No al lockdown. La strategia di Arce in Bolivia

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Lockdown. Abbiamo imparato a conoscere questa brutta parola importata dalla lingua inglese con lo scoppio della pandemia. Per alcuni sembra essere diventata una vera e propria religione. Il confinamento, dal sapore medievale, come unica misura possibile per frenare il propagarsi del nuovo coronavirus responsabile della pandemia covid-19.

C’è chi invece ritiene che ci siano altre alternative alle chiusure prolungate. Il presidente della Bolivia Luis Arce, ad esempio, ritiene che «affrontare non significa bloccare i boliviani nelle loro case in una rigida quarantena, resistere non significa che i militari e la polizia invece di difendere la popolazione, la debbano difendere dal coronavirus». Queste le sue parole riportate dall’agenzia ABI.

Il presidente ha le idee chiare sul come bloccare il virus in Bolivia. Secondo Arce la campagna massiva di test iniziata nel paese andino, permetterà alla Bolivia di superare gli effetti nefasti del blocco totale decretato lo scorso anno dal governo golpista per ovviare all’incapacità dei liberisti-golpisti di affrontare al meglio lo scoppio della pandemia.

«Vogliamo identificare il maggior numero di persone che hanno il coronavirus, ma non lasciarle morire, vogliamo che attraverso i nostri governi subnazionali possano essere poste in isolamento, possiamo curarle, possiamo risolvere il loro problema prima che accada il peggio», ha spiegato Arce offrendo una soluzione molto razionale al problema che può permettere alla Bolivia di ripartire in piena sicurezza.

Arce ha poi aggiunto che i test di massa aiutano a fornire una risposta rapida ed efficace contro il coronavirus con il supporto dei servizi sanitari dipartimentali e municipali, degli operatori sanitari e della popolazione stessa.

«Alla fine di questo mese è previsto l’arrivo un primo lotto di vaccini che inoculeremo ai nostri fratelli medici (…), alle nostre infermiere, al personale che fa le pulizie e noi ci preoccuperemo per tutti», ha aggiunto il presidente.

In due mesi di gestione, l’attuale governo ha garantito la fornitura di almeno 2,2 milioni di test diagnostici, secondo fonti ufficiali.

L’obiettivo è immunizzare il cento per cento della popolazione vaccinabile, di età superiore ai 18 anni, volontariamente e progressivamente.

Il governo de facto golpista di Jeanine Áñez, uscito di scena all’inizio dello scorso novembre, ha fatto entrare la Bolivia nelle trattative per l’acquisto di vaccini con tre o quattro mesi di svantaggio rispetto ad altri paesi, ha detto il presidente.

Ecco perché «vogliamo rilevare per curare e isolare, e non raggiungere le condizioni estreme che il governo de facto ci ha fatto vivere, questa è la strategia», ha affermato Arce.

Insomma, dalla Bolivia arriva un chiaro esempio di strategia diversa. Affrontare il virus, ma al contempo conviverci permettendo al paese di ripartire, alle persone di ritornare alle loro vite. Buonsenso che alle nostre latitudini pare essere merce rara.

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