Gli Stati Uniti e la gestione della questione migratoria

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Tornano ad essere notizia il numero totale di migranti irregolari provenienti da Cuba. Ancora una volta, questo tema è relazionato al verificarsi di una crisi economica nel paese e al mancato rispetto degli accordi migratori firmati tra Cuba e gli USA. Nell’opinione pubblica USA si percepisce che il trattamento dei cubani costituisce una singolarità che può essere messa in discussione.

Ma è importante capire in quale contesto si svolgono questi eventi e quale potrà essere l’evoluzione del tema migratorio in quel Paese nei prossimi anni.

Quasi tutti i politici e gli studiosi statunitensi, che hanno uno sguardo permissivo e accondiscendente di fronte al fenomeno dell’immigrazione dall’estero, partono da un luogo comune: gli USA sono un paese di immigrati. Questa affermazione che ci sembra magnanima, inclusiva e persino progressista, è di per sé un pregiudizio nei confronti della storia.

Lo spazio che oggi occupa quel paese aveva una popolazione autoctona, che è stata quasi totalmente massacrata e spogliata del suo territorio. Quest’ultimo è stato trasformato in merce, monetizzato e acquisito come fonte di originaria accumulazione, che ha permesso lo sviluppo di uno schiavismo vorace e un capitalismo dominatore.

Chiarito questo antecedente, va ricordato che l’impulso, la priorità, i tempi e le geografie del movimento migratorio verso gli USA (e nel mondo in generale) sono stati determinati da fattori puramente economici, anche se di volta in volta abbiano un vestimento politico e siano usati per difendere programmi e accedere a posizioni elettive.

L’estensione del Nord America (USA e Canada) è vasta. La creazione di colonie, domini e stati ha richiesto un’iniezione di popolazione che non era soddisfatta solo dei tassi di natalità dei residenti. Per generazioni, i lavori più duri e peggio pagati erano di pertinenza di quelli nuovi arrivati ​​che hanno accettato qualsiasi paga per poter sopravvivere e stabilirsi.

La colonizzazione statunitense del vasto territorio del Messico settentrionale e nord-orientale ha trasformato milioni di nativi di quel paese (e i loro discendenti) in stranieri nella loro stessa terra, che fino ad oggi sono stati trattati come cittadini di seconda classe.

Ogni guerra contro nemici fabbricati dalla narrativa imperialista ha creato le proprie ondate di immigrati, dai portoricani e cubani, sino a vietnamiti, russi o iracheni. A poco a poco l’imbuto si è andato chiudendo e gradualmente sono cominciate ad essere approvate norme migratorie sempre più restrittive, nella misura in cui atteggiamenti criminali o gli alti tassi di disoccupazione si associavano, sul piano politico, all’arrivo di stranieri non autoctoni. Un italiano povero del sud della penisola era culturalmente incasellato dalla cultura sociale nell’ambiente di Cosa Nostra, mentre lo scienziato tedesco importato con visto preferenziale, negli anni ’40 del XX secolo, non era necessariamente catalogato come simpatizzante nazista.

In momenti molto specifici, come l’ascesa di Berlino Ovest o gli eventi accaduti in Ungheria tra il 1956 e il 1958, le autorità migratorie USA hanno creato dispense per adeguare lo status dei cittadini tedeschi e ungheresi, in via eccezionale e per un periodo di tempo limitato.

Alla fine degli anni ’50 del XX secolo, erano 125000 i cubani che vivevano permanentemente negli USA, mentre un altro numero consistente ma impreciso di cubani si recava in quella destinazione per diversi periodi di tempo, senza stabilirvi residenza.

Quando ha avuto luogo la Rivoluzione cubana, vengono ammessi in massa negli USA rappresentanti del regime di Fulgencio Batista, parenti, accoliti e servitori, che si stimava rimanessero lì solo temporaneamente, poiché sarebbero tornati indietro per recuperare i loro beni, quando Washington “avesse risolto il problema cubano”.

Nel 1966, quando la temporaneità si è convertita in permanenza, è stata approvata la Legge di Aggiustamento Cubano, con l’obiettivo di regolarizzare lo status migratorio di decine di migliaia di cubani. L’“adeguamento” doveva essere fatto nella condizione migratoria di cubani arrivati ​​tra il 1 gennaio 1959 e il 2 novembre 1966, quando è stata firmata la nuova legislazione. Ma la porta è rimasta aperta.

I tentativi di rovesciare la Rivoluzione cubana sono rimasti nel tempo, così come la disponibilità a dare un trattamento differenziato al “danno collaterale” migratorio dell’aggressione. Nessun altro gruppo di immigrati negli USA ha ricevuto né riceve tale privilegio.

In vista del ciclo delle elezioni presidenziali del 2016, negli USA, c’erano due principali posizioni di partito su come regolarizzare la situazione di 12 milioni di persone prive di documenti residenti nel paese. Vale chiarire che non c’erano, né ci sono, sostanziali differenze tra democratici e repubblicani in merito alla forma in cui si deve regolare la concessione dei visti all’estero per garantire il furto di cervelli, cacciare talenti e importare selettivamente forza lavoro per compiti specifici, per periodi di tempo determinati.

I Democratici nei primi quindici anni del XXI secolo avevano garantito un solido sostegno elettorale tra le minoranze immigrate, in particolare ispaniche, e avevano visto come, attraverso i cambiamenti demografici, fossero riusciti a cambiare il colore di stati o città, che erano stati tradizionalmente repubblicani.

I repubblicani, dal canto loro, percorrendo lo stretto spazio del tentativo di fornire limitati spazi di accoglienza agli immigrati, ma mai i diritti di cittadinanza, hanno visto, con preoccupazione, che una grande avanzata dei loro rivali sul tema potrebbe fare la differenza in termini di registrazione dei votanti, che definirebbe l’esito di molte elezioni a venire.

L’emergere di categorie sociali come i Dreamers (sognatori) o proposte legislative come Deferred Action for Childhood Arrivals, DACA, (Azione Differita per l’Arrivo dei Minori) stavano anche creando una mistica culturale nel senso che, a un certo punto, una parte degli irregolari negli USA potrebbero vedere realizzati i propri sogni.

Quell’illusione balzata al cinema, alla radio e alla televisione, nascondeva la realtà che sotto i suoi otto anni di mandato, il presidente democratico Barack Obama ha rimpatriato il maggior numero di immigrati in termini storici, al punto che è sorto il nome di Deporter in Chief (Capo Deportere), alludendo al suo status di Comandante in Capo (Commander in Chief) in termini militari.

Quando sembrava che il dado fosse tratto tra queste due posizioni elettorali differenziate, è apparsa una terza variante inaspettata, quella proposta dal trumpismo a partire da gennaio 2017.

Con i suoi discorsi misogini e razzisti, le sue campagne di odio, più che con le sue azioni concrete, Donald Trump perseguiva un obiettivo economico, dalle indubbie conseguenze politiche, ma concepito dalla sua logica imprenditoriale: ridurre il valore della forza lavoro immigrata, e ci è riuscito.

Se fino ad allora gli immigrati che aspiravano ad essere documentati per poter passare alla cittadinanza e accedere alla capacità di proporre ed eleggere, partecipavano ad eventi pubblici, frequentavano spazi associativi, con le vessazioni subite sotto il trumpismo si sono rifugiati, letteralmente, nelle loro comunità.

In settori come l’edilizia, alimentati essenzialmente da manodopera importata, i salari sono diminuiti tanto quanto la capacità del lavoratore di reclamare un aumento, di fronte alla minaccia di essere separato dal proprio ambiente immediatamente e definitivamente.

Tuttavia, il governo di Donald Trump ha adottato particolari politiche di vessazioni contro tre paesi (Venezuela, Cuba e Nicaragua), che c’era da aspettarsi che avrebbero prodotto esse stesse flussi migratori significativi. Ancora una volta, la politica migratoria USA ha mostrato fratture, incongruità e incoerenze dal punto di vista normativo più stretto.

I flussi migratori da queste tre destinazioni hanno registrato una preminenza statistica e politica, rispetto a quelli che fino a quel momento avevano catturato maggiore attenzione dei media: salvadoregni, guatemaltechi, honduregni.

Alla fine del governo Trump, il Muro in Messico, vessillo della sua crociata anti-immigrati, non era stato costruito né, tanto meno, erano stati raggiunti gli obiettivi di interventismo a Caracas, L’Avana o Managua.

I primi due anni di Biden sul tema migratorio si erano mossi tra le contraddizioni del tentativo di riscattare l’agenda di Obama di cercare di avere più consenso elettorale tra le comunità di immigrati, subire a metà gli effetti del fallimento delle ricette di cambio di regime e, allo stesso tempo, provare a riordinare il processo di selezione degli immigrati qualificati di cui l’economia USA ha bisogno.

Nel caso cubano, ancora una volta, una parte dell’esecutivo USA ha agito in modo irresponsabile (chiudendo gli uffici consolari, sopprimendo i voli regolari, violando gli accordi migratori) di fronte al flusso migratorio cubano, per ricordare infine che è preferibile affrontare questa problematica attraverso l’uso di meccanismi reciprocamente concordati che hanno dimostrato la loro utilità in passato. Apparentemente, un altro settore delle agenzie federali sta ora riuscendo a imporre la sua visione, che una maggiore cooperazione con Cuba fornisca maggiore stabilità su quello che chiamano la frontiera sud.

Ci sono, tuttavia, altri fattori meno visibili che richiamano all’”ordine”. Quando i flussi migratori verso l’interno degli USA superano i livelli previsti nei budget, allora i fondi per una diversità di progetti sociali scarseggiano. Improvvisamente si producono coincidenze e accordi tra presunti nemici politici, sindaci e assessori repubblicani coincidono con gli scopi dei presidenti democratici, o viceversa.

Nonostante l’attuale istrionismo dei congressisti della Florida di origine cubana, nel senso di garantire i diritti speciali di coloro che arrivano dall’isola e sostengono la loro agenda, c’è una contraddizione che non sanno spiegare: se i cubani votano principalmente per la parte repubblicana e “fuggono” dal socialismo cubano, allora perché Hialeah, popolazione con la più alta densità di abitanti di origine cubana in tutta l’Unione, è allo stesso tempo il primo posto negli USA in termini di registro di beneficiari dell’Obamacare, un programma che offre servizi sanitar pubblici gratuiti a spese del bilancio federale e che viene catalogato dai suoi oppositori come “socialista”.

L’arrivo di cubani in forma non ordinata impedisce, invece, ai cacicchi repubblicani locali di riscuotere favori politici e condizionare l’arrivo di nuovi immigrati al sostegno di agende che garantiscano di continuare a dissanguare le casse del bilancio, che vengono riempite, con le loro tasse, dai contribuenti USA.

Fonte: CUBADEBATE

Traduzione: cubainformazione.it

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