Washington ha fatto fallire ogni tentativo di dialogo in Venezuela

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Sono stati centinaia gli appelli al dialogo con settori dell’opposizione da parte del presidente Nicolás Maduro. Tendere la mano e cercare comprensione è stata anche una costante durante la presidenza di Hugo Chávez. Tuttavia, bisogna capire che gli USA sono intervenuti nei diversi processi di questa indole nei momenti più importanti. Di seguito è riportato un resoconto.

SANTO DOMINGO: UNA CHIAMATA CHE HA CAMBIATO TUTTO

Nel 2016, il governo venezuelano ha fatto un appello al dialogo. Il processo aveva già avuto incontri esplorativi nella Repubblica Dominicana durante quell’anno. A marzo si sono incontrati rappresentanti del governo e dell’opposizione, accompagnati dall’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) e dagli ex presidenti José Luis Rodríguez Zapatero (Spagna), Martín Torrijos (Panama) e Leonel Fernández (Repubblica Dominicana), che hanno agito da intermediari. Nell’ottobre 2016, il Vaticano si è incorporato al processo attraverso il commissario Emil Paul Tscherrig.

Come valvola di pressione di fronte all’avanzata (della rivoluzione ndt)  colorata dell’opposizione nel 2017, chiamata anche guarimbas, a settembre, è stato organizzato un incontro di due giorni a Santo Domingo, capitale della Repubblica Dominicana, per esplorare un processo di dialogo che aiutasse a superare la crisi venezuelana.

Il presidente dominicano Danilo Medina ha annunciato che Messico, Cile, Bolivia e Nicaragua avrebbero integrato una commissione per seguire detti colloqui e fissava il prossimo incontro per il 27 di quel mese. L’opposizione non ha partecipato a quella data e ha annunciato che avrebbe continuato con la “fase esplorativa” del dialogo politico una volta che “siano rimossi gli ostacoli” presumibilmente posti dal governo venezuelano.

A novembre i ministri degli Esteri dei Paesi che accompagnano il dialogo si sono riuniti ed hanno definito l’ordine del giorno da discutere l’1 e il 2 dicembre. In questa data è iniziato a Santo Domingo un nuovo ciclo di dialogo con l’accompagnamento di Messico, Paraguay e Cile, su richiesta dell’opposizione; e Bolivia, Nicaragua e Saint Vincent e Grenadine, su richiesta del governo venezuelano. Si è concluso con “significativi progressi”, secondo Medina.

Poi, a dicembre, c’è stato un altro incontro e, il 23, la Commissione per la Verità ha raccomandato il rilascio di più di 80 persone che erano state arrestate durante le guarimbas, come richiesto dai rappresentanti dell’opposizione. Dopo “importanti progressi” raggiunti tra l’11 e il 12 gennaio 2018, un nuovo ciclo di colloqui è stato rinviato dall’opposizione il 18 di quel mese. L’argomento era che il governo venezuelano poneva “nodi” nel processo di dialogo, mentre il portavoce della delegazione governativa, Jorge Rodríguez, ha spiegato che la decisione rispondeva alle pressioni USA affinché non si raggiungesse un accordo di pace.

Durante quel mese, i governi di Messico e Cile, accompagnanti richiesti dall’opposizione, hanno rinunciato ai loro ruoli di “osservatori” a causa della convocazione delle elezioni da parte dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) eletta nel 2017. I partiti hanno concordato di incontrarsi a febbraio ma, dopo un’atmosfera rarefatta dovuta alle divisioni dell’opposizione, alla neutralizzazione di un gruppo terroristico capeggiato dall’ex poliziotto Óscar Pérez e alla sospensione della data (5 febbraio), si sono riuniti il ​​giorno successivo.

Una telefonata dell’allora Segretario di Stato USA dell’amministrazione Donald Trump, Rex Tillerson, al membro della delegazione dell’opposizione, Julio Borges, ha cambiato tutto. Sebbene il governo venezuelano avesse già firmato l’Accordo di Pace e Convivenza Pacifica, l’opposizione ha scelto di non fare lo stesso. Il testo finale conteneva i punti precedentemente concordati il ​​31 gennaio nel Paese caraibico e quelli concordati tra le parti nelle riunioni di Caracas.

A nome della delegazione governativa, Rodríguez ha specificato i dettagli sulla chiamata di Tillerson, che si trovava a Bogotà nell’ambito di un giro per aumentare la pressione sul Venezuela.

Il 7, dopo che Medina ha riferito che il dialogo stava andando in una pausa a tempo indeterminato perché la delegazione dell’opposizione disconosceva l’accordo, Maduro ha firmato il testo. Inoltre, ha manifestato la sua disposizione a proseguire il dialogo con l’opposizione e raggiungere un accordo definitivo.

Da parte sua, Zapatero ha chiesto, con una lettera al Tavolo di Unità Democratica (MUD), di firmare l’accordo, “una volta che il Governo si è impegnato a rispettare scrupolosamente quanto pattuito”.

NORVEGIA E BARBADOS: “FALSE SCUSE”?

Il 2019 è stato un anno intenso, con più attacchi multifattoriali per sfrattare il chavismo dal governo. Nel maggio di quell’anno, il presidente Maduro ha annunciato l’avvio di un nuovo processo di dialogo con l’opposizione con la mediazione della Norvegia. L’allora deputato Juan Guaidó, volto visibile dell’operazione di cambio di regime, ha informato di avere “inviati” in Norvegia e che l’opposizione non si sarebbe prestata a “falsi negoziati”.

Le delegazioni negoziali che si sono recate a Oslo (Norvegia) erano composte dall’allora ministro delle Comunicazioni, Jorge Rodríguez, e dal governatore dello stato di Miranda, Héctor Rodríguez. Per il settore oppositore si sono recati l’allora vicepresidente dell’Assemblea Nazionale (AN), Stalin González, accompagnato dai consiglieri politici Gerardo Blyde e Fernando Martínez.

Entrambe le parti hanno annunciato l’avvio di un processo esplorativo, Maduro ha spiegato che lo scopo era quello di istituire un tavolo negoziale che costruisse “accordi di pace tra le parti”. González, da parte sua, ha segnalato che non ci sono stati incontri diretti tra le due delegazioni.

Nel luglio di quell’anno, alle Barbados, è iniziato un tavolo di negoziazione. Hanno partecipato rappresentanti dei due settori e, sebbene non vi sia stata alcuna ulteriore divulgazione di informazioni, i media speculavano su possibili elezioni.

Mentre incoraggiava l’attivazione del Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR) contro il Venezuela, Guaidó firmava, a settembre, una dichiarazione, diffusa su Twitter, in cui annunciava che il governo costituzionale, guidato dal presidente Maduro, aveva interrotto i colloqui alle Barbados più di 40 giorni addietro.

Ha detto: “Il regime dittatoriale di Nicolás Maduro ha abbandonato il processo di negoziazione con false scuse: dopo più di 40 giorni in cui si sono rifiutati di proseguire, confermiamo che il meccanismo delle Barbados si è esaurito”.

A proposito delle “false scuse”: la decisione del presidente Maduro era dovuta al fatto che il 5 agosto di quell’anno l’allora presidente USA, Donald Trump, aveva ordinato il congelamento di tutti gli attivi del governo venezuelano in territorio USA, che è stato qualificato da Caracas come “terrorismo economico”.

Nel comunicato, il governo venezuelano ha affermato che la sospensione del dialogo era dovuta al fatto che Guaidó “celebra, promuove e sostiene queste azioni lesive”. Aveva detto che le misure imposte da Washington erano “la conseguenza dell’arroganza di un’usurpazione insostenibile e indolente. Coloro che la sostengono, beneficiandosi della fame e del dolore dei venezuelani, devono sapere che ha delle conseguenze”.

La misura è stata applicata a “tutti i beni e gli interessi di proprietà del governo del Venezuela che si trovano negli USA o che sono sotto il potere o il controllo di qualsiasi persona degli USA”. L’ordine dice che gli attivi “sono bloccati e non possono essere trasferiti, pagati, esportati, ritirati o trattati in altro modo”. L’allora presidente USA ha giustificato l’embargo delle proprietà dell’Esecutivo venezuelano “alla luce della continua usurpazione del potere da parte del regime illegittimo di Nicolás Maduro”.

Come argomentazione, l’ordine interventista alludeva a “violazioni dei diritti umani, arresti arbitrari e detenzione di cittadini venezuelani, riduzione della libertà di stampa e tentativi di minare il presidente ad interim Juan Guaidó e l’Assemblea Nazionale democraticamente eletta”.

La misura, come altre, è servita a sequestrare società venezuelane all’estero come la controllata di Petróleos de Venezuela, S.A. (PDVSA), Citgo Petroleum Corporation (USA) e Monomeros Colombo-Venezolanos (Colombia), sono state occupate ambasciate venezuelane in diversi paesi, sono stati sospesi programmi sanitari ad alto costo, sono stati bloccati conti che costituivano entrate per missioni sociali, infrastrutture e salari del settore pubblico.

MESSICO: ANCORA WASHINGTON COME FATTORE DECISIVO

Nel luglio 2021 il governo venezuelano si è dichiarato pronto ad avviare nuove giornate di dialogo con l’opposizione, questa volta si sarebbero tenute in Messico, con l’obiettivo di raggiungere accordi a favore della sovranità del Paese.

Il presidente Maduro ha dichiarato: “Siamo pronti ad andare in Messico per sederci al tavolo di dialogo con l’opposizione, con un’agenda realistica, venezuelana, affinché tutte le misure coercitive unilaterali siano revocate, per la pace” e ha augurato il successo nelle elezioni di governatori e sindaci che si sono realizzate nel novembre dello stesso anno.

I portavoce ufficiali sarebbero stati Héctor Rodríguez, governatore dello stato di Miranda, e Jorge Rodríguez, già allora presidente dell’Assemblea Nazionale (AN). Il 13 agosto successivo, sia Rodríguez che Gerardo Blyde, per la Piattaforma Unitaria Democratica (PUD), hanno firmato in Messico un “memorandum d’intesa” che formalizzava l’inizio del dialogo. Entrambe le delegazioni hanno mostrato la loro disponibilità a “concordare le condizioni necessarie per lo svolgimento dei processi elettorali consacrati nella Costituzione con tutte le garanzie e comprendendo la necessità che si revochino le sanzioni internazionali”.

Nella delegazione governativa è stato incorporato il diplomatico venezuelano Alex Saab, irregolarmente detenuto dal governo di Capo Verde mentre realizzava manovre per aggirare le misure imposte dagli USA contro il Venezuela. Questa è stata respinta dal PUD, affermando che si trattava di “una strategia di difesa del regime prima del processo giudiziario tra due paesi con separazione dei poteri e democrazia, i cui organi giurisdizionali stanno seguendo un processo di estradizione”.

Il Tribunale di Giustizia della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), organismo a cui appartiene Capo Verde, ha ordinato la liberazione immediata di Saab e la conclusione del processo di estradizione, il 15 marzo dello stesso anno, la giustizia del paese africano lo ha ignorato.

I round di dialogo sono proseguiti e si sono stabiliti accordi parziali mentre Saab permaneva detenuto a Capo Verde, tuttavia, alla vigilia del quarto round di accordi di dialogo che da realizzarsi il 17 ottobre, Rodríguez ha annunciato la sospensione della riunione del tavolo di dialogo in Messico per protesta per l’estradizione e trasferimento di Alex Saab negli USA. A novembre, il presidente Maduro ha dichiarato che non c’erano le condizioni per tornare al dialogo a causa del caso Saab, mentre il PUD si riuniva con il Dipartimento di Stato USA facendo un appello al governo affinché riprendesse il dialogo in Messico.

Un anno dopo, nel novembre 2022, sono tornati a dialogare in Messico e, come risultato, è stato firmato il Secondo Accordo Parziale per la Protezione del Popolo Venezuelano avendo come mediatori il governo norvegese, rappresentato da Dag Nylander, e con la presenza dell’allora ministro messicano degli esteri, Marcelo Ebrard. Questo meccanismo cercava di “affrontare bisogni sociali vitali e affrontare problemi di servizi pubblici, basati sul recupero di risorse legittime, proprietà dello Stato venezuelano, che oggi sono bloccate nel sistema finanziario internazionale”.

La concretizzazione del suddetto accordo consisteva nella liberazione dei fondi venezuelani illegalmente sequestrati dalle “sanzioni” USA, circa 3,2 miliardi di $, che ad oggi continuano ad essere trattenuti. L’opposizione, che fin dall’inizio ha guidato l’appropriazione illegale degli attivi venezuelani, ha rilasciato molteplici dichiarazioni incolpando il governo per il suo inadempimento.

Ogni portavoce ha esposto una scusa diversa, dal non sapere dove sono depositati i fondi sino alla non liberazione di politici incarcerati per reati comuni.

Inoltre, gli USA mantengono sequestrato un asset venezuelano come Citgo, ciò facilitato dal settore dell’opposizione rappresentato da Guaidó. Continua inoltre a riconoscere l’AN eletta nel 2015, il cui mandato è scaduto nel gennaio 2021. Di questa entelechia fa parte un Comitato per l’Amministrazione e  Protezione degli Attivi del Paese all’Estero, che continua a manovrare per usufruttare i beni nazionali che dispone a discrezione della Casa Bianca.

Washington è apparsa in tutti i tentativi di dialogo per scalciare il tavolo o rompere con gli accordi firmati da un’opposizione senza direzione propria. Stanno cercando di prolungare gli effetti sociali ed economici negativi causati dalle loro misure interventiste per aumentare il malcontento della popolazione e catalizzare pressioni e ricatti contro il governo venezuelano.

Ad oggi questi effetti, che colpiscono il reddito familiare ed i servizi di base, tra altri fattori economici e sociali nel Paese, sono motivo di capitalizzazione nelle elezioni primarie in cui le dirigenze di alcuni settori dell’opposizione hanno promesso di misurarsi. Il malcontento è nei loro calcoli, invocandolo con attacchi all’economia, ma anche attraverso provocazioni e sabotaggi di ogni tentativo di dialogo in Venezuela.

Fonte: Misión Verdad

Traduzione: cubainformazione.it

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