Il Che, l’antidogma

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Questo articolo è stato pubblicato su Juventud Rebelde nell’ottobre 2017, in occasione del 50° anniversario della caduta in combattimento del Comandante Ernesto Che Guevara. E siccome mantiene la sua validità, con alcune letture per il presente, lo riproduciamo con minime modifiche, come omaggio a uno dei grandi rivoluzionari di tutti i tempi, nella sua sfaccettatura di costruttore del socialismo e allo stesso tempo acuto analista di un’impresa così complessa.

A volte mi chiedo, pionieri, se possiamo essere come il Che; se la liturgia di rispolverarlo in frasi e parole altisonanti nelle sue effemeridi lo manterrà vivo e palpitante, anche se dopo noi adulti facciamo come ci pare e lo rinneghiamo a goccia a goccia con indolenza, indolenza o accomodamento.

Domani (oggi per chi legge), quando festeggerà ancora un anno di gloria, le offerte e gli omaggi più ricorrenti saranno all’Eroico Guerrigliero, al redentore dei sempre trascurati e dimenticati; come se quell’irriducibile non fosse lo stesso nella guerra e nella pace dell’edificazione socialista. Come se quella giusta polvere da sparo non si perpetuasse nella sua audacia di riscatto umano dal potere, nella sua spartana volontà di costruire un nuovo mondo e un nuovo uomo – ancora un’aspirazione – per onorare tanto sangue versato.

Dopo il 1° gennaio 1959, e fino alla sua partenza per altre terre che richiedevano l’appoggio dei suoi “modesti sforzi”, Ernesto Guevara de la Serna si guadagnò anche i gradi di leader piuttosto che di ufficiale. Come un messia e un’avanguardia di una Rivoluzione che, nel vivido concetto dell’argentino cubano, doveva essere in perpetua rivoluzione per non diventare necrotica.

Il Che è stato l’antidogma di tutta una vita che ha sempre disprezzato le predestinazioni di comodità e opportunità vantaggiose per inseguire il sacrificio. Per questo, con intelligenza ed eccellente talento per diventare un grande medico, seguì Fidel e si arruolò nel Granma, guidando definitivamente la Rivoluzione, Sierra Maestra, Colonna 8… fino alle battaglie più difficili e senza precedenti dopo il trionfo del 1959.

La sua fedeltà a Fidel e alla Rivoluzione come combattente e statista, basata su un esempio personale spartano, fu sempre guerrigliera. Insieme a un alto impegno in ogni compito affidatogli, ci ha lasciato in eredità un modello di coscienza critica, di un profondo e amorevole analista dell’opera rivoluzionaria che comandava. Era un promotore avanzato della qualità e della bellezza che il socialismo deve conquistare.

La sua coerenza tra la parola e la vita, di cui sopravvivono tanti aneddoti, aveva molto a che fare con la sua concezione della Rivoluzione come un processo formativo, in cui si lavora duramente per il benessere e il miglioramento, e allo stesso tempo si analizza dal dubbio, il pensiero creativo e indagatore, per quanto incisivo e rinnovatore possa essere.

Il Che ci avverte ancora che l’incondizionalità passa attraverso la propria testa, i criteri personali, il dibattito e la polemica, lo studio e ricerche precedenti, la diagnosi scientifica come antidoto al volontarismo improvviso. Ci ha lasciato in eredità l’avvertimento saggio e tempestivo come chiave dell’onestà, non l’acquiescenza compiacente di fronte ai mali, tipica dei simulatori e dei leccapiedi che lui odiava.

Tra le sue eredità, l’imperativo del controllo, il rigore e la disciplina continuano a pesare sui nostri sforzi per perfezionare il socialismo cubano – non sempre fruttuosi -, ma non su usi e imposizioni, bensì con l’incanto di coinvolgere tutti dalla base affinché partecipino veramente e non solo eseguano gli ordini. Ha sempre saputo ascoltare e sentire in basso, come nutrimento insostituibile per i compiti di gestione.

A differenza delle concezioni burocratizzanti, tecnocratiche ed elitarie, lontane dai sentimenti delle masse, che alla fine portarono alla fine del socialismo reale nelle nevose latitudini dell’Europa dell’Est, il Che continua ad avvisarci, dalla sua prassi e dal suo pensiero teorico sulla transizione socialista, che questa nuova società può essere costruita solo con l’uomo al centro. Da lui, con lui e per lui.

E in quell’approccio umanista al processo rifletteva con un alto livello concettuale sulle contraddizioni e i dilemmi della nuova società, in termini di raggiungimento della necessaria confluenza ed equilibrio tra l’avanguardia politica, le masse partecipanti e l’individuo con le sue particolarità, una questione che è ancora un tema caldo e controverso nel socialismo. (Leggi Socialismo e uomo a Cuba).

Il Che predicava, nel pensiero e nell’opera, che senza l’azione cosciente dell’essere umano la nuova società non può essere costruita. Non c’è nessun meccanismo che possa stare in piedi da solo. L’importanza che dava al cosiddetto fattore soggettivo come fermento e garanzia dei processi di trasformazione, lo fece ribellare al determinismo allora imperante in URSS, al manualismo meccanicista e ai dogmi che presupponevano e assolutizzavano tutto secondo le leggi storiche e le famose contraddizioni tra forze produttive e rapporti di produzione, ignorando la capacità umana di crescere nella sua coscienza e ribellione.

Solo un precoce visionario della dinamica sociale come lui avrebbe potuto anticipare, negli anni fondativi della Rivoluzione, la diagnosi dei mali e delle deformazioni paralizzanti che si stavano accumulando nel socialismo europeo, e che portarono quelle società sull’orlo del baratro, già in un abisso tra popolo e avanguardia e in una stagnazione economica di fronte al vecchio e astuto capitalismo, che emerge sempre sopra le sue crisi con formule camaleontiche. E questi sono anche avvertimenti per la rivoluzione cubana di oggi.

Il Che lavorò anima e corpo, nei fatti e nelle riflessioni profonde, affinché Cuba potesse raggiungere il cammino del riscatto sociale e umano, della liberazione totale dell’individuo. Questo era il suo combattimento incompiuto, che qui aspetta ancora la vittoria definitiva. Per questo cammina in mezzo a noi, un occhio vigile di fronte a qualsiasi imboscata o agguato, premiando ciò che è giusto e intelligente, e censurando le nostre sciocchezze. Il Che persevera.

Fonte: Juventud  rebelde

Traduzione: italiacuba.it

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