La diaspora contro la diaspora

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Cosa dire delle diaspore venezuelane negli USA? Tanto per cominciare, non si può parlare solo di una, bensì di varie, molte. Non si può parlare di queste come se fossero identiche a quelle che sono andate in altri paesi, poiché in questo caso il viaggio non è il viaggio in sé stesso, è la meta. Questo tema implica un punto a capo.

Il Darién ha cessato di fare notizia. Ora sarà il luogo che è sempre stato, di migranti che provengono da vari paesi dell’America Latina, dove alcuni o molti possono morire, ma non ce ne accorgeremo.

Le registrazioni di video di TikTok dal Darién non ci sono più, poiché coloro che hanno sempre attraversato e continueranno ad attraversare, che non siano venezuelani, non si preoccupa di registrarsi e farcelo sapere. Neppure ce ne accorgeremo.

Le ultime misure migratorie del governo di Joe Biden dirette alla migrazione venezuelana, hanno messo fine a una tetra comparsa che quello stesso governo ha provocato una volta che il Temporary Protected Status (TPS) favorevole ai venezuelani, ha spinto un’ondata verso quel paese sotto una falsa promessa di accoglienza. Ma inoltre la migra si è occupata di accogliere e incarcerare i migranti, fino a quando i governatori repubblicani del sud li hanno portati “con piacere” negli stati governati dai democratici.

Non si parla più del Darién, ma sì abbiamo le molteplici opinioni a favore e contro quella misura e la diaspora che si è conclusa o a Times Square o nel Rio Grande.

Primo apprezzamento: tutto ciò che resta nell’aria come oggetto di quel “dibattito” suggerisce che ci sono venezuelani che si odiano, che la stragrande maggioranza di loro, antichavisti, si odiano tra loro.

“VENECOS” COMPLESSATI

Avete visto il video di alcuni operai venezuelani “poveri ma negli USA” che mangiano un hamburger i McDonald’s da $ 1 in un parco durante la loro pausa, vantandosi del loro status? C’è un TikTok di un giovane fattorino che ipoteticamente fa consegne su un Mercedes Benz. C’è un altro caso di un venezuelano in Gringolandia che ha celebrato che non lasceranno entrare “la spazzatura” in quel Paese.

Vi ricordate il video della signora (probabilmente abitava in una casa INAVI a Cabudare) che stava infangata in mezzo al Darién che diceva che Biden non li avrebbe più fatti entrare perché hanno trovato sputi di chimò (derivato del tabacco ndt) a Times Square e “che peccato con quella gente, mio ​​Dio”? Che dire del video della ragazza che piangeva perché non potevano entrare “nel paese degli hamburger”?

Ebbene, quasi tutti sono riusciti a vedere il video di Yoaibimar “la tierrúa en niu yol”, la stessa uscita con il figlio disabile, diventato virale, più che per la messa in scena stessa, per le reazioni che ha generato. Mai un video ha ricevuto così tanti commenti dai parte de l@s chic@s Visa venezuelani. Mai più.

Un’immagine fresca è quella di un gruppo di venezuelani che tenta di attraversare il Rio Bravo con una bandiera tricolore, venendo accolti con pallottole, per poi correre di nuovo in acqua e dalla parte messicana.

Solo due volte nella storia recente si sono viste bandiere venezuelane attraversare (o per meglio dire tentare di attraversare) una frontiera per finire umiliate in una scena di sconfitta televisiva e ampiamente trasmessa. Il giorno in cui i venezuelani hanno cercato di entrare nei ponti tra Colombia e Venezuela con “aiuto immaginario”, e questo giorni fa, tra Messico e USA.

La triste epica è la stessa. Venezuelani cercando di prendere qualcosa con la forza guidati da un impeto politico e/o personale, ma umiliando una bandiera che era solita attraversare frontiere solo per sconfiggere la Spagna e fondare nazioni.

Riflettiamo a cosa hanno voluto convertirci. Questo è iniziato dal furto di Capriles del berretto tricolore a 8 stelle di Chavez e si è evoluto fino a diventare il berretto dell’opposizione. Ma è passato ad essere simbolo dell’identità migrante. S’includa in questo pacchetto anche le borse tricolore che dovrebbero stare sulle spalle di un giovane che studia in Venezuela.

Si noti che coloro che hanno emigrato con il berretto hanno cominciato ad odiare quelli delle borse tricolori, perché questi ultimi sono sicuramente più poveri (o sembrano esserlo) dei primi. L’odio ha cominciato a prendere forma politica quando si è cominciato a dire che quei venezuelani poveri (con borsa tricolore) che all’estero vomitano veleno contro il paese o contro Maduro, presumibilmente “sono chavisti”. Ma non cadiamo nelle menzogne, non sono chavisti per un c….

Poco ha generato tanta indignazione tra la diaspora come quando hanno fatto una foto al famoso zainetto scolastico davanti alla Torre Eiffel a Parigi.

Le reti sono diventate un campo di fuoco incrociato indiscriminato. L@s chic@s Visa, contro quelli che hanno attraversato il Darién, venezuelani bianchi di Miami, contro venezuelani neri in un rifugio per indigenti a New York, ma oltre a loro, venezuelani in Colombia, Perù o Cile, contro venezuelani negli USA.

Non dimenticare che molti di coloro che sono andati nel cuore dell’impero attraverso Darién già stavano fuori dal Venezuela. Quindi non fuggivano dalla “crisi umanitaria” chavista, bensì se ne andavano dalle “prospere” economie vicine, e che qualsiasi tentativo di attraversare una selva piena di sadici, narcotrafficanti, paramilitari, coccodrilli e simili, è meglio che (tornare a casa) con “tavole in testa” back to home.

Non dimenticare che se un venezuelano “nero” con “look reggaeton” (eufemismo della polizia per “teppista”) viene visto da qualche parte nel “paese degli hamburger”, potrebbe essere “un imbarazzo, mio ​​Dio”, poiché cosa penserà quella gente civilizzata della prima potenza mondiale.

Guardiamo in profondità, che il nodo centrale e sentimentale di ogni follia nella complessata e  ridicola  quali sono le diaspore venezuelane, tra loro l’unica in tutta la storia che ha trasmesso il suo passaggio attraverso il Darién. Ma anche quella che vive a “los yunaited”, quella che non è riuscita ad entrare, tutte, compresa quella che ritorna in Venezuela con un volo dal Messico per il Plan Vuelta a la Patria, ma che non ha più internet ed è per questo che non lo pubblica.

Più insoliti quelli che già abitavano a Gringolandia. Per fare solo un esempio, sto parlando del complesso di credere che alcuni “neri di Petare” faranno cose “brutte” a New York.

Amici/che che continuate a leggere, a New York c’è gente che caga dentro il treno della metropolitana. Le città USA pullulano di tende sulle strade pubbliche e di rifugi sovraffollati per senzatetto e  indigenti.

Negli USA ci sono le “vie della droga”, o dove ci sono centinaia di “zombi” in bella vista in uno spettacolo degradante e tollerato. Gli USA sono il Paese dello stile rap e il centro di riferimento per l’immagine “urbana” che ha standardizzato un segmento della malavita su scala globale. E per dirla più precisamente, gli USA sono la capitale mondiale della volgarità, del cattivo gusto, di gente ridicola, che convivono in tese relazioni sociali a causa della loro diversità razziale. I Kardashian vivono lì. Rendersi conto.

Quindi, a dire il vero, un “ragazzino nero di Petare” non si noterà tra milioni e milioni di statunitensi e immigrati colorati e uniformati con l’usanza urbana gringa imposta dalla globalizzazione.

Ma per porla in una prospettiva profonda, non è il “piccolo nero”, è il classismo, il razzismo, il complesso, l’assurdità.

“BUONI CONTRO CATTIVI”

L’immaginario antichavista trasformato in diaspora USA, o aspirante ad essa, ostenta ancora una volta quella logica binaria che hanno imposto in Venezuela dai tempi “migliori” dell’opposizione politica. A quei tempi, era “la classe colta e pensante del paese” contro “il chavismo criminale e di cattivo gusto”.

La logica oggi tra queste diaspore è “buoni contro cattivi”, “brava gente” contro “cattiva gente”. Coloro che erano già dentro contro coloro che arrivavano o volevano entrare. Coloro che “si comportano bene” contro “coloro che si comportano male”.

Ma questa è una disputa debole, senza l’intenzione di generalizzare, poiché collocano quei «lumpen» (sotto proletari ndt)migranti come le gente “cattiva” che vogliono entrare, anche se illegale, mentre ci sono altri venezuelani che “hanno fatto le cose bene”, trattandosi di pratiche burocratiche.

È come se si parlasse di “gente onesta” per riferirsi a tanti venezuelani che sono entrati negli USA negli anni precedenti, nella condizione di “perseguitati politici” e “rifugiati”, quando sappiamo che il 99% di loro ha utilizzato la categoria di “persecuzione politica” per aggirare il sistema migratorio USA, conquistare preferenze e avere una Green Card, senza essere oggetto ad alcuna pressione, ingiunzione legale o oggetto di alcuna minaccia alla sua vita in Venezuela. Sono impostori.

I venezuelani con anni nel “paese degli hamburger” sono irritati dal fatto che un venezuelano povero e decimato grazie a un blocco economico che loro hanno applaudito entri senza aver fatto le pratiche. Loro portano la “meritocrazia” dal 2002 ovunque vadano e continua ad essere il vetro con cui continuano a guardare tutto.

In fin dei conti, parlando di “brava gente”, bisogna guardare come è composta buona parte della comunità venezuelana in Florida: banchieri fuggiaschi, uomini d’affari in fuga con valute straniere (truffatori del cadivismo), narcotrafficanti, corrotti delle ultime due repubbliche, “modelle” (o meglio prostitute di alta classe) e per finire, la Tavola dell’Unità Democratica e il seguito più vicino di Guaidó. Possono esserci peggiori riferimenti criminali tra questa “brava gente”? Accanto a loro, qualsiasi “teppista” uscito dal Darien è un lattante.

La logica ‘dell’uno contro l’altro’, del ‘buoni contro i cattivi’, sul suolo venezuelano si basava su un Paese che non esisteva, ma che alcuni si sentivano strappato via. “Oppositori decenti” contro “chavisti marginali”. Ma al di fuori del Venezuela è una disputa sfrenata, dove in termini reali si conclude tra un popolo che ha in comune un disprezzo per il chavismo che a volte è esteso al paese.

Ma il centro di quella disputa non è più il Venezuela, ora è il “sogno americano”, quel Paese e il suo “diritto a stare”, il “diritto” di alcuni a possedere una briciola del sogno, il merito, la realizzazione. È il discorso di “coloro che si possono adattare” e “coloro che non potranno”. Ancora una volta il ripetuto discorso dei “formati” contro “coloro che hanno il ranch in testa”. Ed è qui che finisce tale narrazione.

Quando l@s chic@s Visa hanno incolpato i cenciosi del Darién per i cambi nelle misure migratori, non si sono preoccupati di affermare che Trump, facendo  campagna politica per le elezioni di medio termine, ha affermato che Maduro stava “liberando prigionieri dalle carceri per portare stupratori e assassini” a quel paese.

Hanno anche ignorato che Marco Rubio ha segnalato che la migrazione negli USA “era creata da Maduro per danneggiare” il suo Paese.

Ai venezuelani col visto poco o nulla interessa che i politici gringo stigmatizzino il loro popolo e loro stessi, perché l’importante è il folle commento anti-chavista nella volgare campagna USA.

Tra le diaspore c’è poca o nessuna sincera riflessione sul fatto se il bloccare l’economia venezuelana abbia o meno un legame con la migrazione fuori dal paese, sebbene ci sia una matematica convincente. Il Venezuela dipendeva per oltre il 90% delle entrate in valuta estera dal petrolio e il blocco delle esportazioni di greggio ha ridotto enormemente la base delle finanze pubbliche, da dove tutto dipendeva, dai servizi pubblici sino alle buste paga dello Stato.

Lo scopo del blocco del Venezuela era proprio quello di fabbricare “gente fottuta”. Certo, c’era la speranza di rovesciare il chavismo, ma in fin dei conti la “gente fottuta” dentro e fuori il Venezuela è una collateralizzazione di quella mal definita “diatriba politica”, portata a livelli aberranti. Nell’opposizione, oggi, nessuno è responsabile. Nessuno dice “sono andato a chiedere sanzioni”. Ma tutti continuano a sfruttare politicamente le gente che hanno fottuto.

Pochi sono stati più utilizzati dei migranti. Sono stati sfruttati per tutto, per sostenere la narrazione del “governo provvisorio”, per chiedere soldi per loro conto, per alimentare mafie e frodi, coyote, comparse, spettacoli politici, smettiamo di raccontare.

Altri che guardano il paese dall’esterno, e persino i loro coetanei dall’esterno, tendono a farlo con disprezzo. Non importa loro la gente, gli importa l’”argomento” e fondare una presunta “ragione” politica, un “buon senso”. Gli interessa la diatriba, lo stigma, additare, diffamare. Chi? A tutti gli altri”. A chi vive in Venezuela, a quelli che emigrano se sono “sporchi”, se sono “teppisti”, se è “gente cattiva”, se sputano chimó a New York. Mettono migliaia di eccetera.

Un segmento del paese è stato addestrato ad odiare automaticamente. Tutti i derivati ​​del trattamento di una diaspora contro un’altra è d’odio con diversi tipi e livelli di sfumature.

Le stigma, la strumentalizzazione e/o lo sfruttamento della gente fottuta, il ridicolo e la presunta superiorità morale di alcuni su altri, sono espressioni di odio. Classismo e razzismo sono odio nella sua denominazione più pura. Sfruttare la migrazione è un’altra forma di odio. Il presunto “buon senso” del mal definito “dibattito” dei venezuelani all’estero è virale e viscerale perché permette di sfogare l’odio. Tutto coincide nell’odio.

La radice dell’odio è nello stesso antichavismo e nella costruzione della sua soggettività politica. L’opposizione è diventata opposizione grazie al veicolo dell’odio al chavismo, ma poi è andata contro se stessa, dividendosi, scontrandosi, arrivando al punto di chiedere il blocco di un intero paese sebbene pure i propri compagni oppositori, gente comune, lo avrebbe sofferto. Questo spiega come alcuni “che sono arrivati prima” odino “gli altri”.

L’odio è una forza che sa cambiare forma e che gode di un’enorme adattabilità, in modo tale che la sua deriva assume la forma di un anello, è inesauribile e può andare in qualsiasi direzione, in qualsiasi momento.

Fonte: Mision Verdad

Traduzione: cubainformazione.it

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