Repressione senza fine in Perù

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60 vittime nelle proteste di massa contro il governo Boluarte.

Continuano senza sosta le proteste in Perù contro il governo di Dina Boluarte, per la liberazione del presidente destituito Pedro Castillo e per la convocazione tempestiva di nuove elezioni.

Tuttavia le forti proteste popolari sino a questo momento come risposta hanno ricevuto solo repressione. Nella sola giornata di venerdì vengono segnalate decine di persone rimaste ferite a seguito di un’altra giornata di manifestazioni in Perù contro la presidente ad interim Dina Boluarte.

Da quando le manifestazioni sono scoppiate il 7 dicembre e si sono diffuse in tutto il Paese, sono state registrate 60 vittime, riporta l’agenzia EFE. Nel frattempo, il Ministero della Salute ha riferito che 76 persone sono state ricoverate in ospedale dal 4 gennaio, quando le proteste sono riprese dopo la tregua di Natale.

A Lima, dove migliaia di persone si sono radunate a piedi e in autobus da diverse regioni, si sono verificati ulteriori scontri con gli agenti di polizia, che hanno usato gas lacrimogeni per respingere i manifestanti che provavano a difendere la propria incolumità con pietre e bastoni.

Nella regione meridionale di Puno, un gruppo di persone ha dato fuoco alla stazione di polizia nel distretto di Zepita, mentre nella città di Ilave, circa 1500 manifestanti hanno attaccato una stazione di polizia, ha dichiarato il ministro degli Interni Vicente Romero.

Secondo il ministro, “queste azioni violente dimostrano che vogliono scatenare il caos, non solo a Lima, ma a livello nazionale”.

Intanto però si moltiplicano le segnalazioni riguardanti violenze abusi delle forze di polizia peruviane. Come si evince da alcune immagini registrate da normali cittadini, si vede ad esempio un agente di polizia che ha iniziato a sparare contro i manifestanti. Gli spari hanno provocato un morto e otto feriti, secondo quanto riferito da Canal N.

Nel frattempo, ad Arequipa, tre persone sono rimaste ferite quando le forze di polizia hanno tentato di bloccare i manifestanti che cercavano di entrare nell’aeroporto Alfredo Rodríguez Ballón.

A Cusco è stato riferito che il servizio ferroviario per Machu Picchu è rimasto inattivo a causa di danni alla linea ferroviaria, lasciando almeno 350 turisti bloccati nella cittadella Inca.

Da parte sua, il comandante generale della Polizia Nazionale, Raul Alfaro, ha dichiarato che a livello nazionale, finora, sono stati feriti più di 580 agenti di polizia, molti in modo grave.

Secondo quanto affermato dall’emittente spagnola TVE le strade del Perù sono divenute un campo di battaglia. Ai microfoni dell’emittente iberica un uomo ha dichiarato: “Chiediamo che questo governo provvisorio usurpatore se ne vada. Non vogliamo che i nostri compatrioti continuino a morire”. Mentre circa le accuse di terrorismo lanciate dal governo Boluarte, una donna ha risposto: “Questa è una protesta della gente comune”.

Interviene anche l’ONU tramite l’inviato dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Christian Salazar, che ha definito inaccettabile l’alto numero di morti nella repressione delle proteste e ha insistito sull’”importanza di condurre indagini approfondite in questi casi”.

In una dichiarazione rilasciata al termine della sua visita nel Paese sudamericano, ha chiesto misure concrete per “prevenire ulteriori vittime e proteggere i diritti umani”.

“Le forze di sicurezza devono agire in conformità con le norme e gli standard internazionali per quanto riguarda l’uso della forza, il che significa che il loro uso deve aderire ai principi di legalità, proporzionalità e necessità, e che le armi letali devono essere utilizzate esclusivamente per proteggere dal rischio di morte”, ha affermato.

Intanto i peruviani insistono: vogliono le dimissioni della Presidente Dina Boluarte, lo scioglimento dell’attuale Congresso, elezioni anticipate quest’anno e la liberazione del Presidente destituito Pedro Castillo. Rivendicazioni a cui sono state aggiunte altre richieste, come la convocazione di un’assemblea costituente e la giustizia per le persone uccise durante le proteste.

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