Come il “Che” ha insegnato a combattere il Covid.19

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A partire dal dicembre 1951 Ernesto “Che” Guevara si prese una pausa di nove mesi dalla scuola di medicina per attraversare in motocicletta Argentina, Cile, Peru, Columbia e Venezuela. Uno dei suoi obiettivi era acquisire esperienza pratica della lebbra. La sera del suo ventiquattresimo compleanno il Che era a La Colonia de San Pablo in Peru ad attraversare a nuoto il fiume per unirsi ai lebbrosi. Si mosse tra seicento lebbrosi in capanne nella giungla che si prendevano cura a loro modo di sé stessi.

Il “Che” non si sarebbe accontentato di limitarsi a studiarli e a simpatizzare con loro; voleva stare con loro e comprendere la loro esistenza. Stare a contatto con persone povere e affamate mentre erano malate trasformò il Che. Egli immaginò una nuova medicina, con medici che servissero il maggior numero di persone con assistenza preventiva e pubblica consapevolezza dell’igiene. Alcuni anni dopo il Che si unì come medico al Movimento 26 luglio di Fidel Castro e fu tra gli ottantuno a bordo della Grandma quando approdò a Cuba il 2 dicembre 1956.

Medicina rivoluzionaria

Dopo la vittoria del 1° gennaio 1959 che spodestò Fulgencio Batista, la nuova Costituzione cubana incluse il sogno del “Che” di un’assistenza medica gratuita per tutti come diritto umano. Una comprensione dei fallimenti dei sistemi sociali disconnessi indusse il governo rivoluzionario a costruire ospedali e cliniche in parti sottoservite dell’isola nel momento stesso in cui cominciò ad affrontare crisi di analfabetismo, razzismo e alloggi. Cuba ristrutturò le sue cliniche nel 1964 e di nuovo nel 1974 per migliorare i collegamenti con le comunità e con i pazienti. Nel 1984 Cuba aveva introdotto squadre di medici-infermiere che vivevano nei quartieri dove avevano gli uffici (consultorios).

Gli Stati Uniti divennero sempre più bellicosi, così nel 1960 i cubani organizzarono Comitati per la Difesa della Rivoluzione per difendere il paese. I comitati prepararono il trasferimento degli anziani, disabili, sofferenti e malati di mente in aree più elevate se si avvicinava un uragano, in tal modo intrecciando assistenza sanitaria nazionale e affari esteri, un collegamento che è stata conservato in tutta la storia di Cuba.

Essendo la rivoluzione medica cubana basata sull’estensione dell’assistenza medica oltre le maggiori città e nelle comunità rurali che ne avevano maggiore necessità, fu una conclusione logica estendere tale assistenza ad altre nazioni. Il governo rivoluzionario inviò medici in Cile dopo un terremoto nel 1960 e una brigata medica nel 1963 in Algeria, che combatteva per l’indipendenza dalla Francia. Ciò creò il terreno per l’assistenza medica internazionale del paese, che crebbe nel corso dei decenni e ora comprende l’assistenza al trattamento della pandemia di COVID-19.

Nei tardi anni Ottanta e primi anni Novanta, due disastri minacciarono l’esistenza stessa del paese. La prima vittima dell’AIDS morì nel 1986. Nel dicembre del 1991 crollò l’Unione Sovietica, ponendo fine ai 5 miliardi di dollari di sussidi annui, bloccando il commercio internazionale e spingendo l’economia cubana in una caduta libera che esacerbò l’epidemia di AIDS. Una tempesta perfetta di contagio dell’AIDS apparve all’orizzonte. Il tasso d’infezione dell’HIV nella regione caraibica su secondo solo a quello dell’Africa meridionale, dove era stato presente un terzo di milione di cubani durante le guerre angolane. L’embargo contro l’isola ridusse la disponibilità di farmaci (compresi quelli per l’HIV/AIDS), rese i farmaci esistenti vergognosamente costosi e compromise le strutture finanziarie utilizzate per gli acquisti di farmaci. Disperatamente bisognosa di fondi, Cuba aprì le chiuse del turismo.

Il governo ridusse drasticamente i servizi in tutte le aree, salvo due: l’istruzione e l’assistenza sanitaria. I suoi istituti di ricerca svilupparono test diagnostici cubani per l’HIV entro il 1987. Più di dodici milioni di test furono completati entro il 1993. Nel 1990, quando i gay erano diventati le principali vittime dell’AIDS dell’isola, l’omofobia fu contrastata ufficialmente nelle scuole. Profilattici furono forniti gratis agli ambulatori dei medici e, nonostante la spesa, lo stesso fu per i farmaci antiretrovirali.

Lo sforzo unitario e ben pianificato di Cuba per far fronte all’HIV/AIDS pagò. Nello stesso momento in cui Cuba aveva duecento casi di AIDS, New York City (con circa la stessa popolazione) aveva 43.000 casi. Pur avendo solo una piccola frazione della ricchezza e delle risorse degli Stati Uniti, Cuba aveva superato i devastanti effetti del blocco statunitense e aveva messo in atto un programma per l’AIDS superiore a quello del paese che cercava di distruggerla. Durante questo Periodo Speciale i cubani ebbero vite più lunghe e tassi di mortalità infantile inferiore rispetto agli Stati Uniti. Cuba aveva ispirato operatori sanitari di tutto il mondo a credere che un paese con un sistema medico coerente e premuroso potesse prosperare, anche contro enormi disparità.

Il COVID-19 colpisce Cuba

Superare la crisi dell’HIV/AIDS e del Periodo Speciale preparò Cuba al COVID-19. Consapevole dell’intensità della pandemia, Cuba sapeva di avere due responsabilità inseparabili: prendersi cura dei propri con un programma generale e condividere internazionalmente le proprie capacità.

Il governo ha immediatamente attuato un compito che si dimostrava molto difficile in un’economia mossa dal mercato: modificare le attrezzature di fabbriche nazionalizzate (che normalmente producevano uniformi scolastiche) per fabbricare mascherine. Ciò ha offerto un’ampia disponibilità a Cuba entro la metà dell’aprile 2020, mentre gli Stati Uniti, con la loro enorme capacità produttiva, stavano ancora soffrendo una scarsità.

Discussioni ai più alti livelli del Ministero cubano della Sanità Pubblica hanno messo a punto la politica nazionale. Dovevano esserci test massicci per stabilire chi era rimasto contagiato. I contagiati dovevano essere messi in quarantena, garantendo contemporaneamente che disponessero di cibo e di altre necessità. Il tracciamento dei contatti sarebbe stato usato per stabilire chi altro poteva essere stato esposto. Personale medico doveva recarsi porta a porta a controllare la salute di ogni cittadino. Il personale dei consultorio avrebbe dedicato speciale attenzione a chiunque nel quartiere potesse essere a rischio elevato.

Al 2 marzo Cuba aveva istituito il Piano di Prevenzione e Controllo del Nuovo Coronavirus. Nel giro di quattro giorni esso si è ampliato a un piano che includere la rilevazione della temperatura e il possibile isolamento di viaggiatori infetti in arrivo dall’estero. Ciò è avvenuto prima della prima diagnosi confermata cubana di COVID-19 l’11 marzo. Cuba ha avuto il suo primo morto confermato per COVID-19 il 22 marzo, quando c’erano 35 casi confermati, quasi mille pazienti in osservazione in ospedali e più di 30.000 persone sotto sorveglianza a casa. Il giorno successivo ha vietato l’ingresso di stranieri non residenti, il che ha causato una forte perdita delle entrate da turismo del paese.

Quello è stato il giorno in cui la Difesa Civile di Cuba è entrata in allerta per reagire rapidamente al COVID-19 e il Comitato di Difesa dell’Avana ha deciso che c’era un grave problema nel distretto Vedado della città, famoso per essere la sede più vasta di visitatori stranieri non turisti che avevano maggiori probabilità di essere stati esposti al virus. Al 3 aprile il distretto è stato chiuso. Come ha testimoniato Merriam Ansara: “chiunque avesse necessità di entrare o andarsene doveva dimostrare di essere stato sottoposto a test e di essere esente da COVID-19”. La Difesa Civile ha assicurato che i negozi fossero riforniti e tutti i vulnerabili ricevessero regolari controlli medici.

Vedado aveva avuto otto casi confermati, molti per una piccola area. I dirigenti sanitari di Cuba volevano che il virus restasse allo stadio di “diffusione locale”, dove poteva essere tracciato mentre passava da persona a persona. Hanno cercato di impedire che entrasse nello stato di “diffusione comunitaria”, in cui il tracciamento non è possibile poiché il virus si muove fuori controllo. Mentre i professionisti statunitensi della sanità imploravano mezzi di protezione personale e i test negli Stati Uniti erano così scarsi che la gente doveva chiedere di esservi sottoposta (anziché avere operatori sanitari che verificavano contatti di pazienti infetti) Cuba ha avuto kit di test sufficientemente rapidi per tracciare i contatti delle persone che avevano contratto il virus.

Durante la fine di marzo e gli inizi di aprile, gli ospedali cubani hanno anche modificato i loro sistemi di lavoro per minimizzare il contagio. I medici dell’Avana si sono recati nell’Ospedale Salvador Allende per quindici giorni, rimanendo durante la notte in un’area designata per il personale medico. Poi sono passati in un’area separata dai pazienti dove hanno vissuto per altri quindici giorni e sono stati sottoposti a test prima di tornare a casa. Sono rimasti a casa senza uscire per altri quindici giorni e sono stati sottoposti a test prima di riprendere la pratica. Questo periodo di isolamento di quarantacinque giorni ha impedito che il personale medico portasse la malattia nella comunità attraverso i suoi trasferimenti quotidiani al e dal lavoro.

Il sistema medico si estende dal consultorio a ogni famiglia di Cuba. Studenti di medicina del terzo, quarto e quinto anno sono assegnati dai medici del consultorio a recarsi ogni giorno in determinate case. I loro compiti includono ottenere dati di sondaggio dai residenti o compiere visite extra agli anziani, neonati e a quelli con problemi respiratori. Queste visite ricavano dati medici preventivi di cui poi tengono conto quelli in posizioni decisionali di massimo livello nel paese. Quando gli studenti riferiscono i loro dati, i medici utilizzano una penna rossa per contrassegnare punti caldi dove è necessaria assistenza extra. I medici di quartiere si incontrano regolarmente in cliniche per parlare di ciò che ogni medico sta facendo, di cosa stanno scoprendo, di quali nuove procedure il Ministero cubano della Sanità Pubblica sta adottando e di quanto il lavoro intenso stia influenzando il personale medico.

In questo modo ogni cittadino e ogni operatore sanitario cubano, da quelli negli uffici dei medici di quartiere fino a quelli presso gli istituti di ricerca più stimati, ha una parte nel determinare la politica sanitaria. Cuba attualmente ha 89.000 medici, 84.000 infermiere e novemila studenti prossimi a laurearsi in studi di medicina nel 2020. Il popolo cubano non tollererebbe che il capo del paese ignorasse i consigli medici, sputando sentenze senza senso e determinando la politica in base a quanto sarebbe redditizia per le industrie.

Il governo cubano ha approvato la distribuzione gratuita del farmaco omeopatico PregengHo-Vir ai residenti dell’Avana e della provincia di Pinar del Rio. Susana Hurlich è stata una dei molti che l’anno ricevuto. L’8 aprile il dottor Yaisen, uno dei tre medici al consultorio a due isolati da casa sua, si è presentato alla sua pota con una confezione di PrevengHo-Vir e le ha spiegato come usarlo. Le istruzioni avvertono che rafforza il sistema immunitario ma non è un sostituto dell’Interferon Alpha 28, né un vaccino. La Hurlich ritiene che una cosa importante “riguardo al sistema medico cubano sia che anziché essere a due livelli, come accade spesso in altri paesi, con la ‘medicina classica’ da un lato e la ‘medicina alternativa’ dall’altro, Cuba ha un UNICO sistema sanitario che include tutto. Quando si studia per diventare medici si impara anche la medicina omeopatica in ogni sua forma”.

Solidarietà globale al tempo del COVID-19

Un modello potente: Forse la componente più cruciale dell’internazionalismo medico cubano durante la crisi del COVID-19 è stata l’uso di decenni di esperienza nel creare un esempio di come un paese possa affrontare il virus con un piano compassionevole e competente. Dirigenti sanitari di tutto il mondo sono stati ispirati dalle azioni di Cuba.

Trasferimento di conoscenze: Quando i virus che causano l’Ebola, principalmente presenti nell’Africa Sub-sahariana, aumentarono enormemente nell’autunno del 2014, gran parte del mondo entrò nel panico. Presto più di ventimila persone furono contagiate, più di ottomila morirono e montarono preoccupazioni che il contro dei morti potesse arrivare a centinaia di migliaia. Gli Stati Uniti misero a disposizione sostegno militare; altri paesi promisero fondi. Cuba fu la prima nazione a reagire con ciò che era più necessario: inviò 103 infermiere e 62 medici volontari in Sierra Leone. Poiché molti governi non sapevano come reagire alla malattia, Cuba addestrò volontari di altre nazioni presso l’Istituto di Medicina Tropicale Pedro Kouri dell’Avana. In totale Cuba addestrò 13.000 africani, 66.000 latinoamericani e 620 caraibici su come trattare l’Ebola senza finire contagiati. La condivisione delle conoscenze su come organizzare un sistema sanitario è il più alto livello di trasferimento del sapere.

Il Venezuela ha cercato di replicare a livello nazionale aspetti fondamentali del modello sanitario cubano, il che ha servito bene il Venezuela nel combattere il COVID-19. Nel 2018 i residenti di Altos de Lidice hanno organizzato sette comitati comunitari, tra cui uno per la sanità comunitaria. Un residente ha reso disponibile spazio a casa sua all’iniziativa del Sistema Comunitario di Assistenza Sanitaria in modo che il dottor Gutierrez potesse avere un ufficio. Egli coordina raccolte di dati per identificare residenti a rischio e visita tutti i residenti a casa loro per spiegare come evitare il contagio da COVID-19. L’infermiera del Valle Marquez è una chavista che ha contribuito a realizzare il Barrio Adentro quando sono arrivati i primi medici cubani. Ricorda che i residenti non avevano mai visto un medico nella loro comunità, ma quando erano arrivati i cubani “abbiamo aperto le nostre porte ai medici, loro hanno vissuto con noi, hanno mangiato con noi e hanno lavorato tra noi”.

Storie come questa permeano il Venezuela. In conseguenza della costruzione di un sistema di tipo cubano, teleSUR ha riferito che all’11 aprile 2020 il governo venezuelano aveva condotto 181.335 test di reazione a catena della polimerasi in tempo per avere la percentuale di infezioni più bassa dell’America Latina. Il Venezuela ha solo 6 infezioni per milione di cittadini, mentre il vicino Brasile ha 104 infezioni per milione.

Quando Rafael Correa era presidente dell’Ecuador più di mille medici cubani costituivano la spina dorsale del suo sistema di assistenza sanitaria. Lenin Moreno è stato eletto nel 2017 e i medici cubani sono stati presto espulsi, lasciando la medicina pubblica nel caos. Moreno ha seguito le raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale di tagliare del 36 per cento il bilancio sanitario dell’Ecuador, lasciandolo senza professionisti dell’assistenza sanitaria, senza mezzi di protezione personale e, soprattutto, senza un sistema di assistenza sanitaria coerente. Mentre Venezuela e Cuba hanno avuto 27 morti da COVID-19, la maggiore città dell’Ecuador, Guayaquil, hanno avuto un pedaggio di morti stimato in 7.600.

Reazione medica internazionale: La medicina cubana è forse meglio nota per il suo internazionalismo. Un chiaro esempio è il devastante terremoto che ha colpito Haiti nel 2010. Cuba ha inviato personale medico che ha vissuto in mezzo agli haitiani ed è rimasto mesi o anni dopo il terremoto. Medici statunitensi, tuttavia, non dormivano dove le vittime haitiane si accalcavano; a sera tornavano in alberghi di lusso e partivano dopo poche settimane. John Kirk ha coniato l’espressione ‘turismo dei disastri’ per descrivere il modo in cui molti paesi ricchi hanno reagito alle crisi mediche in paesi poveri.

La dedizione che il personale medico cubano mostra internazionalmente è una prosecuzione dello sforzo compiuto dal sistema sanitario del paese in tre decenni per scoprire il modo migliore per rafforzare i legami tra i professionisti dell’assistenza e quelli che loro servono. Al 2008 Cuba aveva inviato più di 120.000 professionisti della sanità in 154 paesi, i suoi medici si erano presi cura di più di 70 milioni di persone nel mondo, e quasi due milioni di persone dovevano la vita ai servizi medici cubani nel loro paese.

La Associated Press ha scritto che quando il COVID-19 si è diffuso in tutto il mondo, Cuba aveva 37.000 operatori medici in 67 paesi. Ha subito impiegato altri medici in Suriname, Giamaica, Dominica, Belize, Saint Vincent e Grenadine, St. Kitts e Nevis, Venezuela e Nicaragua. Il 16 aprile Granma ha scritto che “21 brigate di professionisti dell’assistenza sanitari sono state impiegate per partecipare a sforzi nazionali e locali in 20 paesi. Lo stesso giorno Cuba ha inviato duemila operatori sanitari in Qatar.

Quando l’Italia settentrionale è divenuta l’epicentro dei casi di COVID-19, una della sue città più duramente colpite è stata Crema, in Lombardia. Il pronto soccorso del suo ospedale era stipato allo stremo. Il 26 marzo Cuba ha inviato cinquantadue medici e infermiere che hanno creato un ospedale da campo con tre letti in unità di cura intensiva e trentadue altri letti con ossigeno. Una nazione caraibica più piccola e più povera è stata una delle poche ad aiutare una grande potenza europea. L’intervento di Cuba ha preteso il suo prezzo. Al 17 aprile trenta dei suoi professionisti medici recatisi all’estero sono risultati positivi al COVID-19.

Il mondo portato a Cuba: L’altra faccia della medaglia dell’invio cubano di personale medico in tutto il mondo è costituita dalle persone che ha portato nell’isola, sia studenti, sia pazienti. Quando medici cubani erano nella Repubblica del Congo nel 1966, videro giovani che studiavano autonomamente di sera alla luce dei lampioni e organizzarono la loro accoglienza a Cuba. Introdussero ancor più studenti africani durante le guerre angolane del 1975-88 e poi portarono un gran numero di studenti latinoamericani a studiare medicina dopo gli uragani Mitch e Georges. Il numero degli studenti arrivati a studiare a Cuba si ampliò ancor di più nel 1999 quando l’isola aprì corsi presso la Scuola Latino-americana di Medicina (ELAM). Al 2020 la ELAM aveva addestrato trentamila medici di più di cento paesi.

Cuba ha anche una storia di accoglienza di pazienti stranieri in cura. Dopo il disastro nucleare del 1986 a Chernobyl, 25.000 pazienti, prevalentemente bambini, arrivarono sull’isola per cure, con alcuni rimasti per mesi o anni. Cuba aprì le sue porte, letti di ospedale e campi estivi giovanili.

Il 12 marzo quasi cinquanta membri dell’equipaggio e passeggeri di una nave da crociera britannica [Braemar] avevano il COVID-19 o ne mostravano sintomi mentre la nave si approssimava alle Bahamas, una nazione del Commonwealth. Poiché la Braemar batteva bandiera bahamense come imbarcazione del Commonwealth, non avrebbero dovuto esserci problemi a sbarcare le persone a bordo per cure e ritorno nel Regno Unito. Ma il Ministero dei Trasporto bahamense ha dichiarato che alla nave da crociera non era “permesso di approdare in nessun porto delle Bahamas e a nessuna persona sarà permesso di sbarcare dal vascello”. Nei cinque giorni successivi gli Stati Uniti, le Barbados (un’altra nazione del Commonwealth) e diversi altri paesi caraibici l’hanno rifiutata. Il 18 marzo Cuba è divenuta il solo paese a consentire l’approdo dei più di mille passeggeri e membri dell’equipaggio della Braemar. A quelli che si sentivano troppo male per volare sono state offerte cure in ospedali cubani. La maggior parte si è recata in autobus all’aeroporto internazionale José Martì per tornare in volo nel Regno Unito. Prima di partire i membri dell’equipaggio della Braemar hanno esibito uno striscione che diceva “Cuba, ti amo!” La passeggera Anthea Guthrie ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Ci hanno fatti sentire non solo tollerati, ma realmente benvenuti”.

Medicina per tutti: Nel 1981 c’è stata un’epidemia particolarmente brutta della febbre dengue trasmessa dalle zanzare, che colpisce l’isola ogni pochi anni. Al tempo stesso molti hanno appreso per la prima volta l’elevato livello degli istituti di ricerca cubani che hanno creato l’Interferon Alpha 2B per trattare con successo la dengue. Come ha segnalato Helen Yaffe: “L’interferone cubano ha mostrato la sua efficacia e sicurezza nella terapia delle affezioni virali, tra cui epatite B e C, herpes zoster, HIV-AIDS e dengue”. Ha ottenuto ciò prevenendo complicazioni che potrebbero peggiorare le condizioni di un paziente e determinarne la morte. L’efficacia del farmaco è persistita per decenni e nel 2020 è divenuta vitalmente importante come cura potenziale per il COVID-19. Quella che pure è sopravvissuta è stata l’ansia cubana di sviluppare una molteplicità di farmaci e di condividerli con altre nazioni.

Cuba ha cercato di operare collaborativamente nello sviluppo di farmaci con paesi quali Cina, Venezuela e Brasile. La collaborazione con il Brasile è scaturita in vaccini per la meningite a un costo di 95 centesimi, anziché da 15 a 20 dollari la dose. Infine, Cuba insegnato ad altri paesi a produrre essi stessi i farmaci in modo che non debbano dipendere dall’acquisto da altri paesi.

Al fine di far fronte efficacemente alle malattie, i farmaci sono frequentemente ricercati per tre obiettivi: test per identificare i contagiati; trattamenti per contribuire a prevenire o curare problemi; e vaccini per prevenire le infezioni. Non appena sono stati disponibili test rapidi per la Reazione a Catena della Polimerasi, Cuba ha cominciato a usarsi diffusamente in tutta l’isola. Cuba ha sviluppato sia l’Interferon Alpha 2B (una proteina ricombinante) e il PrevengHo-Vir (un farmaco omeopatico). TeleSUR ha riferito che al 20 aprile più di quarantacinque paesi avevano richiesto l’Interferone cubano al fine di controllare il virus e sconfiggerlo.

Il Centro per l’Ingegneria e la Biotecnologia Genetica di Cuba sta cercando di creare un vaccino per il COVID-19. Il suo direttore della Ricerca Biomedica, dottor Gerardo Guillén, ha confermato che la sua squadra sta collaborando con ricercatori cinesi di Yongzhou, provincia di Hunan, per creare un vaccino per stimolare il sistema immunitario e che possa essere assunto attraverso il naso, che è il percorso della trasmissione del COVID-19. Qualsiasi cosa sviluppi Cuba è certo che sarà condivisa a basso costo con altri paesi, diversamente dai farmaci statunitensi che sono brevettati a spese dei contribuenti in modo che i giganti farmaceutici privati possano applicare sovrapprezzi a quelli che hanno bisogno del trattamento.

Paesi che non hanno imparato a condividere: Le missioni cubane di solidarietà mostrano un interesse genuino che spesso sembra mancare nei sistemi di assistenza sanitaria di altri paesi. Associazioni mediche in Venezuela, Brasile e altri paesi sono spesso ostili ai medici cubani. Tuttavia non sono in grado di trovare abbastanza medici propri per andare in comunità pericolose o recarsi in aree povere e rurali come fanno i medici cubani.

Quando ero in Perù nel 2010 ho visitato il policlinico Pisco. Il suo direttore cubano, Leopoldo Garcia Mejias, mi ha spiegato che l’allora presidente, Alan Garcia, non voleva altri medici cubani e che loro dovevano starsene tranquilli al fine di restare in Perù. Cuba è ben consapevole che deve calibrare ogni missioni medica per adeguarla al clima politico.

C’è almeno una eccezione alla permanenza di medici cubani in un paese secondo gli umori della dirigenza politica. Cuba ha cominciato a offrire attenzione medica in Honduras nel 1998. Durane i primi diciotto mesi degli sforzi cubani in Honduras, la mortalità infantile del paese è precipitata da 80,3 a 30,9 molti ogni mille nati vivi. Gli umori politici sono cambiati e nel 2005 il ministro honduregno della sanità, Merlin Fernandez, ha deciso di cacciare i medici cubani. Tuttavia ciò ha determinato una tale opposizione che il governo ha cambiato corso e consentito ai cubani di restare.

Un esempio disastroso e degno di nota di quando un paese ha rifiutato un’offerta di assistenza cubana è il seguito dell’uragano Katrina nel 2005. Dopo l’uragano, 1.586 professionisti cubani dell’assistenza sanitaria erano pronti a recarsi a New Orleans. Il presidente George W. Bush, tuttavia, ha rifiutato l’offerta, agendo come se fosse meglio per i cittadini degli Stati Uniti morire piuttosto che ammettere la qualità dell’aiuto cubano.

Anche se il governo statunitense non ci va leggero con gli studenti che vanno a studiare all’ELAM, essi sono comunque in grado di applicare ciò che apprendono quando tornano in patria. Nel 1988 Kathryn Hall-Trujillo di Albuquerque, Nuovo Messico, ha fondato il Birthing Project USA, che addestra attivisti a collaborare con donne afroamericane e a collegarsi con loro nei primo anno della vita del neonato. E’ grata della collaborazione del Birthing Project con Cuba e per il sostegno che molti studenti dell’ELAM hanno offerto. Nel 2018 mi ha detto: “Siamo un luogo di ritorno a casa per studenti dell’ELAM; considerano la collaborazione con noi come un modo per mettere in pratica ciò che hanno appreso all’ELAM”.

Il medico cubano Julio Lopez Benitez ha ricordato nel 2017 che quando il paese ha rinnovato le sue cliniche nel 1974, il vecchio modello prevedeva che i pazienti si recassero nelle cliniche, ma quello nuovo prevedeva che fossero le cliniche a recarsi dai pazienti. Analogamente quando la laureata dell’ELAM, dottoressa Melissa Barber, ha osservato il suo quartiere del South Bronx durante il COVID-19 si è resa conto che mentre la maggior parte degli Stati Uniti diceva alla gente di recarsi presso le agenzie, ciò di cui questa aveva bisogno era un approccio comunitario che recluti organizzatori che si rechino dalla gente. La dottoressa Barber lavora in una coalizione con South Bronx Unite, Mott Haven Mamas e molte associazioni locali di inquilini. Come a Cuba, stanno tentando di identificare i vulnerabili nella comunità, compresi “gli anziani, le persone che hanno neonati e bambini piccoli, persone costrette in casa, persone che soffrono di molteplici patologie e sono realmente suscettibili a un virus come questo”.

Quando scoprono chi ha bisogno d’aiuto cercano risorse per sostenerlo, quali generi alimentari, mezzi di protezione personale, farmaci e cure. In breve, l’approccio della coalizione consiste nel recarsi nelle case per assicurare che le persone non passino inosservate. Per contro, la politica nazionale degli Stati Uniti è che ciascuno stato e ciascuna municipalità faccia ciò che le pare, il che significa che invece di avere poche persone inosservate, ci sono enormi abissi che vasti gruppi che sbandano ai margini. Ciò di cui hanno bisogno paesi con economie di mercato sono azioni su scala nazionale simili a quelle attuate nel South Bronx e a Cuba.

Questo è ciò che Che Guevara immaginò nel 1951. Decenni prima che il COVID-19 balzasse da persona a persona, l’immaginazione del Che passò da medico a medico. O forse molti condivisero le loro opinioni in misura così diffusa che, dopo il 1959, Cuba introdusse la medicina rivoluzionaria dovunque le fu possibile. Ovviamente il Che non progettò le operazioni interne dell’attuale sistema medico cubano. Ma fu seguito da operatori della sanità che intrecciarono ulteriori disegni in un tessuto che oggi si dispiega attraverso i continenti. In certi momenti della storia, migliaia o milioni di persone vedono immagini simili di un futuro diverso. Se le loro idee si diffondono a sufficienza nell’ora in cui le strutture sociali si stanno disintegrando, allora un’idea rivoluzionaria può diventare una forza concreta nella costruzione di un mondo nuovo.

Don Fitz è membro del comitato editoriale di Green Social Thought. Il suo libro ‘Cuban Health Care: The Ongoing Revolution’ è di imminente pubblicazione presso la Monthly Review Press a giugno 2020. Può essere contattato all’indirizzo fitzdon@aol.com.

Aggiornamenti dopo che questo articolo è stato scritto per l’edizione a stampa del giugno 2020 della Monthly Review includono quanto segue: al 22 maggio settantadue paesi hanno richiesto l’Interferon Alpha 2B. Cuba ha inviato professionisti dell’assistenza sanitaria in almeno trentasette paesi per collaborare alla lotta contro la pandemia. Negli ultimi sei decenni più di 400.000 professionisti medici cubani hanno operato in 164 paesi e migliorato la vita di centinaia di milioni di persone.

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