Gestire la protesta: lezioni da Cuba per il mondo?

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A marzo, un migrante marocchino è morto a Madrid durante uno sciopero della fame, protestando contro la paralisi nel sistema spagnolo di asilo e rifugio.

Ma su media come Telemadrid, lo “sciopero della fame” è scomparso dai titoli: “Muore un immigrato ospitato in un ostello di San Fernando de Henares per un infarto”, leggevamo. Ora immaginate che succeda a Cuba dove qualcuno che reclami qualcosa alle sue autorità metta in atto uno sciopero della fame e muoia. Conosciamo benissimo l’informazione che ne scaturirebbe.

Alcuni mesi fa, un giovane cubano era ucciso a colpi di pistola dalla polizia. Ma poiché è successo in Galizia e non a Cuba, non c’è scandalo. La stampa galiziana ha riprodotto la versione della polizia (legittima difesa) e basta così.

Lo scorso 21 marzo, il presidente di Cuba Miguel Díaz-Canel si incontrava con centinaia di persone per le strade di Songo-La Maya, una località di Santiago de Cuba. Lì ha spiegato la difficile situazione del paese e risposto alle domande della popolazione. È stato quattro giorni dopo le proteste avvenute, a pochi chilometri di distanza, per i black-out e la mancanza di cibo. Vi immaginate il presidente Emmanuel Macron, in una strada in Francia, dialogare con gli agricoltori dopo le loro proteste? Non ci provate nemmeno. Poiché nelle “democrazie” le proteste si risolvono a manganellate. Non come nella “dittatura” cubana dove, nel momento più critico della protesta, le autorità di Santiago de Cuba sono accorse a dialogare con la cittadinanza. Senza repressione, né violenza.

Nulla di tutto ciò racconta la stampa internazionale che, inoltre, nasconde la causa indotta della crisi di Cuba e, quindi, delle proteste: il criminale assedio al suo commercio, alle sue finanze e ai suoi introiti da parte del governo USA.

Un cantante che, a Cuba, abbia il minimo problema con un promotore di concerti, viene subito convertito dai media in un “artista censurato”. Ora, se questo cantante viene vietato e molestato a Miami, la situazione cambia. L’ultimo caso riguarda il duo cubano di reggaeton Charly e Johayron. In un’intervista, hanno rifiutato di rispondere alle domande insistenti sulla politica a Cuba, e subito si è scatenata una campagna di boicottaggio, con tanto di manifestazione. Censura, repressione, mancanza di libertà artistica? Non leggeremo uno solo di questi termini. O, meglio ancora, non leggeremo nulla sul caso. Il maccartismo di Miami non fa notizia.

Rimaniamo in Florida, dove una nuova legge ora vieta alle persone senza fissa dimora dormire negli spazi pubblici. In questo stato ci sono 30000 persone in questa situazione, 653000 in tutti gli USA. Nascondere la povertà è diventata un’ossessione nei paesi più ricchi del mondo. Come in Francia, dove la polizia ha effettuato trasferimenti di massa di senza tetto fuori da Parigi, in vista dei prossimi Giochi Olimpici.

Vi immaginate che una nave urti e faccia crollare un ponte a Cuba, causando sei morti? O se un aereo pieno di passeggeri effettui un atterraggio di emergenza dopo aver perso una ruota? “Paese in decadenza” sarebbe l’espressione più gentile che leggeremmo in centinaia di notizie. Ma poiché questi eventi sono accaduti a Baltimora e San Francisco, sono semplici incidenti.

Non usciamo dagli USA. Lì le leggi permettono ai minori di 12 anni di lavorare nell’agricoltura. Avete letto qualche articolo di denuncia sulla situazione dell’infanzia in questo paese, l’unico che non ha ratificato la Convenzione sui Diritti del Bambino? Come cambierebbe la storia se accadesse a Cuba! Avremmo severi rapporti delle ONG, finanziati con sovvenzioni di Washington, conferenze stampa, interviste e reportage.

Cento sparatorie di massa (più di una al giorno) e nove massacri: sono dati del primo trimestre di quest’anno negli USA, paese dove ci sono più armi che abitanti. Durante la “Spring Break”, le vacanze studentesche di marzo, la città di Miami Beach ha imposto il coprifuoco a mezzanotte, come misura di sicurezza. Ma la stampa di Miami, che informa in modo freddo su ogni sparatoria nella sua città, cambia discorso quando si tratta di Cuba, paese dove non ci sono mai massacri né sparatorie di massa. Un titolo: A Cuba “la criminalità sta crescendo e il regime non fa nulla per contrastarla”.

Ogni giorno negli USA, 300 persone muoiono per overdose, cifra che si è moltiplicata per 50 nell’ultimo decennio. “Muore un bambino e tre sono ricoverati per overdose di fentanil in un asilo di New York”. Sostituite in questo titolo New York con L’Avana, e immaginate come il tono della notizia passerebbe dalla fredda informazione alla infuocata condanna contro il “regime cubano”.

Fonte: Cubainformación

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