Colombia come strumento politico della strategia USA contro il Venezuela

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Dobbiamo intendere la recente storia colombiana dall’avvento della mega industria mondiale del narcotraffico che cavalca sul conflitto armato più lungo della storia contemporanea e che viene spesso messo in secondo piano. Ciò si verifica, tra l’altro, per evitare di spiegarne le sue cause ed evidenziare le debolezze strutturali del quadro istituzionale dello stato colombiano nel suo insieme.

È una realtà innegabile: il traffico di droga è il motore che muove la politica colombiana e la sua stretta relazione con gli USA è stata determinata dall’importanza che questo fattore di primo ordine ha nell’agenda politica.

Ha dato origine al Plan Colombia con ingenti risorse per le forze militari e di polizia per “la lotta contro il traffico di droga e la lotta controinsurrezionale” che in gran parte si trasforma in acquisto di attrezzature ed armi.

Dietro le quinte, la cocaina è il suo principale prodotto di esportazione la cui destinazione sono gli USA.

Gli USA delegano, in Colombia, il lavoro sporco

Dall’arrivo di Iván Duque al potere, il 7 agosto 2018, l’élite colombiana ha cercato in tutti i modi di lavarsi la faccia criminalizzando il legittimo governo del presidente Nicolás Maduro.

È interessante notare che durante l’investitura del capo di Nariño, il discorso di Ernesto Macías, all’epoca presidente del Congresso, si prospettasse la presunta preoccupazione per l’aumento del traffico di droga e si ratificasse l’importanza di contare sul sostegno degli USA per combatterlo.

Macías disse testualmente:

“Oggi riceve un paese che ha il vergognoso record di essere il primo produttore di cocaina al mondo, più di 210 mila ettari seminati, 921 mila tonnellate metriche di cocaina (…) La Colombia non può rimanere con le scuse che, recentemente, espresse l’ex presidente Santos ad un media, incolpando gli USA per l’aumento delle colture illecite perché i nuovi consumatori di cocaina sono aumentati in quel paese. Al contrario, dobbiamo assumere con decisione l’eradicazione e la sostituzione delle colture illecite, questo sì con il sostegno di quel grande alleato della Colombia, gli USA”.

Un mese dopo l’investitura, The Inter-American Dialogue (un’istituzione del pensiero USA volto a posizionare le percezioni degli USA su questioni in America Latina) ha organizzato un evento con il cancelliere designato da Iván Duque, Carlos Holmes Trujillo, a cui hanno partecipato anche Francisco. Carrión, ambasciatore dell’Ecuador negli USA; Andrew Selee, presidente dell’Istituto per le Politiche Migratorie; e Pedro Burelli, ex direttore esterno di PDVSA.

L’evento si è concentrato sul consolidamento del resoconto di come “la crisi del Venezuela colpisce la regione” e le azioni politiche che dovevano essere intraprese insieme.

Al di là della nota ripetizione della narrativa anti-venezuelana, questa conversazione si è rivelata essere una sorta di ufficializzazione dell’entrata in scena del governo di Iván Duque nel suo ruolo di armatore politico degli USA e del suo piano di intervento contro il Venezuela.

Durante la discussione, il moderatore Michael Schifter (che era anche direttore del programma latino-americano del National Endowment for Democracy) ha sottolineato che il neoeletto presidente Duque stava assumendo il suo mandato con preoccupazione per la “rinarcotizzazione” delle relazioni colombiano-statunitensi, ed ha chiesto a Holmes Trujillo sulla “preoccupante” possibilità che, ancora una volta, la questione della droga fosse la priorità delle relazioni bilaterali, a scapito dell’ affrontare altre questioni, in chiaro riferimento al conflitto venezuelano.

D’altra parte, l’ambasciatore ecuadoriano Francisco Carrión ha affermato che il suo paese è stato generoso con la Colombia accogliendo 300.000 colombiani vittime della violenza e che a causa di questa situazione all’Ecuador risultava quasi impossibile ricevere migranti venezuelani.

La risposta del ministro degli Esteri Holmes Trujillo è stata che erano disposti a discutere con l’Ecuador le migliori soluzioni a queste preoccupazioni, ma ha data per conclusa la discussione, sottolineando che “questo tipo di disaccordo potrebbe danneggiare la coesione politica necessaria tra i loro paesi per coordinare attacchi di diverso tipo contro Venezuela”.

Chiaramente, il ministro degli Esteri colombiano ha fatto sapere che lo scopo di tale evento era pensare ad una coalizione di paesi contro il Venezuela. Le “altre questioni” a cui Schifter si riferiva.

L’immancabile momento “sorpresa” dell’evento si è verificato quando un partecipante anonimo che si è identificato come “abitante colombiano di Chocó” ha comunicato telefonicamente per denunciare che la sua regione “funge da corridoio per il passaggio di cubani e venezuelani che lo usano come ponte per il traffico di stupefacenti verso il Centroamerica e gli USA, il che ha generato, in questa zona, un focus di violenza”.

Una comoda testimonianza adattata alle intenzioni anti-venezuelane di Holmes Trujillo e del Inter-American Dialogue.

Controllo dei danni pensato da Washington

Il fallimento dell’Operazione Gedeon, condotta all’inizio di maggio, ha chiarito il ruolo della Colombia e il suo ruolo di avanguardia della “coalizione multilaterale” contro il Venezuela.

Iván Duque e il suo mentore Álvaro Uribe hanno accettato il loro ruolo di armatori della strategia USA, mettendo a nudo la debolezza istituzionale dell’intero stato colombiano quando il suo governo, da un lato, assicura di non avere nulla a che fare con la fallita operazione mercenaria e, dall’altra, denuncia pubblicamente la fuga di informazioni dai suoi apparati di sicurezza che ha finito per confermare la sua diretta partecipazione alla fallita incursione per le coste venezuelane.

Ma la perdita più importante di questa operazione è la legittimità dell’interim immaginario di Juan Guaidó. Come negare i suoi legami con il narcotraffico?

Tuttavia, i tentativi di resuscitare la strategia di Guaidó continuano dal think tank The Inter-American Dialogue.

Il 18 maggio, detta istituzione ha nuovamente organizzato un evento di taglio anti-venezuelano chiamato “Conversazioni con Juan Guaidó”, in cui di nuovo Michael Schifter ha tracciato la linea discorsiva affermando che “cercare un modo per porre fine all’incubo che stanno vivendo i venezuelani è stat eo continua ad essere la priorità più urgente per il dialogo interamericano”.

Il forum organizzato da Schifter ha avuto la partecipazione speciale dell’ex presidentessa del Costarica, Laura Chinchilla, le cui prime parole hanno espresso “il grande onore che pochissimi capi di stato hanno potuto avere” in riferimento all’accoglienza che Donald Trump ha fatto a Juan Guaidó alla Casa Bianca all’inizio di febbraio.

Impossibilitata di eludere il tema della fallita Operazione Gedeon, Chinchilla si è riferita a ciò che è accaduto il 3 maggio come “una situazione da cui il regime ha ottenuto profitto”, suggerendo a Juan Guaidó che questo incidente lo portasse “necessariamente a ripensare o riconsiderare l’uso della forza come uno degli scenari per risolvere la situazione in Venezuela”.

Chinchilla non ha avuto scrupoli nel ripetere il consunto mantra de “è colpa di Maduro” al riferirsi alla situazione nazionale, partecipando come pezzo minore all’impalcatura di controllo dei danni portata avanti dalla mal chiamata “comunità internazionale” dopo il fallimento dell’operazione.

L’ultimo capitolo della summenzionata manovra di controllo dei danni per coprire la forza del fallimento dell’Operazione Gedeon ha avuto luogo con l’organizzazione della cosiddetta “Conferenza dei Donatori“, che si è svolta con il presunto obiettivo di raccogliere 2800 milioni di dollari per i migranti venezuelani nei paesi dell’America Latina.

All’evento, in nessun momento sono state prese in considerazione le migliaia di venezuelani che stanno tornando nel paese, fuggendo dal collasso causato dal Covid-19 in questi paesi, nonché l’emarginazione, xenofobia e stigmatizzazione.

Il ritorno dei venezuelani nel loro paese smonta uno sforzo discorsivo pluriennale, perfettamente fabbricato da questi gruppi di pensiero con sede a Washington.

Vale la pena chiedersi, dopo Gedeon, come si articola di nuovo la cosiddetta “comunità internazionale”? La risposta è chiara: organizzando una conferenza dei donatori in cui ogni paese richiede la propria quota di quel denaro per entrare a far parte della “coesione multilaterale contro il regime”.

Senza sorpresa alcuna durante la conferenza, Iván Duque ha sottolineato che:

“… sebbene questa sia una riunione in cui stiamo essenzialmente parlando della assistenza ai rifugiati, questa deve essere un’opportunità per manifestare con forza che se non termina rapidamente tale dittatura in Venezuela la situazione peggiorerà”, dicendo anche che dovrebbe “cessare l’usurpazione, fare un’ampia transizione, elezioni libere e ricostruzione”.

Resta evidente che se Guaidó e Duque hanno qualcosa in comune, è che onorano gli stessi padri fondatori, gli stessi che hanno appena inviato un contingente di oltre 800 militari per la presunta lotta antidroga nel Catatumbo colombiano.

Non è necessario chiarire le reali intenzioni di questo movimento.

La migrazione venezuelana di andata e ritorno, la presunta crisi umanitaria e la “dittatura di Maduro” continueranno ad essere le scuse perfette dell’oligarchia colombiana per non vedersi l’ ombelico, in modo che altri non vedano la sua debolezza istituzionale, la sua guerra e la sua industria del traffico di droga dispiegato per la regione.

Fonte


Colombia, truppe Usa al confine col Venezuela «con la scusa dei narcos»

Lo hanno annunciato l’ambasciata degli Stati Uniti in Colombia e il ministero della Difesa di Bogotà: arrivano i militari a stelle e strisce, ufficialmente per aiutare le forze locali a contrastare il narcotraffico. Ma in molti, in Colombia, attaccano la scelta del presidente Duque, allineato a Washington: «Violate la Costituzione e la sovranità, a rischio le risorse naturali del Paese». L’esperienza del Plan Colombia, per contrastare i narcos e reprimere i ribelli, non fa ben sperare. E i soldati Usa al confine con il Venezuela rischiano di far salire ulteriormente la tensione con Caracas.

Un comunicato congiunto dell’ambasciata degli Stati Uniti in Colombia e del ministero della Difesa di Bogotà ha informato che a giugno arriveranno in Colombia militari nordamericani e vi rimarranno per quattro mesi. I soldati a stelle e strisce, il cui arrivo è imminente, saranno circa 800, di cui 50 come primo contingente.

Lo scopo, ufficialmente, è di fornire assistenza nella lotta contro il traffico di droga.

A richiedere la missione militare americana è stato il presidente della Colombia Iván Duque, seguendo i dettami del suo capo politico, Álvaro Uribe Vélez.

Ma la decisione ha scatenato le polemiche delle opposizioni, che lo accusano di aver violato la Costituzione e di non aver rispettato la sovranità nazionale, «mandando, ancora una volta, in frantumi la democrazia».

La permanenza di truppe straniere nel territorio colombiano, infatti, richiede l’autorizzazione del Senato e del Consiglio di Stato, cosa che Iván Duque si è ben guardato dal richiedere.

La missione e l’esperienza del Plan Colombia: gli interessi dietro il presidio dei parchi

I militari degli Stati Uniti si stabiliranno nelle seguenti aree: Basso Cauca, Córdoba meridionale, Catatumbo, Arauca, Pacifico Nariño e parchi naturali nazionali di Chiribiquete, Sierra de La Macarena, Catatumbo Barí, Nudo di Paramillo e Sanquianga.

La presenza di questi militari nei parchi naturali nazionali potrebbe essere dovuta a chiari interessi nella biodiversità, che sopravvive ancora in questi territori, da parte di multinazionali farmaceutiche, petrolifere e minerarie.

Durante il Plan Colombia – concepito nel 1999 per contrastare i cartelli della droga colombiani e i ribelli antigovernativi – i militari nordamericani hanno avuto accesso a informazioni di prima mano sulle risorse nascoste nel sottosuolo colombiano e, naturalmente, in superficie. Questo problema dovrebbe attirare l’attenzione di istituti ambientali e di ambientalisti nazionali, che hanno l’obbligo etico e politico di chiedere al governo di Iván Duque se i militari nordamericani e i civili, che sicuramente li accompagnano, studieranno e registreranno la biodiversità che esiste in quei parchi naturali.

Un altro rischio è nell’area di Catatumbo, dove vi sono otto municipi con ex combattenti, leader sociali e difensori dei diritti umani impegnati in programmi di sviluppo territoriali (Pdet, Programas de desarrollo con enfoque territorial). Se il governo di Duque e i sindaci delle zone non specificano la portata della presenza militare nordamericana in quella parte di Catatumbo, la dinamica dei programmi territoriali potrebbe essere influenzata dalle azioni militari messe in atto dalla brigata Sfab (Security Force Assistance Brigade).

Le reazioni

Molte sono le proteste per questa decisione di Iván Duque che vedrà la presenza di militari nordamericani in Colombia.

Il partito Farc (Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune) ha qualificato l’iniziativa come «altamente inquietante».

Il senatore Iván Cepeda, del Polo Democrático Alternativo, ha dichiarato in merito: «Se il governo volesse combattere il traffico di droga e contrastare gli omicidi sistematici di leader sociali, eliminerebbe dall’esercito gli ufficiali corrotti dell’operazione Bastón (un mega scandalo che coinvolge l’esercito colombiano, scoppiato dopo la richiesta della Colombia di aderire alla Nato, ndr). Invece preferisce promuovere l’intervento aperto dell’esercito americano».

L’obiettivo provocatorio è stato anche denunciato dalla Federazione colombiana dei lavoratori dell’istruzione (Fecode): «L’arrivo delle truppe statunitensi in Colombia è una chiara violazione della sovranità e della democrazia nazionale e la lotta contro il traffico di droga è una semplice scusa».

Almeno 50 membri del Congresso, di nove partiti politici diversi, hanno inviato una lettera al presidente Iván Duque Márquez lunedì scorso, chiedendo spiegazioni al governo di Bogotà per l’arrivo dei militari statunitensi in territorio colombiano.

Il Gruppo Puebla, di cui fa parte Ernesto Samper, ex presidente della Colombia, ha espresso «profonda preoccupazione» per l’annuncio fatto dall’ambasciata degli Stati Uniti in Colombia e dal Ministero della Difesa del Paese, il 27 maggio scorso.

Al confine con il Venezuela: il rischio di nuove tensioni

I membri della brigata statunitense si stabiliranno in varie aree di conflitto, tra cui alcune situate al confine tra Colombia e Venezuela (Norte de Santander e Arauca).

Questo accordo, oltre a essere illegale, poiché viola il requisito costituzionale della preventiva approvazione da parte del Senato della Repubblica di Colombia, rischia di contribuire a intensificare il conflitto tra i due governi, aumentando la tensione nelle loro aree di confine.

Lo scorso 3 maggio era partito proprio dalla Colombia il tentato assalto ai danni del Venezuela, fallito e paragonato alla Baia dei porci.

Considerando l’offensiva militare che il presidente Donald Trump ha annunciato contro il Venezuela, infatti, si intuisce il rischio che questa missione militare destabilizzi ulteriormente la sicurezza della regione.

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