«La Libertad avanza», ma al passo del gambero. Ne sanno qualcosa manifestanti e giornalisti che giovedì, durante un’altra giornata di protesta dinanzi al Congresso contro la legge Omnibus, sono stati brutalmente attaccati dalla polizia federale e dalla gendarmeria, e per ben due volte, con proiettili di gomma, manganellate, gas lacrimogeni e idranti. Né è bastato che i deputati dell’opposizione abbandonassero momentaneamente l’emiciclo per uscire sulla Plaza del Congreso nel tentativo di fermare la repressione.

GRANDI ELOGI alle forze di sicurezza, invece, sono venuti dal portavoce presidenziale Manuel Adorni, fiero dell’«impresa titanica» portata a termine dalla polizia, anche con arresti indiscriminati, come quello del giorno precedente di quattro donne sedute pacificamente davanti al Congresso a cantare l’inno nazionale.

Per iil Sindacato dei giornalisti di Buenos Aires sarebbero almeno 25 i lavoratori della stampa rimasti feriti, ma la ministra della sicurezza Patricia Bullrich si è rallegrata che, in mezzo a un dispiegamento di polizia degno di un regime militare, non ci sia scappato il morto: «Non c’è stato alcun incidente grave», ha affermato soddisfatta.

All’interno del Congresso – nella terza giornata di dibattito parlamentare dopo le 24 ore di caotica discussione dei giorni precedenti e due sospensioni chieste e ottenute da La Libertad avanza – la minoranza di appena 38 deputati che sostiene Milei si avvia ad incassare l’approvazione in generale da parte della Camera dei deputati della legge Omnibus, a cui seguirà l’esame di ognuno dei suoi 386 articoli (che una frenetica trattativa ha tagliato rispetto ai 664 iniziali). Un risultato possibile grazie al sostegno dell’«opposizione amichevole» di Ucr (radicali), Pro (dell’ex presidente Mauricio Macri), Hacemos Coalición Federal e Innovación.

PUR MANTENENDO sostanzialmente inalterata la sua essenza, la legge – che assegna deleghe legislative all’esecutivo, prevede una radicale riforma dello Stato e dispone la privatizzazione delle aziende pubbliche – ha in realtà sofferto man mano diversi tagli: dall’eliminazione dell’obbligo della richiesta di autorizzazione per riunioni anche di tre persone all’esclusione della compagnia petrolifera statale Ypf dalla lista delle imprese da privatizzare, fino alla proposta di un forte ridimensionamento della dichiarazione di emergenza pubblica: non più fino al 31 dicembre 2025, con possibilità di proroga per altri due anni – così da assicurare a Milei facoltà legislative straordinarie per l’intera durata del mandato – ma solo per un anno, con possibile proroga per altri 365 giorni.

ULTERIORI concessioni sono state fatte dopo vari giorni di complesse e faticose trattative con il settore dell’opposizione disposto al dialogo, con il ritiro dei capitoli relativi alla riforma fiscale e al meccanismo di aggiornamento delle pensioni, oltre alla proposta di una riduzione delle 40 imprese da privatizzare: resterebbero fuori dalla lista nove imprese statali, come il Banco de Inversión y Comercio Exterior e Fabricaciones Militares (fondata dal generale Manuel Savio e da Juan Domingo Perón nel 1941), mentre non avrebbero scampo, tra molte altre, Aerolíneas Argentinas, Ferrocarriles Argentinos, l’agenzia nazionale di notizie Télam e Rta (Radio y Televisión Argentina S.E.).

Intorno alla trentina di aziende pubbliche che Milei vuole vendere a tutti i costi si stanno già aggirando gli squali: come Larry Fink, il presidente del colosso finanziario BlackRock, che ha subito espresso l’intenzione di comprare imprese dello stato e che visiterà a maggio l’Argentina. O come Elon Musk, in cerca di buoni affari in materia di tecnologia e comunicazioni.

Qualche modifica, del tutto insufficiente, è stata apportata anche al capitolo ambientale della legge, che tuttavia le organizzazioni ecologiste vorrebbero fosse eliminato del tutto: restano misure devastanti come il via libera allo sfruttamento minerario nelle aree periglaciali.

PER I NON POCHI ammiratori nostrani di Milei c’è intanto una buona notizia: come ha annunciato la ministra degli esteri Diana Mondino, il presidente sarà in visita in Italia a partire da domenica 11 febbraio. E non vedrà solo il papa, a cui, già lo scorso 11 gennaio, con una lettera ufficiale, aveva rivolto l’invito a visitare il paese dopo avergli dato dell’emissario di Satana. «L’Italia ci può dare molto, oltre a quello che ci ha dato negli ultimi 150 anni.

Il suo posto nell’Unione europea è importante e per noi può rappresentare una porta d’ingresso nel blocco, con tutto quello che ne consegue», ha dichiarato la ministra, scelta da Milei per realizzare una drastica virata alle relazioni internazionali dell’Argentina, nel segno dell’amicizia prioritaria con Stati Uniti e Israele.

di Claudia Fantiil manifesto