CUBA

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Riceviamo, pubblichiamo e segnaliamo volentieri questo articolo inviatoci da Alessandra Riccio.

La guerra che ci stanno facendo ci obbliga a guardare meglio dentro di noi e ad auscultare le nostre debolezze e deficienze. Ma non sarà possibile comprendere pienamente quello che succede nelle nostre città se non capiamo quello che succede nel mondo e il rapporto particolare fra il nostro paese e i centri mondiali del potere.

Per capire gli avvenimenti dell’11 luglio scorso bisogna parlare prima di molte cose che apparentemente non c’entrano. Dobbiamo ricordare una circostanza storica determinante: Cuba ha istaurato la sua Repubblica in Armi, machete in pugno, dando l’impulso definitivo alla conformazione della nazione, nell’istante in cui, a 90 miglia dalle sue coste, nasceva e si sviluppava l’imperialismo. La radicalità del pensiero di José Martí e di Fidel risponde, come ha scritto il primo nella sua ultima lettera, proprio a questo.

Oscar Delgado, coordinatore dell’amministrazione di San Miguel, vittima delle violente manifestazioni. Foto: Abel Padrón Padilla/Cubadebate.

L’ostacolo esterno contro l’indipendenza cubana non si riduce allo scontro di interessi con uno, due o molti governi nordamericani; voglio dire che non si tratta solo di un conflitto bilaterale fra il Governo statunitense e il Governo cubano anche se il principale ostacolo al nostro sviluppo è l’extra territorialità del blocco commerciale, economico e finanziario degli Stati Uniti.

Lo scontro di base è con il capitalismo multinazionale –è lui il nemico strutturale- perché la strada che abbiamo scelto è quella della sovranità nazionale e della giustizia sociale. Non ci sarà pace. E’ una guerra che non conosce norme etiche e nella quale non esistono comportamenti o soluzioni di convivenza che si basino sulla forza o sulla convenienza.

Mai prima di ora il blocco è stato in modo così diretto e palpabile, responsabile della morte di cittadini cubani. Prima sembravano essere solo dei numeri, un totale di perdite “astratte” che alcuni rivendicavano e altri negavano cinicamente. Intanto, la morte inghiottiva incauti “balseros” in mezzo al mare o bambini e adulti negli ospedali privi delle medicine necessarie. Ma questi morti sembravano il risultato di decisioni personali o di malattie incurabili.

La pandemia da COVID-19, aumentando il numero di contagi e di morti, estendendo la durata nel tempo e toccando con il suo imprevedibile dito qualsiasi vicino o persona di famiglia, ha incrementato la paura e la frustrazione –accresciuta dagli errori umani, dalla stanchezza degli uomini e delle donne che lavorano notte e giorno per salvare vite negli ospedali o fuori, o anche, come dubitarne, per l’intontimento burocratico-, soprattutto a causa dell’insufficienza di respiratori artificiali, di bombole di ossigeno, di letti o di antigeni. Il blocco è stato indurito e ostacola l’acquisto di mezzi e strumenti, di materie prime per la fabbricazione di medicine, di ogni dollaro che potrebbe contribuire ad alleviare le necessità del popolo, del petrolio necessario per la vita. La guerra è totale. Le precarie risorse del paese sono indirizzate al settore della salute (fabbrichiamo respiratori, creiamo e produciamo vaccini e antigeni) e alla produzione e acquisto di alimenti. Ma la stampa internazionale e i suoi piccoli satelliti incolpano il governo di essere inefficiente. La disputa non è per la verità, è per il potere.

Potrebbe un paese piccolo e dalle risorse limitate, in ribellione (cioè, in guerra con la dominazione transnazionale) accedere ad una prosperità materiale? Credo di sì, ma è necessario definire il concetto di prosperità dal punto di vista della cultura socialista. Non possiamo dimenticare che la cultura egemonica nel mondo è capitalista e che quella che chiamiamo socialista è appena una controcultura senza un inserimento economico stabile nel mercato globale.

La Germania Orientale era obbligata a competere quanto a beni di consumo con l’Ovest e, benché il livello di vita dei tedeschi orientali fosse molto alto –non solo rispetto ai paesi di economia più debole-, ha fallito nel tentativo; il consumismo (un termine molto diverso da consumo), risultato di una relazione essenzialmente capitalista fra gli esseri umani e gli oggetti, necessaria sia per la crescita economica del sistema che per la riproduzione dei suoi valori, ha finito con l’imporre le sue norme irraggiungibili e contraddittorie per il socialismo. La prosperità in termini “miamensi” non solo è irraggiungibile nel contesto di una guerra di interessi transnazionali, è anche indesiderabile per il progetto nazionale di Cuba.

Sono decenni che il capitalismo transnazionale –la cui testa visibile sono gli Stati Uniti- lavora per smontare l’unità (consenso) della Rivoluzione. Mi si dirà, ragionevolmente, che già la realtà derivata dal Periodo Speciale aveva riaperto e stimolato le disuguaglianze latenti nella società, ma la “Battaglia di Idee” non riscattava i giovani offrendo miglioramenti materiali, ma dotando le loro vite di senso, facendoli passare dai margini della società al protagonismo sociale.

Quanto all’internazionalismo medico, oserei dire che i suoi effetti erano stati concepiti più verso dentro che verso l’esterno anche se, in fin dei conti, la solidarietà rivoluzionaria, socialista, non concepisce le frontiere. Il senso era più ideologico che economico. Entrambe riprendevano la pratica della solidarietà che è il cuore del socialismo nel suo lungo e permanente processo di conquista della giustizia sociale. Entrambi i programmi volevano riciclare, partendo dal protagonismo giovanile, la vocazione rivoluzionaria.

Fra il 1999 e il 2000, in pieno passaggio di secolo, ho convissuto con medici ed infermieri cubani del Programma Integrale di Salute in Centroamerica: gli internazionalisti ricevevano appena 50 dollari mensili ed erano ubicati nelle zone più remote di ciascun paese, senza nessuna comodità. La missione era accettata con orgoglio. Negli ultimi giorni, il Contingente Henry Reeve ha rilanciato questo spirito chisciottesco, mai scomparso nelle molteplici missioni sparse per il mondo, ma non sempre introitato nello stesso modo da tutti i suoi integranti. Dalla prima, grande missione in Pakistan, passando per l’eroica lotta all’Ebola in Africa Occidentale ma soprattutto per la sua grandezza e per il suo significato, in questi circa due anni di pandemia, il Contingente incarna il sentimento rivitalizzante dell’ideologia rivoluzionaria concepito da Fidel.

L’imperialismo doveva diluire l’ideologia della Rivoluzione –soprattutto dopo la sparizione fisica di Fidel-, che nel caso cubano è il nodo che sigilla l’unità. Nella seconda metà degli anni novanta del secolo scorso ha cercato di spezzare e screditare i legami del marxismo con la tradizione cubana di pensiero, specialmente con l’eredità martiana. Ma nel nuovo secolo si è concentrato sull’attacco frontale al comunismo.

“C’è ideologia solo –prendo l’interpretazione del filosofo cubano Rubén Zardoya- lì dove si mettono in gioco gli ideali sociali, dove si producono, circolano e si consumano ideali sociali”.

Cito due sforzi paradigmatici della strategia imperialista: A/ ribaltare l’impatto ideologico dell’internazionalismo medico cubano trasformandolo mediaticamente in una pura transizione commerciale in cui il lavoratore della salute non era più un eroe ma diventava uno “schiavo”. Insomma, annullarne l’eccezionalità di uomo-donna nuovo, pronto a salvare vite a rischio della sua senza interesse di lucro, e inserirlo nel mondo della compravendita e renderlo uguale, con perdite materiali, al resto dei suoi colleghi nel mondo. Non si tratta solamente di impedire i nostri eventuali guadagni economici, capiamoci bene: per il nemico è più importante che sembri che tutto si riduce a perdite e guadagni; B/svalutare lo sport rivoluzionario e contrapporlo al professionismo –dove alcuni dei nostri sportivi potrebbero diventare milionari-, convincerci che è superiore e che è stato un errore essercene allontanati e soprattutto che i trionfi sportivi cubani nel settore amateur, erano un’illusione propagandista del governo rivoluzionario. In entrambi i casi –più nel secondo che nel primo- queste campagne nemiche hanno trovato difensori ingenui o maligni in seno alla nostra società. Secondo me è stata molto positiva la mobilitazione dei brigatisti cubani del Contingente Henry Reeve verso l’interno del paese perché rompe il falso concetto che esistano due solidarietà, quella esterna e quella interna.

L’intenzione di deideologizzare la gioventù cubana che, come ho detto in un’altra occasione, altro non è che una re-ideologizzazione in senso inverso, scorre nei circuiti intellettuali per tre vie:

La riattivazione delle linee ideologiche precedenti all’unità dei rivoluzionari cubani, superate o congelate dalla vittoria dell’unità fidelista, sia delle correnti sconfitte (per esempio, l’anticomunismo) sia di quelle che si sono unite alla nuova visione, qualitativamente differente da tutte. In questo senso, si avvia il periodo di intensa lotta ideologica che ha preceduto il dibattito su questa unità come un momento di massima creatività. Si può leggere, a dimostrazione della falsità di questa tesi, un libro stimolante: La storia in una busta gialla. Il cinema a Cuba (1948-1964) di Iván Giroud, pubblicato recentemente dall’ICAIC.

L’interpretazione del dialogo o dell’unità come luogo di convergenza di tutte le ideologie, senza che nessuna primeggi. Si dice che l’attuale diversità della società cubana esiga di accettare tutte le correnti ideologiche e anche il multipartitismo. Ricordiamo che, di quante ideologie esistono, solo quella che parte dal marxismo è radicalmente anticapitalista. A questo punto, gli attacchi si concentrano sul Partito Comunista –oggetto di demonizzazione permanente- che costituzionalmente regge i destini della patria.

E’ necessario comprendere il contesto regionale dove gli sforzi per costruire percorsi anticapitalisti si appoggiano più su concertazioni politiche ideologicamente diverse che su una costruzione ideologica unitaria come quella cubana. Ciò è dovuto fondamentalmente al fatto che queste esperienze regionali sorgono da elezioni borghesi, multipartitiche che, nonostante le misure rivoluzionarie, continuano ad essere democrazie borghesi, almeno formalmente. Non possiamo neanche dimenticare il fatto che molti teorici e vecchi militanti hanno perso la fede e hanno rinunciato nei fatti a superare il capitalismo, anche se il loro discorso continua a fare appello all’ anticapitalismo.

La strategia nemica è chiara: abbozzare l’atto rivoluzionario svuotandolo di contenuto per confondere la gioventù smobilitata. Pugni in alto, scioperi della fame (o simulacri), madri pagate vestite di bianco come le eroiche Madri della Plaza de Mayo, parole d’ordine riciclate. Faccio un esempio recente: un gruppo di donne ingioiellate, riunite in una strada di Miami, inalbera cartelli in appoggio alla candidata presidenziale della destra peruviana gridando “peruviaos unidos, jamás serán vencidos”. Paragonano l’inesistente Movimento San Isidro (i cui rappresentanti lodano l’imperialismo), con il potente Black Lives Matter (antisistema), che saggiamente non cade nella trappola; e quelli che oltraggiano i simboli nazionali a Cuba e chiedono l’invasione della loro Patria da parte dell’esercito degli Stati Uniti, con quelli che offendevano la bandiera e l’inno dell’imperialismo statunitense per protestare contro l’invasione del Vietnam o, ultimamente, contro l’omicidio di afroamericani da parte della polizia.

La controffensiva imperiale adesso accusa i leader della sinistra di frode e corruzione –cosa che abitualmente succede con i leader della destra- coinvolgendoli in processi dove la verità e la bugia si sovrappongono. Mentono sapendo di mentire quando parlano di desaparecidos a Cuba. Arruolano persone incaute, persone buone e ignoranti, quando chiedono che cessi la repressione nel paese (non in Colombia, non in Cile, non negli Stati Uniti!).

Destra e sinistra vengono presentate come fossero la stessa cosa. Ci hanno detto con insolito cinismo che viviamo nell’epoca della post verità. Un giovane controrivoluzionario, di fronte all’evidenza incontestabile che il suo capetto stava simulando uno sciopero della fame (mentre l’Unione Europea e gli Stati Uniti ne reclamavano la vita), ha risposto: “non mi importa se è una bugia, continuerò a sostenere che è vero”. L’11 luglio a Cárdenas, una ragazza che partecipava a una manifestazione controrivoluzionaria, a un funzionario del Partito che le chiedeva se riceveva denaro per farlo, ha risposto: “Sì, e allora? Anche tu sei pagato”.

Sull’uso sempre più frequente e coordinato delle nuove tecnologie per la penetrazione culturale, per conformare gli stati di opinione, di consensi controrivoluzionari, l’invenzione di realtà e la diffusione di bugie elaborate in forma cosciente, convocare e condurre i manifestanti da parte dell’imperialismo, si è scritto molto in questi giorni. Lo studio di quanto è accaduto prima, durante e dopo l’11 luglio, rivela molte cose. Tuttavia, preferisco lasciare ad altri questo importante topico che rivela soprattutto i modi impiegati nel combattimento insistendo sui contenuti.

Quali sono le richieste? A cosa si riferiscono con questo termine? Ho sentito alcuni slogan astratti come “libertà” o come “Patria e Vita” (che poi è solo la prima parte dello slogan “Patria o Morte” visto che dopo Patria c’è una “e” e non una “o”), qualche offesa volgare al Governo e ai governanti cubani, ma non richieste. Ho ascoltato anche e ho seguito quelli del gruppo che si è riunito davanti al Ministero della Cultura il 27 novembre scorso –non tutti erano artisti-, la cui guida se l’erano accaparrata rapidamente delle figure con legami noti con enti ufficiali o para ufficiali del governo statunitense.

In quel caso, un poco più elaborata, emergeva l’anelata re-ideologizzazione avvolta in reclami di carattere liberal-borghese, uno dei quali, in verità, insolito (che il capitalismo non ha mai praticato contro se stesso): di permettere, senza interferenze, lo smantellamento del modello socialista. Al punto che quelli che chiedevano il dialogo se ne sono scappati via quando sono stati convocati. Insisto su questo, per chi sottovaluta la necessaria difesa dell’ideologia rivoluzionaria; negli ultimi anni si è indebolita la capacità di mobilitazione del paese mentre venivano applicate politiche che priorizzavano l’iniziativa individuale e così l’ideologia liberale ha progredito in alcuni settori della società.

Le presunte richieste di questi gruppi sono marcate da quell’ideologia. E’ ridicolo parlare di empowerment popolare se in chi è veramente preda della povertà, del blocco, della pandemia non si manifesta una coscienza di classe. Accettiamo il dialogo nella cornice della Costituzione socialista (partito dirigente, ideologia martiana, marxista, leninista e fidelista) votata da una stragrande maggioranza di cubani. Nessuno, per questo, sarà sottoposto a esami ideologici.

L’ideologia rivoluzionaria non può essere intesa come discorso e non potrà mai nascondersi nell’astrazione. Se la strategia imperialista consiste nello svuotare di contenuto le parole d’ordine e i simboli rivoluzionari, la nostra è quella di proteggere e far crescere questi contenuti. E qui a noi tocca guardarci dentro, riscattare lo sguardo fidelista per costruire un orizzonte di prosperità diverso da quello degli sfruttatori.

Deve trattarsi di un orizzonte ambizioso; quanto più modesto, tanto più confuse saranno le acque e i vogatori non potranno svolgere la loro funzione: la nostra meta è la giustizia sociale, pur sapendo che è un’utopia realizzabile solo in parte. Se non concepiamo questo orizzonte come un sogno collettivo, ciascuno traccerà la propria rotta, si adatterà alle proprie aspettative, si occuperà di se stesso.

Perciò è necessario costruire e ricostruire consensi, continuamente, perché la realtà tesse spontaneamente i suoi e la macchina riproduttrice dell’immaginario borghese l’avvolge nel cellophan. Noi rivoluzionari non amministriamo consensi belli e fatti, costruiamo i nostri. Riscattare e riscattare i più indifesi, questa era la parola d’ordine della “Battaglia delle idee” e ci dobbiamo riprovare senza concessioni.

Il popolo rimane fedele alle sue condizioni. Foto: L Eduardo Domínguez/ Cubadebate.

La bussola non sono le parole di un manuale o di un qualsiasi altro testo approvato in un congresso: la bussola, come ha detto sempre Fidel e lo ha ripetuto Raúl, è il popolo.

Strettamente vincolata a questi concetti di portata strategica, veramente strategica per il presente e il futuro della Patria –confermava Raúl a Santiago de Cuba il primo gennaio 2014- c’è la frase pronunciata da Fidel lì, quasi alla stessa ora, da quello stesso balcone, esattamente 55 anni fa, con cui, per il suo eterno valore, voglio concludere questo mio articolo: “La Rivoluzione è arrivata alla vittoria senza alcun compromesso con nessun altro, solo con il popolo che è l’unico a cui deve le sue vittorie”. Cinquantacinque anni dopo, nello stesso luogo, possiamo ripetere con orgoglio: la Rivoluzione è ancora quella, senza compromessi con nessuno, solo con il popolo!”. Naturalmente non si tratta di fare tutto quello che la ‘gente’ dice o pensa (sappiamo bene come si costruiscono nel mondo gli stati di opinione prefabbricati come se fossero nostre), che in generale è quello che un piccolo gruppo dice che la ‘gente’ dice. Stare con il popolo significa esserne parte.

L’essenza di un Governo rivoluzionario non si esaurisce nell’arte della governabilità. E’ un requisito ma non è il risultato di misure di equilibrio che rispondono a congiunture specifiche. Non dobbiamo dimenticare che siamo sul bordo di un precipizio, su una strada stretta –visto che non è possibile attraversare la montagna- e che tutto cospira per farci cadere: il vento naturale e un esercito pagato di soffiatori di vento.

Nessuna garanzia di non precipitare se non la forza collettiva del nostro popolo e la piena identificazione con gli umili può impedirlo. Questa è la strada che dobbiamo percorrere. La crescita economica, da sola, non assicura il trionfo finale di questo percorso.

Bisogna mobilitare le masse, dare protagonismo ai giovani, tradurre in atti l’ideologia della Rivoluzione. Quanto accaduto l’11 luglio a Cuba non costituisce un ‘punto di svolta’ nella pratica politica nazionale, come vorrebbero quelli che non riescono a distanziarsi dal concetto liberal borghese di democrazia, ma può essere, al di là dell’evidente pianificazione e dell’attenzione di Washington, un colpo di bussola che ci ricorda verso dove dobbiamo guardare.

Credo che ne abbiamo coscienza e per questo, adesso, siamo più forti.

(Cubadebate) – Enrique Ubieta

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