Le sfide del dopo Moncada

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La volontà di Marti di costruire con tutti e per tutti, basata sull’etica e sulla responsabilità politica, ci viene imposta come l’unica alternativa reale e ammissibile per onorare chi ha forgiato il cammino con la sua morte….

Per un altro anno Cuba celebra gli assalti alle caserme Moncada e Carlos Manuel de Céspedes. Come un instancabile promemoria, la data ci viene imposta in nome dei più sacri precetti di ribellione e intransigenza.

Sono già trascorsi sette decenni da quell’atto che segnò l’inizio di una nuova fase della lotta rivoluzionaria. Una generazione erede della storica tradizione nazionale dell’insurrezione e apprendista di quanto accaduto negli anni Trenta e Quaranta.

La generazione che, a costo del proprio sangue, si è proposta di rovesciare il dittatore Fulgencio Batista, ha incarnato i migliori valori di una gioventù stanca soprattutto di essere assassinata, calpestata e violata con straordinaria impunità in nome del progresso e della stabilità sociale.

Il 26 luglio rimarrà sempre nella memoria della nazione come un simbolo inestinguibile di coraggio, ma anche di straordinaria genialità umana. Perché nessuno potrà mai disonorare la memoria di coloro che sono caduti in combattimento o a causa delle torture in nome di un Paese più giusto. Né la forza d’animo di chi è stato imprigionato e ha accettato la prigionia per perfezionare le proprie capacità politiche in vista della lotta futura. Né tanto meno sminuire la sublime arringa di autodifesa di Fidel Castro e la sua straordinaria genialità nel trasformare i suoi accusatori in accusati. C’è troppo da preservare e da portare come vessillo.

Tuttavia, commetteremmo un pericoloso errore se ci limitassimo a osservare l’epopea nell’indifferenza che il passare del tempo suggerisce. Risuonano ancora le parole dello stesso Fidel, quando nel 1983 disse che di quel luglio del ’53 rimanevano solo la virtù del popolo, la certezza della vittoria e la capacità di sognare le realtà di domani.

Usare solo i ricordi per costruire un progetto nazionale è, a dir poco, un suicidio inammissibile. Più che la necessaria evocazione, la commemorazione deve suscitare preoccupazioni e domande.

Dobbiamo quindi farci guidare dalla volontà di Marti di costruire con tutti e per tutti, sulla base dell’etica e della responsabilità politica, come unica alternativa reale e ammissibile per onorare coloro che hanno forgiato il cammino con la sua morte. Al di là dei luoghi comuni e delle narrazioni vuote, il nostro Moncada è lì dove c’è un problema da risolvere e la nazione richiede sforzi e sacrifici.

Dove stiamo andando, quali sono le difficoltà che ci affliggono, come chiameremmo il popolo oggi se si tratta di lottare? Queste sono solo alcune delle domande a cui una nuova ondata di giovani sta già cercando di rispondere.

Dalla condizione spesso dimenticata e incomprensibile di un Paese sottosviluppato e caraibico, ci sono uomini e donne che, giorno dopo giorno, stanno pensando e costruendo la Repubblica sognata dalla Generazione del Centenario.

E senza vantarsi di ciò che è stato raggiunto finora, ma anche senza disfattismo su ciò che resta da fare, con l’impegno di non perdere le conquiste sociali, ci viene presentato un popolo per lo più impegnato e desideroso di trovare soluzioni.

Un popolo che non teme la pluralità di opinioni e tanto meno la critica costruttiva dopo un errore, e che chiede solo coerenza e accompagnamento sincero da parte degli organi di partito e di governo.

Non si tratta di chiudere gli occhi o di voltarsi dall’altra parte di fronte alle sfide, ma di accettarle come parte inalienabile della nostra condizione di società libera e sovrana. Ecco, ancora una volta, la nostra Moncada. È lì che siamo.

Fonte: Cubahora

Traduzione: italiacuba.it

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