Il vaccino che scuote le coscienze e l’etica del volontariato

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Uno dei principi cardine della nostra Associazione è la solidarietà verso Cuba. Ciò significa sostenere nei limiti del possibile l’Isola nelle sue necessità laddove i cubani stessi richiedano il nostro impegno. E’ quello che Cuba chiede a coloro che si dichiarano disponibili ad accompagnarla nel suo percorso rivoluzionario, è solidarietà, amicizia e rispetto reciproco. Essere veramente solidali significa appoggiare pienamente, senza interferire nelle mutue decisioni e senza chiedere contropartite. Sta nella logica delle cose se si vuole lottare al suo fianco.

Certo, si fa quello che si può, sia a livello politico che a livello economico. Nell’ambito del sostegno alla sanità cubana da anni raccogliamo fondi per sostenere progetti che possano alleviare gli effetti del criminale blocco statunitense. Analogamente, quale parte integrante di MediCuba-Europa, partecipiamo (unica realtà italiana) ai suoi progetti di carattere sanitario.

Ed eccoci ora coinvolti in una terribile pandemia, con la necessità di indirizzare i nostri sforzi a favore della ricerca cubana, per la realizzazione dell’unica e concreta arma contro la Covid-19: il vaccino. Questo ha chiesto Cuba a noi, a MediCuba-Europa e a quanti la sostengono, esortando tutti a indirizzare gli sforzi in questo specifico campo.

Per Cuba riuscire a produrre un proprio vaccino, oltre a dimostrare l’eccellenza del suo sistema sanitario, significa anche dare prova di saper proteggere la sua popolazione, ponendola al riparo dai pericoli dell’accaparramento dei vaccini, così disinvoltamente esercitato dalle “irreprensibili” democrazie occidentali. Quello a cui stiamo assistendo in Europa, e non solo, è una vera e propria caccia all’ultimo vaccino. Un’incetta perpetrata dai paesi ricchi che, rapaci, hanno posto sotto sequestro più del 90% dei vaccini prodotti. Espressione di un furore mercantesco, dove i brevetti posti a protezione del profitto, rappresentano il feticcio al quale il potere economico mondiale si aggrappa per legittimare, una volta di più, l’essenza predatoria del capitalismo. E’ la bramosia del possesso e dell’avere sempre e comunque che offusca le menti e che impedisce di realizzare che dalla pandemia o ne usciamo tutti insieme o non ne usciamo affatto.

E’ in questo squallido panorama che si inserisce con veemenza l’Etica cubana, fino a diventare elemento di forte destabilizzazione per gran parte del pensiero occidentale, addestrato a respingere ogni approccio politico che faccia anche solo riferimento al bene comune o all’interesse generale.

Solo da questa prospettiva si può comprendere la dirompente rilevanza della decisione del governo cubano di mettere gratuitamente a disposizione dell’umanità i risultati della propria ricerca.

Per parte nostra siamo orgogliosi di aver contribuito al successo della ricerca cubana sui vaccini. Lo abbiamo fatto e continueremo a farlo in accordo con le autorità cubane.

Aiuti concreti quindi, non firme. Con le firme non si fa ricerca, non si produce salute, non si producono i vaccini!

Tuttavia qualcuno ha ritenuto moralmente legittimo raccogliere firme per portare il vaccino cubano in Italia e godere così del frutto della ricerca di un Paese che da decenni lotta contro la ferocia del capitale. Tale richiesta si conforma talmente con le politiche di spoliazione attuate contro i paesi deboli che si squalifica da sola.

Eppure lo scenario dovrebbe essere abbastanza chiaro. Siamo in presenza di una contrapposizione tra sistemi politici, che in questa fase assume la forma di una disputa sui vaccini. Bisogna pertanto scegliere da quale parte stare: per quanto ci riguarda la scelta di campo l’abbiamo fatta fin dalla fondazione della nostra Associazione.

Una organizzazione la nostra, fatta di volontari che trovano una sintesi unificante nei concetti di giustizia, solidarietà, condivisione di ideali e rispetto reciproco. Va però ricordato che, nel costituirci in associazione, abbiamo assunto anche delle precise responsabilità politiche che ineriscono con il rapporto verso un altro Paese, il quale confida sulla nostra preparazione e competenza.

Ricoprire un ruolo dirigenziale in una associazione come la nostra significa non solo saper incarnare l’essenza dei suoi principi, ma soprattutto essere ottimi interpreti degli eventi. Avere cioè  capacità di analisi per destrutturare i fatti, dare loro un senso logico e ricontestualizzarli con coerenza. Un utile processo di riflessione a cui tutti dovremmo attingere, se vogliamo evitare  grossolani errori interpretativi.

A nostro parere un volontariato romantico, emotivo e sentimentale non può bastare per gli obiettivi dell’Associazione e va quindi incanalato in un ambito più razionale. Vuol dire abbandonare l’enfasi buonista per la via del raziocinio. Vuol dire saper discernere tra azioni coerenti con i fini ultimi dell’organizzazione e azioni estemporanee e di facciata. Agire con rispetto dell’interesse generale e con obiettivi condivisi, per non condurre l’Associazione sui sentieri avventurosi del proprio tornaconto. Praticare la solidarietà è una cosa seria e impegnativa nella quale si mettono in gioco innumerevoli fattori che coinvolgono le vite di altre persone. Non è un gioco col quale colmare nostre lacunose necessità interiori.

Assumendo un ruolo dirigenziale abbiamo accettato le regole e l’obbligo morale di saper distinguere ciò che è utile ed efficace per l’organizzazione da ciò che è futile e deleterio. Per questo il dovere di “comprendere” per “credere” in quello che facciamo, non è una opzione del possibile ma una perentoria necessità.

La Segreteria Nazionale

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