Battuta d’arresto per Milei: il tribunale annulla le norme sul lavoro del controverso “mega-decreto”

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Arriva il primo stop per il fanatico neoliberista Javier Milei. La Camera del lavoro argentina ha emesso un’ingiunzione per sospendere l’applicazione delle norme sul lavoro incluse nel controverso Decreto di Necessità e Urgenza (DNU) di Milei.

La sentenza emessa dai giudici María Dora González, Andrea García Vior e Alejandro Sudera risponde a un ricorso presentato dalla Confederazione Generale del Lavoro (CGT) argentina. E sarà impugnata dal governo di Milei con la motivazione che il tribunale non ha giurisdizione, secondo quanto riferito da TN.

La risoluzione, pubblicata dall’agenzia Télam, recita: “Una misura cautelare che sospende l’applicabilità delle disposizioni del Titolo IV Lavoro del Decreto di Necessità e Urgenza n. 70/23 fino a quando non verrà emessa una sentenza definitiva sulla questione sostanziale di questo procedimento”.

Il cosiddetto “mega-decreto” di Milei limita il diritto di sciopero, rende più precarie le condizioni di lavoro e riduce il trattamento di fine rapporto, tra le altre cose.

“È un fatto pubblico e notorio che i lavoratori sono un settore socialmente vulnerabile e che sono in gioco i diritti alimentari -di per sé o per derivazione-, non c’è dubbio che si configurino le circostanze gravi e oggettivamente non rinviabili che giustificano l’emissione di una misura cautelare”, si legge nel documento giudiziario.

Inoltre, si sottolinea che “non vi sono prove oggettive”, almeno per quanto riguarda le riforme del lavoro, “della necessità di adottare tali numerose misure”. Né, secondo la sentenza, vi sono “ragioni di ‘urgenza’ per evitare il doveroso intervento del potere legislativo in materia di legislazione sostanziale”.

“Le forme repubblicane non sono mera retorica, ma fanno parte dell’essenza stessa del sistema”, hanno affermato i giudici, che hanno votato 2 a 1 a favore dell’accettazione della misura cautelare.

Fonti del partito al potere (La Libertad Avanza) hanno contestato la sentenza, sostenendo che la decisione “contraddice tutte le sentenze emesse nel Paese”, e fanno leva sul fatto che “il pubblico ministero e un giudice dello stesso tribunale in minoranza si sono opposti”.

Da parte sua, la CGT ha rilasciato una dichiarazione in cui celebra la decisione del tribunale perché “ferma un’iniziativa regressiva”. Per il sindacato, il tribunale “comprende che esistono circostanze gravi e oggettivamente urgenti che giustificano l’assunzione della competenza del Tribunale nazionale del lavoro a trattare questa controversia e l’emissione dell’ingiunzione”.

Di seguito sono riportati in dettaglio i punti principali della riforma del lavoro di Milei che il tribunale ha bloccato.

Diritto di sciopero

Tra le novità presentate dalla DNU in materia di lavoro, spicca una regolamentazione restrittiva del diritto di sciopero. “I conflitti collettivi che possono pregiudicare la normale erogazione di servizi essenziali o di attività di importanza trascendentale sono soggetti alle seguenti garanzie di servizio minimo”, si legge nel decreto.

E stabilisce due scenari: “Per quanto riguarda la fornitura di servizi minimi, nel caso di servizi essenziali, in nessun caso le parti possono negoziare o imporre alle parti una copertura inferiore al 75% della normale fornitura del servizio in questione. D’altra parte, nel caso di attività o servizi di importanza trascendentale, “in nessun caso si può negoziare o imporre alle parti una copertura inferiore al 50%”, si afferma.

Ampliando i servizi considerati essenziali o di importanza trascendentale, il governo ha incluso in queste categorie quasi tutti i settori dell’universo lavorativo argentino. In questo modo, i lavoratori vedrebbero limitato il loro diritto di sciopero.

Associazioni sindacali 

La DNU ha anche modificato l’articolo 87 della legge 23.551 sulle associazioni sindacali. “I rappresentanti sindacali all’interno dell’azienda, i delegati, le commissioni interne o gli organi simili, così come le autorità dei diversi rami delle associazioni sindacali, avranno il diritto di convocare assemblee e congressi di delegati senza danneggiare le normali attività dell’azienda o influenzare terzi”, si legge nel decreto.

A questo proposito, il DNU stabilisce “azioni vietate” che saranno considerate “infrazioni molto gravi”, tra cui “pregiudicare la libertà di lavoro di coloro che non aderiscono a una misura di forza, attraverso atti, fatti, intimidazioni o minacce; provocare un blocco o impadronirsi di uno stabilimento; impedire o ostacolare in tutto o in parte l’ingresso o l’uscita di persone e/o cose nello stabilimento; arrecare danni a persone o cose di proprietà dell’azienda o di terzi situate nello stabilimento (impianti, merci, forniture e materie prime, utensili, ecc.) o trattenerli indebitamente (impianti, merci, forniture e materie prime, utensili, ecc.) ) o trattenendoli indebitamente”.

Quote di solidarietà

Un altro dei punti su cui si stanno apportando modifiche sono le quote di solidarietà, che sono contributi straordinari ai sindacati da parte di iscritti e non iscritti, inclusi negli accordi. L’obiettivo di questo punto è quello di defiscalizzare i sindacati.

In questa sezione, il decreto stabilisce che “il versamento di quote, contributi periodici o contributi a cui i lavoratori sono obbligati in forza di norme di legge o di contratti collettivi di lavoro o in conseguenza della loro appartenenza ad associazioni professionali di lavoratori con statuto sindacale o in quanto soci di società mutualistiche o cooperative, nonché per servizi sociali e altre prestazioni erogate da tali enti, è consentito solo in presenza di un esplicito consenso del lavoratore che lo autorizzi”.

Periodo di prova

La DNU estende anche il periodo di prova per i lavoratori da 3 a 8 mesi: “Il contratto di lavoro a tempo indeterminato (…) si intende stipulato in prova nei primi 8 mesi di validità. Durante tale periodo ciascuna delle parti può recedere dal rapporto senza giusta causa, senza diritto all’indennità di licenziamento, ma con l’obbligo di preavviso”.

Lavoro formale

Il DNU abroga anche leggi sul lavoro come la 25.323, che raddoppia l’indennizzo in caso di rapporto di lavoro non registrato o fatto male. Come argomentazione, cita “il fatto che l’occupazione formale registrata non è cresciuta dal 2011 ed è un fatto provato che le misure strutturali adottate dalla legge sul lavoro n. 24.013 e dalla legge n. 25.323 non sono state in grado di invertire il problema dell’informalità”.

Trattamento di fine rapporto

Un altro punto della DNU che ha generato il rifiuto di centinaia di lavoratori è quello del trattamento di fine rapporto. “In caso di licenziamento da parte del datore di lavoro senza giusta causa, con o senza preavviso e dopo che sia trascorso il periodo di prova, al lavoratore deve essere corrisposta un’indennità pari a una mensilità per ogni anno di servizio o frazione superiore a tre mesi, prendendo come base di calcolo la migliore retribuzione mensile, normale e abituale, percepita nell’ultimo anno o nel periodo di servizio se inferiore. La base di calcolo di tale retribuzione non comprende il salario integrativo annuale, né alcun concetto di pagamento semestrale o annuale”, recita l’articolo 81, che implica una riduzione dell’importo totale da corrispondere ai dipendenti.

L’articolo stabilisce inoltre che i datori di lavoro e i sindacalisti possono concordare in sede di contrattazione collettiva un sistema di compensazione diverso, basato sulla Cassa Integrazione Guadagni UOCRA.

“Attraverso un accordo collettivo, le parti possono sostituire l’attuale sistema retributivo con un fondo o un sistema di TFR il cui costo è sempre a carico del datore di lavoro, con un contributo mensile che non può superare l’8% della retribuzione computabile. Da parte loro, i datori di lavoro possono scegliere di contrattare un sistema di capitalizzazione privata a proprie spese, al fine di pagare l’indennità prevista dal presente articolo e/o la somma liberamente concordata tra le parti in caso di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro ai sensi dell’articolo 241 della presente legge”.

Blocchi e occupazione di stabilimenti

Il decreto stabilisce anche che la partecipazione a blocchi o ad occupazioni di stabilimenti sarà considerata un grave atto contrario al lavoro.

Il decreto cita come casi: “Quando nel corso di un’azione diretta si pregiudica la libertà di lavoro di coloro che non aderiscono alla misura di forza, attraverso atti, fatti, intimidazioni o minacce; quando si impedisce o si ostacola in tutto o in parte l’ingresso o l’uscita di persone e/o cose nello stabilimento, e quando si arreca danno a persone o cose di proprietà dell’azienda o di terzi che si trovano nello stabilimento (impianti, merci, mezzi di produzione e materie prime, utensili, ecc.) o si trattengono impropriamente”.

Telelavoro

Per quanto riguarda il telelavoro e la reversibilità, la DNU afferma che “la richiesta o il consenso dato dalla persona che lavora in presenza di passare alla modalità di telelavoro può essere revocata di comune accordo tra il lavoratore e il datore di lavoro, purché ci siano le condizioni nelle strutture dell’azienda per la ripresa del lavoro in presenza”.

E aggiunge: “In base alle esigenze di ciascun lavoro, la modalità di telelavoro può essere riportata alla modalità in presenza, nei casi in cui le caratteristiche dell’attività lo richiedano”.

Lavoratori autonomi con collaboratori

Il decreto stabilisce anche che il lavoratore autonomo può avere fino a cinque altri lavoratori indipendenti per portare avanti un’impresa produttiva e “può beneficiare di un regime speciale unificato che sarà regolato dal Potere Esecutivo Nazionale”. Ciò consentirebbe al datore di lavoro – se venisse applicata la riforma del lavoro della DNU – di avere lavoratori nella sua impresa, ma questi non sarebbero considerati dipendenti e, per questo motivo, non dovrà pagare le relative imposte sul lavoro.

La DNU afferma che questo “si baserà su un rapporto autonomo, senza che vi sia un rapporto di dipendenza tra loro, o con le persone che appaltano i servizi o i lavori, e includerà, sia per il lavoratore indipendente che per i lavoratori collaboratori, il contributo individuale di una quota mensile che comprende il contributo al Sistema di Sicurezza Sociale, al Sistema Nazionale di Opere Sociali e al Sistema Nazionale di Assicurazione Sanitaria e al Sistema di Rischi Occupazionali, alle condizioni e ai requisiti stabiliti dai regolamenti”.

Straordinari

Il lavoratore viene impoverito con l’eliminazione degli straordinari, stabilendo che la modalità della “banca delle ore” può essere estesa a tutti i Contratti Collettivi di Lavoro. Ciò significa che se la giornata lavorativa passa, ad esempio, da 8 a 12 ore al giorno, il lavoratore conserva queste ore e può detrarle da un’altra giornata lavorativa, ma non vengono pagate come straordinari.

Proteste di massa contro il decreto

La DNU è stata respinta dalle principali confederazioni sindacali, che la scorsa settimana si sono mobilitate al Palazzo di Giustizia di Buenos Aires per presentare un ricorso contro il decreto del governo a causa delle deregolamentazioni che propone in materia di lavoro.

Un giorno dopo la manifestazione di massa, la CGT ha indetto uno sciopero generale per il 24 gennaio, ratificato mercoledì dopo la conferma della misura cautelare, hanno riferito fonti della Confederazione Generale del Lavoro a Mundo Gremial. Sarà la prima grande protesta contro l’amministrazione del presidente “libertario”, al potere da meno di un mese.

Il decreto è entrato in vigore il 29 dicembre, tra massicce e spontanee proteste di piazza e una valanga di cause legali che hanno cercato di bloccarne l’applicazione. La legge, annunciata dal presidente il 20 dicembre e intitolata “Basi per la ricostruzione dell’economia argentina”, è composta da 366 articoli che deregolamentano completamente l’economia del Paese sudamericano.

Sebbene la DNU sia uno strumento costituzionale a disposizione dell’esecutivo, per avere forza di legge deve essere discussa e approvata dal Congresso, dove il partito di governo La Libertad Avanza (LLA) non ha la maggioranza. Inoltre, non potrà entrare in vigore finché i tribunali non risolveranno la questione dell’incostituzionalità.

Tuttavia, Milei ha già anticipato che, nel caso in cui il Parlamento respinga la sua ampia iniziativa di riforma, chiederà un plebiscito o una consultazione popolare per mostrare ai legislatori il “sostegno” della popolazione alla misura.

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