Il rocker e la pittrice: personaggi di un copione contro Cuba

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Che la causa della grave crisi a Cuba non sia la guerra economica degli USA, bensì il sistema socialista dell’isola, non è una tesi esclusiva del giornalismo cavernicolo di Miami. Anche quello che si dice progressista. Oggi analizzeremo il documentario “Cuba: la rivoluzione che svanisce”, commissionato dal canale tedesco Deutsche Welle al giornalista finlandese Pertti Pesonen.

Idea 1. Fallimento economico

La principale idea forza è quella del “fallimento” del modello economico della Rivoluzione cubana. “Questo è un paese in rovina economicamente”: questa frase, all’inizio del documentario, riassume la durissima situazione economica di Cuba. La prova che questo paese povero e senza risorse soffre uno spietato blocco contro la sua economia? No, il blocco USA appena è denunciato dalla viceministra cubana dell’Economia – una voce ufficiale e, quindi, “sospetta” per lo spettatore – e da un professore universitario con una fugace apparizione. Niente blocco, la colpa è del sistema: “Il sistema sociale creato dai sovietici neppure funziona adeguatamente”. Menzionare le riforme di mercato introdotte nel Paese negli ultimi anni? No. Perché offuscare l’idea dell’”immobilismo” cubano in un copione così ben costruito?

La tesi del “modello fallito” è sostenuta concettualmente, in numerose apparizioni, dalla professoressa Alina López Hernández, che si presenta come “socialista”: “Questo tipo di modello di socialismo burocratico (…) “è stato un modello di socialismo che non ha funzionato neanche in altri contesti”. La guerra economica da parte USA, la persecuzione degli ingressi, degli investimenti e dei crediti del Paese non sono per López un “elemento decisivo”: “Il blocco ha inciso come un elemento, ma a mio giudizio non è un elemento decisivo”.

Ma dalla critica al “socialismo burocratico”, il copione passa presto alla glorificazione del capitalismo: quello esistente nella Cuba di Batista. Per cui introduce un secondo personaggio: la pittrice in pensione Nilda Bouzo: “Quando Fidel prese il controllo di questo paese, lo trovò come un gioiellino. Pulito, tutto appena fatto, dipinto (…) e ascolta, devi solo uscire a fare una passeggiata, per vedere se piangi o no”. Per idealizzare questa fotografia della Cuba prima della Rivoluzione, da cui -naturalmente- vengono fatte scomparire le immense sacche di miseria contadina e periurbana, l’analfabetismo o la brutale repressione politica, compaiono nuovi personaggi: “Era pulito, bello, eravamo tutti uniti. (…) Distrussero una cosa buona”. “Purtroppo, L’Avana era una città bellissima che prosperava, soprattutto l’architettura e la cultura. (…) Ma tutto è andato in rovina. (…) Magari rimanga qualcosa dell’Avana che si costruì prima della Rivoluzione”. Del blocco USA niente: nemmeno una parola.

Idea 2. Paura e repressione

La seconda idea forza è quella della paura della repressione, il cui conduttore concettuale nel copione è un terzo personaggio: il rocker Javier Rodríguez. Cuba sarebbe quel paese in cui nessuno osa parlare contro il Governo, tranne -ovviamente- persone coraggiose come lui: alla gente “hanno posto tanta paura, da tanti anni, che non osa, è come quegli animali che hanno vissuto in cattività per tutta la vita e tu apri loro la rete e loro stanno davanti alla giungla e non sanno cosa fare, e preferiscono tornare dentro. Qui avevo cibo e acqua, fammi entrare. Preferiscono non arrischiarsi alla libertà”.

E insieme alla paura, la simulazione: “Mentono in modo molto sfacciato e la gente è sempre meno stupida. Accetta la menzogna, dicono che “questo è quello che è ufficiale” e tacciono, ma sanno che è una menzogna. Cuba è un paese di simulatori”.

E, naturalmente, la censura nei media cubani: “C’è quello che dicono i media ufficiali, c’è quello che vedi con i tuoi occhi per strada. (…) In televisione, sui giornali va tutto bene, tutto è perfetto”. Perché per parlarci della complessa realtà di Cuba già abbiamo il New York Times, la CNN, El País… O le decine di media a tema cubano finanziati dal governo USA. Anche se tutti, proprio tutti, ripetono -nelle sue molteplici versioni di pluralità fittizia- la stessa unica verità. Sebbene nei media “ufficiali” cubani, criticabili, insufficienti, imperfetti, i problemi del Paese siano affrontati in modo più approfondito che in tutti gli altri.

Ma il copione non solo necessita di una rigida selezione di opinioni. Anche di flagranti menzogne: “Leonardo Padura è lo scrittore cubano più famoso. (…) Ma le sue opere non si trovano a Cuba nonostante abbiano tanti lettori”. Falso. A Cuba sono stati pubblicati molti dei romanzi di questo scrittore, a cui il Ministero della Cultura ha assegnato il Premio Nazionale per la Letteratura, e che presenta le sue opere ad ogni Fiera Internazionale del Libro dell’Avana. Altro discorso è quello delle sue novità, per le quali Leonardo Padura ha un contratto in esclusiva con il gruppo spagnolo Planeta.

A proposito, lo stesso Padura nell’intervista smontava il mito dell’assenza di critica sull’isola: “Come scrittore, e come altri colleghi scrittori, registi, artisti di teatro, pittori, artisti plastici, ho dato quella visione un po’ critica della realtà cubana. Si può fare una lettura di molti problemi della realtà del paese attraverso questo tipo di opera artistica”.

La situazione economica di Cuba, frutto della scomparsa del turismo durante i due anni di pandemia, più l’assedio USA con 240 nuove sanzioni, è molto grave. La penuria raggiunge tutti gli ambiti: dai mercati e trasporti sino all’elettricità o alle sale operatorie. E in questo scenario, gli strateghi di Washington e Miami cercano di dare il colpo di grazia alla Rivoluzione cubana. Per fare questo, devono convincere l’opinione pubblica che l’esperimento cubano è definitivamente fallito. E gli sceneggiatori del “giornalismo progressista” lavorano con entusiasmo.

Fonte: Cubainformación

Traduzione: cubainformazione.it

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