Essere coerenti e costanti non era un’opzione

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I giovani di oggi preferiscono avvicinarsi al Che basandosi sulla sua storia di essere umano in costante processo di cambiamento, audace di fronte a qualsiasi sfida.

“Se vogliamo esprimere come vogliamo che siano i nostri combattenti rivoluzionari, i nostri militanti, i nostri uomini, dobbiamo dire senza alcuna esitazione: che siano come il Che!”.

(Fidel Castro Ruz)

Questa espressione di Fidel sul Che è entrata a far parte della cultura politica del popolo cubano il 18 ottobre 1967, in una Piazza della Rivoluzione dominata dall’emozione e dal silenzio di chi, all’epoca, aveva già fatto esperienza diretta della sua grandezza umana e politico-rivoluzionaria.

Ma il tempo è passato e chi è nato dopo quella data si è abituato all’impressionante foto di Korda; ha sentito parlare di un Che le cui virtù sembravano irraggiungibili; Ripetevano “saremo come il Che”, a volte senza ulteriori spiegazioni, e alcuni non hanno mai saputo come Ernesto, che a dieci anni aveva letto il Don Chisciotte di Cervantes ed era rimasto colpito dalla generosità del Caballero Andante, che a 15 anni aveva già letto una voluminosa bibliografia della migliore letteratura dell’epoca, che a 17 anni si era messo a scrivere un dizionario filosofico e che, tra viaggi, contatti fortuiti o ricercati con i più poveri, e non poche avventure degne di essere conosciute, finì per diventare il Che.

I giovani, che avevano la sua stessa età quando iniziò il suo primo viaggio intorno al continente, oggi chiedono dettagli sulla sua evoluzione politica, su come sia riuscito a essere autodidatta e umanista colto, su come abbia coniugato la poesia con le più rigorose analisi sociologiche e politiche, sul perché sia andato a combattere per i poveri dell'”America maiuscola”, lasciandosi alle spalle ciò che aveva di più caro tra i suoi cari. Si preoccupano di ciò che ha fatto, ma soprattutto di come e perché ha agito.

Tutto indica che i giovani di oggi preferiscono avvicinarsi al Che sulla base della sua storia di essere umano in perenne processo di cambiamento, audace di fronte a qualsiasi sfida, capace di affrontare i più acuti dibattiti di idee, senza temere le contraddizioni che finiscono per favorire il progresso. Sono colpiti da quanto amasse i suoi figli e la sua “unica”, come afferma in una poesia di addio ad Aleida March.

Allo stesso tempo, sono “incuriositi” nel sapere come coniugasse l’amore per la famiglia con i suoi doveri rivoluzionari, e come la sua casa fosse un esempio dell’austerità che difendeva come regola d’oro del leader rivoluzionario.

Questo è solo un breve esempio delle domande che questa fascia d’età del Paese si pone oggi. Ciò è stato confermato, tra l’altro, in un dialogo sconfortante con i giovani dell’Università di Cultura Fisica e Scienze dello Sport Manuel Fajardo il 13 giugno.

Come si può dunque realizzare la socializzazione della vita e dell’opera rivoluzionaria e intellettuale del Che, di cui Cuba e i suoi giovani hanno bisogno oggi, in modo veritiero e convincente, motivante e aperto allo scambio?

Una possibile via è quella di mostrare, nella sua evoluzione e nei suoi contesti, la sua traiettoria etica. È ciò che questo approccio a due valori associati si propone di raggiungere, in forma sintetica: coerenza e consequenzialità nelle sue azioni umane e rivoluzionarie.

In misura comprensibilmente diversa da un gruppo sociale all’altro, gli altri vengono spesso giudicati in base al livello di “coerenza” che mostrano tra ciò che “dicono” e ciò che “fanno”.

L’aggettivo si applica a chiunque abbia una condotta, soprattutto nella vita quotidiana, logicamente in linea con i principi e gli ideali che proclama e dice di professare. E l’aggettivo “coerente” è attribuito a chi, inoltre, è capace di assumersi tutti i costi delle proprie scelte di vita, compresi i sacrifici e le perdite, quando decide come agire in accordo con le idee che difende.

Due esempi intrecciati, basati sulle sue idee e sulle sue decisioni, illustrano il grado in cui il Che è riuscito a essere sia coerente che consistente. Il primo riguarda la sua vocazione e il suo impegno latinoamericano, il secondo l’antimperialismo radicale che sviluppò sulla base di una profonda conoscenza dello sviluppo del capitalismo e degli Stati Uniti.

In Notas de Viaje, una vibrante cronaca del suo primo viaggio attraverso l’America Latina, sottolineava questa affermazione premonitrice: “Il personaggio che ha scritto queste note è morto quando ha rimesso piede sul suolo argentino, quello che le ordina e le lucida, “io”, non sono io, almeno non lo stesso vecchio io. Questo vagare senza meta per la nostra capitale America mi ha cambiato più di quanto pensassi”. Il 14 giugno 1952, in Perù, viene festeggiato per il suo 24° compleanno. Nel ringraziare l’amico per il gesto, conclude brindando al Perù e all’America Unita, un’idea di chiara ispirazione bolivariana nel suo caso.

Dopo questo primo viaggio in Cile, Perù, Colombia e Venezuela, ebbe una prima e documentata visione dello stato delle relazioni di dominio nel continente, delle sue disuguaglianze e della sua dipendenza da coloro che chiamò “stronzi gringo”.

Il 7 luglio 1953 iniziò il suo secondo viaggio latinoamericano in Bolivia. Voleva vedere la cosiddetta Rivoluzione del 1952.

L’esperienza non lo soddisfa. Commentando una delle manifestazioni a sostegno del governo, la descrisse come “pittoresca, ma non virile”.

Riteneva che al processo “mancassero i volti energici dei minatori”. Ormai conosceva bene gli insegnamenti di San Carlo, come era solito chiamare Marx, e aveva ben chiaro il ruolo del proletariato come fattore di cambiamento rivoluzionario. Era anche preoccupato per la conciliazione tra la borghesia alleata del Movimento Nazionalista Rivoluzionario e il governo degli Stati Uniti.

Decise di continuare il suo viaggio. Attraverso il Perù arrivò in Ecuador. Qui venne a conoscenza delle azioni nazionaliste di Jacobo Árbenz in Guatemala. Si recò a Panama e da lì viaggiò con diversi mezzi di trasporto fino al Costa Rica.

L’esperienza gli permette di conoscere più direttamente la presenza economica e l’influenza politica degli Stati Uniti nella regione centroamericana. Il 23 dicembre è arrivato in Guatemala. Questa sarebbe stata la prima grande scuola della sua formazione rivoluzionaria. Si propone di difenderla e la vede cadere con l’appoggio degli Stati Uniti e dei governi lacchè sotto la protezione dell’OSA. Ciò che osservò lo radicalizzò ancora di più.

Scrive alla zia Beatriz il 10 dicembre 1953 dal Costa Rica: “Ho avuto l’opportunità di passare attraverso i domini della United Fruit, convincendomi ancora una volta di quanto siano terribili queste piovre capitaliste. Ho giurato davanti a un’immagine del vecchio e compianto compagno Stalin che non avrò pace finché queste piovre capitaliste non saranno annientate. In Guatemala mi perfezionerò e otterrò ciò che mi manca per essere un vero rivoluzionario”. Il 5 gennaio 1954 scrive nuovamente a Beatriz, ma ora dal Guatemala. Dopo averle detto che “il denaro non significa nulla per me”, aggiunge questa osservazione: “C’è ogni giornale mantenuto dalla United Fruit che, se fossi Árbenz, chiuderei in cinque minuti, perché sono una vergogna… e contribuiscono a formare l’atmosfera che l’America vuole…”.

Il 12 febbraio 1954 disse a Beatriz: “La mia posizione non è affatto quella di un dilettante chiacchierone e nulla più; ho preso una posizione ferma con il governo guatemalteco e, al suo interno, nel gruppo PGT, che è comunista”.

Alla fine del 1954, dal Messico, parlò alla madre delle difficoltà che stava incontrando con “Don Dinero”; le disse che era redattore dell’Agencia Latina e che questo gli dava di che vivere; la informò che stava scrivendo un “piccolo libro” su “Il ruolo del medico in America Latina” e, in tono scherzoso, ammise che “se non so molto di medicina, ho capito tutto dell’America Latina” (calada).

Aggiunge poi, a proposito delle decisioni prese su cosa fare da combattente quale si sente di essere: “Il modo in cui i gringos trattano l’America (ricordiamo che i gringos sono yanquis) mi provocava una crescente indignazione, ma allo stesso tempo studiavo la teoria della ragione del loro agire e la trovavo scientifica…”.

Il soggiorno nella terra degli Aztechi fu un momento decisivo della sua vita. Sul piano intellettuale, sottopone il suo Quaderno filosofico a una revisione finale. Prosegue gli studi generali e approfondisce il marxismo. Sul piano politico, ebbe l’incontro che gli diede la possibilità di diventare il Che: incontrò Fidel l’8 luglio 1955 e finì per essere, insieme a Raúl, il secondo membro della spedizione del Granma. Un particolare rilevante di questo incontro è stato raccontato da Fidel: “… quando si unì a noi, aveva posto un’unica condizione: che una volta finita la Rivoluzione, quando avesse voluto tornare in Sudamerica, non ci sarebbe stata nessuna convenienza o ragione di Stato a interferire con questo desiderio…”.

Questo impegno fu onorato, sia da parte cubana che da parte di Ché: l’atto eroico boliviano fu la testimonianza inequivocabile della sua incrollabile decisione di lottare per la seconda vera indipendenza del continente, in diretta opposizione al secolare interventismo imperiale degli Stati Uniti.

Ha dimostrato, in modo incontrovertibile, che uomini come lui hanno solo una degna opzione davanti a loro: essere coerenti e coerenti con ciò che hanno detto e con ciò che pensano.

Fonte: Granma

Traduzione: italiacuba.it

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