Senza equità non c’è socialismo

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Se teniamo l’equità come una variabile imprescindibile in questo sforzo, avremo maggiori possibilità di successo in questa imprescindibile lotta contro la povertà.

Ci sono molte variabili quando si parla di povertà. È impossibile esaminare seriamente questo fenomeno senza affrontare la sua natura multidimensionale, che va oltre l’aspetto strettamente finanziario: non si può misurare la povertà esclusivamente da quanto denaro si ha (o meno). Ci sono condizioni di vita, opportunità di miglioramento, possibilità di accesso alla cultura o allo svago che completano l’analisi. C’è anche, naturalmente, il contesto: non è lo stesso “essere poveri” in Europa che America Latina.

A Cuba, dopo il trionfo rivoluzionario, ci fu una decisa svolta nella lotta per l’eradicazione della povertà. Centinaia di migliaia di persone che vivevano nella più assoluta miseria ebbero per la prima volta l’opportunità di superare l’analfabetismo, studiare per una laurea, partecipare regolarmente a eventi artistici e sportivi. Molti migliorarono le loro condizioni di vita, benché la guerra economica contro il Paese, i logici errori commessi nell’inesplorato percorso socialista e gli alti e bassi dell’economia globale impedirono che quel benessere materiale stesse all’altezza di quello che, un tempo, si pensò per il Paese.

Tuttavia, le precarietà che cospiravamo contro la società nel suo insieme (diciamo blackout, penuria, ecc.) non erodevano, in modo visibile, la morale pubblica, fintanto che esisteva un’uguaglianza sociale in cui la stragrande maggioranza godeva e soffriva, rispettivamente, degli stessi benefici e rimpianti. L’equa ripartizione della ricchezza era una bandiera per la lotta ideologica a favore del progetto socialista: forse non ci avanza il pane, ma c’è giustizia sociale.

Contro la povertà si tentano molti metodi e stratagemmi: rompere il passaggio intergenerazionale delle condizioni di vita precarie con meccanismi di «discriminazione positiva», superare l’assistenzialismo statale per ricorrere a meccanismi di inclusione finanziaria, ricercare nelle comunità la creazione di alleanze per il sostegno agli individui in stato di vulnerabilità. Ma se qualcosa, a volte, viene trascurato nell’analisi della povertà è che, perché ci sia gente povera, ci deve essere gente ricca: la distribuzione più o meno ingiusta della «prosperità» è la sua determinante dialettica, nella logica dell’«unità e lotta degli opposti».

A Cuba oggi c’è la povertà, questo non può negarsi. E negli ultimi anni, dopo il periodo speciale, e con la moderata liberalizzazione dell’economia, si è andato approfondendo un processo di stratificazione sociale: c’è un gruppo di persone che ha accumulato somme di denaro tutt’altro che irrisorie, mentre sempre più persone lavorano per arrivare a fine mese.

Questa crescente disuguaglianza non solo è il principale problema socioeconomico del Paese, bensì una sfida politica e ideologica. L’equità, per il socialismo cubano, non solo è un obiettivo, è un necessario punto di partenza per qualsiasi decisione.

Una restaurazione capitalista non risolverà nessuno di questi problemi, come sono soliti proporre i nostri avversari. In ogni caso, può aumentarli. L’unica via d’uscita è più socialismo, l’unica soluzione per Cuba è più Rivoluzione. Se teniamo l’equità come una variabile imprescindibile in questo sforzo, avremo maggiori possibilità di successo in questa imprescindibile lotta contro la povertà, che deve necessariamente essere anche una lotta contro la disuguaglianza come valore incompatibile con i principi di giustizia sociale e sovranità popolare che hanno retto la nostra storia patria.

Fonte: Gramna

Traduzione: cubainformazione.it

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