La politica USA verso Cuba: un altro lancio di dadi?

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La politica spesso va a spintoni. Adotta misure perché non ha scelta, costretta dalle circostanze. Sembra più una nave in alto mare, che resiste alla tempesta e cerca di continuare senza mollare la zavorra, perché le costa.

Tutte le politiche hanno una premessa conservatrice, consistente nel seguire il corso che stavano conducendo. Tranne quando le turbolenze stanno arrivando, e non c’è modo di circumnavigarla, e si impongono cambi di rotta. A volte quei cambi di rotta fanno precipitare azioni che vanno oltre e che spingono la nave attraverso mari inaspettati.

Immaginare che dietro ogni nuova rotta ci sia un piano di cambiamento che viene seguito come una mappa significa ignorarne la sua natura. Anche quando ci sono piani di emergenza, le circostanze impongono alla politica operare senza tutti gli elementi in mano, cioè in modo semicieco, prendendo decisioni che si retro alimentano o si negano, in continui tentativi ed errori. Pagando i costi, o compensandoli con i benefici, o affermando che ciò evita costi più elevati. Ma soprattutto cercando di resistere alle crisi, che contengono una quota di ciò che in inglese viene espresso come hazard: rischio, pericolo, e, di conseguenza, minaccia.

Come tutte le volte precedenti, il governo cubano ha manovrato per favorire un’uscita sul tavolo dei negoziati. Come è noto, a partire dal post guerra fredda, Cuba ha cessato di essere tra i temi  di punta della sua politica estera globale, come lo sono le questioni di sicurezza nazionale. E la migrazione incontrollata è uno di quei problemi per gli USA, perché rappresenta un hazard. Non per niente un potente Dipartimento per la Sicurezza Interna è incaricato di questo.

Nonostante la continua invocazione dei diritti umani, nulla nel pacchetto di misure della Casa Bianca nei confronti di Cuba può essere spiegato da questa logica. Dal momento che la crisi migratoria è una premessa e il centro dell’interesse USA in questo momento, la cooperazione del governo cubano è imperativa. Per raggiungere questo obiettivo, non gli rimane altra scelta che retrocedere sulla parte più sensibile delle vessazioni durante gli ultimi 5 anni: gli ostacoli ai viaggi dei cubani e alle rimesse.

Una volta costretti ad aprire la finestra con Cuba, per negoziare la riattivazione dell’accordo migratorio, si insinuano altri temi pendenti: le visite dei nordamericani su licenza generale, comprese quelle people to people; i voli diretti per le province; i visti per visite (B1 e B2) con ingressi multipli (cinque anni). E se ne aggiungono altri, mai esistiti, come le operazioni bancarie dirette a imprenditori privati; e rimesse dirette agli istituti bancari cubani. Quelle con le banche privilegiano, nel medio periodo, ampliare le relazioni economiche.

Quali altri elementi di giudizio apportano queste misure in relazione ai fattori che governano la politica verso Cuba?

Nonostante la tanto discussa protezione di Miami e del Congresso, questo pacchetto la contraddice, ancora una volta. Sebbene dalla fine degli anni ’90 commentatori, organi di stampa, esperti, là e qui, abbiano spesso ripetuto che la politica verso Cuba è dettata dalla lobby cubano-americana di destra in Florida, questa tesi ripetuta è servita più da perfetta giustificazione a tutte le amministrazioni che non vogliono spendere il capitale politico necessario per mollare una zavorra di 60 anni.

La prova è che Bob Menéndez, presidente della Comitato per gli Affari Esteri del Senato, che qualche giorno fa era una specie di colosso di Rodi, che non avrebbe lasciato passare uno spillo a favore di Cuba, ora è diventato meno indispensabile. Lo stesso Marco Rubio, che attacca Biden per aver mosso “i primi passi verso le politiche di Obama su Cuba”, si ribella contro la priorità che la Casa Bianca attribuisce alla ricerca di una soluzione negoziata al problema migratorio.

Rubio non è solo. Alcuni analisti sembrano attribuire le cause di questo passo in avanti verso una sorta di Obamaismo larvato che sopravvive tra i veterani del 2009-2016, partecipanti a questa amministrazione Biden. Ci sarebbe da chiedersi dove vengono alla luce questi ritardi e cosa può causarli. Considerando le tante cose di prima grandezza che riempiono le mani solo in politica estera (Russia-Ucraina, la questione di Taiwan con la Cina, la disputa nucleare con l’Iran, l’agenda globale del commercio internazionale), è ragionevole che il compimento delle sue “promesse di campagna” per invertire le misure di Trump contro Cuba può essere la leva di questo pacchetto di nuove misure? È che ci sono marce a Hialeah reclamando tale conformità? Da questi cubano-americani dipende, realmente, una vittoria democratica, alle prossime elezioni in Florida?

In ogni caso, è un dato di fatto che l’apertura ai viaggi avvantaggia i cubano-americani ei loro parenti qui. Se andiamo alle inchieste, quella “maggioranza silenziosa” dalla parte di là cambia la sua posizione pubblica riguardo al blocco o alla normalizzazione (ciò che osano dire ai sondaggisti quando glielo chiedono al telefono), a seconda che l’amministrazione si muova a favore o contro questi argomenti. Quindi possiamo aspettarci che i sondaggi non solo favoriscano i viaggi e le rimesse, bensì ristabiliranno la loro disposizione a favore della normalizzazione e contro il blocco. Il che sarebbe molto plausibile, se non altro come conseguenza, non come causa, di questo pacchetto.

Infine, cosa può significare questa decisione nella prospettiva del prossimo Vertice delle Americhe? In che misura può vestirsi come di “sabbia” che compensi “quella di calce” diretta ad escludere Cuba, Nicaragua, Venezuela?

Quale nuovo spazio apre ai Paesi che hanno fatto dipendere la loro partecipazione da che tale esclusione si inverta? In che modo influisce sull’avanzamento di un quadro triangolare USA-Cuba-ALeC (america latina e caraibi)? Che ruolo può avere quel triangolo nel continuare a spingere la normalizzazione? In che misura potrebbe prevalere su altri triangoli più sensibili, come quelli che hanno Cina o la Russia ai vertici, in una prospettiva strategica per gli USA? Troppo presto per saperlo, direi.

Tornando alle prevedibili conseguenze del pacchetto di misure, così com’è ora, e senza cadere in ulteriori speculazioni, si può immaginare un orizzonte in termini realistici. Sebbene non sia in atto un piano equivalente a un ritorno alla politica di Obama, gli effetti moltiplicatori che l’attuazione di queste misure potrebbe avere non sono trascurabili. Nonostante molti continuino a vederla solo in termini economici, la riapertura del vaso comunicante rappresentato dai visitatori USA costituisce un ponte permanente di ciò che Ho Chi Minh ha chiamato la diplomazia popolo a popolo, il cui effetto politico nella società USA risulta difficile esagerare.

Vedremo.

Fonte: CUBADEBATE

Traduzione: cubainformazione.it

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