Sessanta anni del blocco più lungo, più crudele, più ingiusto

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Il 7 febbraio 1962, a Cuba, entra in vigore l’ordine esecutivo 3447 del presidente Kennedy. Comincia così il blocco più lungo, più ingiusto, più crudele della storia tenuto in vigore da tredici Amministrazioni statunitensi. Un atto di guerra che mette l’isola in stato d’assedio, che è costato 145 miliardi di dollari e che l’ONU ha condannato per la trentesima volta nel 2021 (184 voti contro due di Stati Uniti e Israele).

«Quella sera, la prima del blocco, scriveva Gabriel García Márquez, a Cuba c’erano 482 560 automobili, 343 300 frigoriferi, 549 700 radio, 303 500 televisori, 352 900 ferri da stiro, 286 400 ventilatori, 41 800 lavatrici, 3 510 000 orologi, 63 locomotive, 12 navi da carico. Tranne gli orologi svizzeri, tutto veniva dagli Stati Uniti.»

Cuba non era un paese ma una succursale. Lo zucchero, il nichel, il tabacco, appartenevano all’impero, 65% delle esportazioni gli erano destinate, 74,5% delle importazioni provenivano da lì.

L’ostilità di Washington non aveva smesso di crescere mentre la rivoluzione intraprendeva la riforma agraria, nazionalizzava, annunciava il suo “carattere socialista”. Dall’aprile del 1960, Lester D. Mallory, sottosegretario di Stato per gli affari interamericani, scriveva: «La maggioranza dei cubani sostiene Castro. Non esiste un’opposizione politica efficace … Il solo modo per annientare il sostegno interno è provocare delusione e scoraggiamento per la penuria … Dobbiamo utilizzare qualsiasi mezzo per indebolire l’economia cubana.»

Un unico fine: obbligare il paese a rinunciare all’indipendenza e alla sovranità.

Mascherato sotto il termine di “embargo”, il blocco s’è rinforzato fino a costituire un intreccio di leggi che intorpidiscono il commercio, le finanze dell’isola, ne ostacolano lo sviluppo. Non c’è nessun settore economico che sfugga a questa persecuzione martellante, ossessiva che ostacola la vita quotidiana. Ci si aggiunga il finanziamento di un’incessante campagna di disinformazione e di calunnie contro la “dittatura”.

Le prime misure hanno soppresso tutto l’import-export e qualsiasi scambio fra i due paesi.. L’Avana non può utilizzare il dollaro nelle sue transazioni. I fondi statunitensi versati alle organizzazioni internazionali per lo sviluppo (la banca mondiale, la banca interamericana) non possono finanziare Cuba. Importare negli Stati Uniti una merce che contenga il 10% di zucchero o di nichel cubano, o a Cuba una merce fabbricata con il 10% d’un componente statunitense è punito con ammenda.

In ogni momento di fragilità di Cuba, lo stato del blocco è stato indurito. Dopo la scomparsa del campo socialista, la legge Torricelli (1992) e poi la legge Helms-Burton (1996) hanno internazionalizzato il blocco, lo anno reso extraterritoriale e retroattivo, in spregio al diritto internazionale: interdizione alle filiali statunitensi all’estero di commerciare con l’isola. Le navi che attraccano sull’isola sono respinte dagli Stati Uniti per 180 giorni. Un’impresa o una persona in rapporto con un’impresa nazionalizzata non può entrare negli Stati Uniti.

Il presidente Obama ha ristabilito le relazioni diplomatiche e alleggerito il blocco. Ha autorizzato il turismo, l’invio di tecnologie della telecomunicazione, ma ha mantenuto la proibizione del dollaro e ha intensificato gli ostacoli finanziari (10 milioni di dollari per la BNP).

Donald Trump ha rafforzato il congegno. E’ stato il primo ad applicare il titolo III della legge Helms-Burton che viola la sovranità degli stati stranieri autorizzando il veto contro qualsiasi impresa o persona che “traffichi” con quelle nazionalizzate dalla rivoluzione. Nel maggio 2020, Cuba figura di nuovo sulla lista degli stati terroristi.

Tump ha firmato 243 provvedimenti in vigore ancora oggi: interdizione agli statunitensi di viaggiare a Cuba, soppressione dei traghetti e dei voli, congelamento dei visa e dei circuiti che permettevano agli emigrati l’invio di denaro (le rimesse) ai loro familiari. Atti di pirateria moderna, delle multe scuotono le navi che sbarcano petrolio a Cuba. Quando è cominciata la pandemia di Covid, Washington ha aggiunto cinquanta misure supplementari.

Priva delle risorse del turismo, l’Avana realizza delle acrobazie per acquistare i ventilatori, i reagenti per l’industria farmaceutica, siringhe. Gli acquisti su mercati lontani, il “rischio paese” corso a causa della minaccia di sanzioni, gravano sui costi.

Eppure, in piena pandemia Cuba inventa cinque vaccini, vaccina la sua popolazione e cura in Italia, ad Andorra, nella Martinica. Intanto, la popolazione soffre: mancanza di combustibile, di elettricità, di derrate, di prodotti di ogni genere.

Nel luglio del 2021, alcune manifestazioni contro la penuria scuotono l’isola. Washington scatena la sua propaganda: il 15 novembre Cuba sarà paralizzata, il regime cadrà. Si è trattato di un flop sotto gli occhi della comunità internazionale.

La prima sanzione del 2022 (19 milioni di dollari) colpisce AirBnB che offre camere d’albergo a Cuba. Ed ecco adesso sessanta anni di Davide che resiste a Golia. «Fino a quando potrete resistere?» hanno domandato ai cubani. Risposta: «Anche fino al prossimo millennio, se sarà necessario. Poi si vedrà».

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