitario l’Ivermectin, usato contro la zanzara tropicale nota come dengue, funzionante in vitro.

Contemporaneamente il presidente Díaz-Canel Bermúdez afferma nuovamente una guerra fredda mai terminata. Le pagine del Granma illustrano il virus che “iguala a todos” , come notato da Frei Betto, il teologo amico di Fidel, gli Stati Uniti che mettono in ginocchio Cuba e il virus che mette in ginocchio gli Stati Uniti, mostrando la fallibilità della “cultura capitalista dello scarto umano” spietata con i loser.

Mentre il quotidiano Juventud Rebelde commenta in rima lo sbarco a Torino della seconda brigata internazionale cubana Henri Reeves “El mundo agradece, el imperio se enfurece”, il discorso mediatico combatte il miedo pandemico facendo memoria degli eroi rivoluzionari ma anche di simboli di resistenza nazionale come il mitico “Changa”, giocatore di pelota mancino, astro delle squadra habanera Industriales.

I termini della lotta contro il Covid-19 sono militari: lucha, batalla, combate e necessità di disciplina.

Questi stessi termini, da noi al centro di un dibattito sulla violazione delle libertà individuali, il biopotere, (si veda il blog Una Voce di Giorgio Agamben nel sito Quodlibet), il linguaggio «metaforico marziale» (si vedano i contributi di Giovanni Pizza, Guerra alla guerra e Sul contagio di Agamben nel blog Treccani Storie Virali) a Cuba sono normali.

Anche in questo caso il diverso peso delle parole e il dibattito o, al contrario, l’assenza di dibattito sulla loro legittimità invita riflettere.

A Cuba, dove la condizione di allerta quotidiana è rammentata dai murales “con la guardia en alto”, dove la sagoma del Che illuminata di notte veglia sulla Plaza de la Revolución e quella speculare di Camilo Cienfuegos rivolge a Fidel un “Vas bien”, dove versi dell’apostolo dell’indipendenza Martí, quali “Somos un ejercito de luz y nada prevalecerá contra nosotros” sono un riferimento per la collettività, dove si conoscono i protocolli per gli uragani, si fan file rispettose per la guagua (autobus) o l’almendrón (taxi collettivo), e si inventano strategie urbane per trovare pollo, caffè, o formaggio, e dove ci si saluta con un cordiale “seguimos el combate”, questo linguaggio è una semantica di piena attualità.

Gergo simbolico del quotidiano regime del resolver, all’ora del giorno in questo maggio in cui l’isola si appresta a fronteggiare il picco dei contagi già superiori ai 1800 (salud.msp.gob.cu), questo linguaggio ha due matrici.

Una autoctona, fieramente impura e mestiza, che risale all’epoca della colonia, la schiavitù e le guerre d’indipendenza; l’altra, esterna: una longeva oppressione statunitense, denunciata, ancora di più oggi, da quella sorta di figura linguistica assoluta, cristallizzata negli anni, che è la parola cubana bloqueo.

di Elena Zapponi antropologa della Sapienza Università di Roma. Le foto in pagina sono AP /LaPresse

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