Ogni volta che si fa una storia…

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Oggi i bambini raccolgono il lungo sguardo di chi li ha condotti in un paese, e possono usare quello stesso sguardo per guardare al futuro. Dipinto: Stephanie Rivero

La prima volta che ho sentito parlare del 26 luglio ero solo un vecchio, come diceva mia nonna. Mi è sembrato strano: Mon-ca-da (così ho dovuto imparare a dividerlo in sillabe). Alcuni scatti: parapapapá, si vedevano sulla parete di quella caserma gialla che ho potuto vedere nella foto del libro di lettura del 1° grado. L’insegnante, Zenia, ha spiegato. Ho guardato il libro, ho guardato lei, ma ero distratto dalla foto. Quello che non sapevo era che quello che c’era nella foto non era più una caserma, ma una scuola come la mia.

Poi il 26 luglio è diventato per me qualcosa di più palpabile: qualcosa di simile a un sogno di alcuni ragazzi innamorati di Martí che “non lo lasciarono morire nell’anno del suo centenario”. In 6° elementare potevo già dire a mia madre cosa diceva Fidel alla fattoria di Siboney prima dell’assalto, e sapevo quanti assalitori avevano deciso di attaccare e perché aveva fallito. Conoscevo anche le due donne che hanno aiutato a guarire i feriti: una si chiamava Haydée, l’altra Melba.

La storia è sempre stata un’ossessione nella mia vita. Volevo conoscere ogni data, ogni nome, ogni frase: ecco perché nel “pre” conoscevo (parafrasavo) quell’autoaffermazione di Fidel dove, dopo aver detto ad uno ad uno i problemi che stavano affondando il suo popolo, guardava e diceva al giudice con grandi occhi che voleva scoppiare, come chi sa che ciò che si diceva con coraggio non sarà mai dimenticato: “Condannatemi, non importa…..

Ho anche sentito parlare di quel giovane di nome José Luis Tassende (Pepe), che ha guardato nell’obiettivo della macchina fotografica con le gambe insanguinate pochi minuti prima di essere ucciso. Un giovane come me!

Questo rappresentava troppo alla mia età, con tante domande in testa, come ha fatto sapere che dalla mia città (Guayos), dalla mia stessa strada, dalla stessa terra su cui cammino oggi, un giovane di nome Remberto Abad è andato lì a Santiago per lottare per quello in cui credeva, ed è morto a 24 anni quel giorno per qualcosa di più grande della sua vita, per qualcosa che molti ora vogliono dimenticare, discutendo quattro piccole cose su Facebook.

Moncada, 26 luglio, sono parole che ho sentito per tutta la vita e quindi sono diventate più lontane nel tempo. Sono stati elevati. In quel giorno lei ha un dialogo diretto con noi, quasi paranormale. “Un cuore sanguina, e nella sua scia sblocca la gola”. Quello che è successo è molto più di un atto, o un braccialetto, o uno spot con una voce profonda che ci dice in TV: “tutto in 26”. Si trattava di uomini, di carne, di essenza: da lì si deve contare. Dalla madre che ha perso il suo unico figlio. Dalla figlia rimasta orfana. Dal silenzio che è rimasto in casa. Dagli occhi strappati ad Abele con sua sorella che ha resistito, per fare la storia di un essere di un altro mondo, di un animale della galassia. Dalla storia del giovane che ha lasciato tutto: la madre, la casa, la sua stanza, la fidanzata, i libri, gli studi, la vita….

Oggi i bambini raccolgono il lungo sguardo di chi li ha condotti in un paese, e possono usare quello stesso sguardo per osservare il futuro. Guardano con sicurezza, mentre cercano sulle pagine di un libro di prima elementare, il disegno di una caserma.

Traduzione: italiacuba.it

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