Odiatori

Print Friendly, PDF & Email

Ogni identità nazionale si va costruendo sulla base di valori e antivalori, di binomi antitetici che nella loro contraddizione dialettica stanno forgiando una specifica forma di esistenza collettiva: rivoluzione e reazione, libertà e oppressione, indipendenza e annessione, solidarietà ed egoismo.

La preponderanza che acquistano l’uno o l’altro elemento in questi binomi definisce in larga misura quello che potremmo chiamare, romanticamente, lo “spirito del popolo”.

L’amore e l’odio anche possono stabilire quella contraddizione che, ancora latente nel nostro modo di assumerci come cubani, produce significati e interpretazioni differenti su come dobbiamo essere, sia a livello sociale che nella dimensione soggettiva.

Quel binomio antitetico, amore-odio, acquista anche particolare rilevanza nell’ambito del rivoluzionario: cosa rende una persona parte della Rivoluzione, la sua capacità di amare o la sua capacità di odiare?

In Martí, la cui ideologia è centrale per l’identità cubana, troviamo una costante preoccupazione per il binomio amore-odio. Già nel suo poema adolescenziale, Abdala, stabilisce una relazione causale-funzionale tra i due termini: L’amore, madre, alla patria / Non è il ridicolo amore alla terra, / Né all’erba che le nostre piante calpestano; / È odio invincibile per chi la opprime, / È il rancore eterno per chi la attacca (…)

Molti anni dopo, però, in un articolo pubblicato sul quotidiano Patria, il 21 maggio 1892, avrebbe scritto una frase che trascende fino ai giorni nostri: «Gli uomini si dividono in due campi: quelli che amano e costruiscono, quelli che odiano e distruggono’; a cui avrebbe poi aggiunto: “E la lotta nel mondo diventa quella della dualità indù: il bene contro il male”.

Dopo l’amara esperienza nelle cave di San Lázaro, Martí confessa di non saper odiare, e più tardi, quando organizza la Guerra Necessaria, sottolinea che dovrebbe essere una guerra senza odio. Vuoi dire che Martí rinnega quel sentimento?

Per lui: «Di odio e di amore, e più odio che amore sono fatti i popoli; ma l’amore, come il sole che è tutto, l’arde e fonde. L’odio stava qui, ma la guida doveva essere l’amore, tanto più che l’Apostolo non pensava alle battaglie bensì alla vittoria, che offriva a chi era accecato dall’odio l’opportunità di una indegna vendetta. E non era per vendetta che si portava Cuba in guerra ma per giustizia.

Nel suo famoso messaggio al Tricontinental, in cui si inalberava lo slogan del creare di molti Vietnam, Che Guevara parlava dell’odio come di un fattore di lotta, mentre “un popolo senza odio non può trionfare su un nemico brutale”. La terribile asimmetria tra la resistenza dei cubani e l’aggressività imperiale – altro binomio antitetico – segnalava la necessità di trovare in questa situazione di umiliazione le forze per ribaltarla.

Tuttavia, nella sua altrettanto famosa lettera all’editore del settimanale uruguaiano Marcha, nota come Il socialismo e l’uomo a Cuba, il Che avrebbe scritto: “Lasciami che ti dica, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore. È impossibile pensare a un vero rivoluzionario senza questa qualità.

Incoerenza? Affatto. L’odio può essere un fattore nella lotta, ma mai la bussola del rivoluzionario.

Ogni tanto torniamo, come popolo, a pensare e riformulare quel binomio antitetico di amore-odio. Se guardiamo alla nostra storia, capiremo che questa contraddizione dialettica non annulla nessuno dei termini che ingloba, ma c’è una preponderanza dell’amore, dell’etica. Se abiuriamo l’odio, saremo deboli, ma se ci lasciamo guidare da esso, perderemo la strada, ci ammaleremo di risentimento. Saremo, in una parola, odiatori: esseri che, semplicemente, sono incompatibili con lo spirito del popolo cubano, con la qualità rivoluzionaria che ne è sempre stato il suo stadio più alto.

Fonte: CUBADEBATE

Traduzione: cubainformazione.it

Potrebbero interessarti anche...