Quel “sole morale” che splende su Cuba

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Dos Ríos è stato ancora una volta teatro di un racconto e di un tributo all’eredità del nostro José Martí, per commemorare il 129° anniversario della sua caduta in combattimento il 19 maggio 1895.

Nella nostra Patria senza padrone, i segni di affetto per José Martí sono ovunque: una rappresentanza del popolo di Santiago, guidata dalle principali autorità politiche e governative della provincia, è arrivata ieri al mausoleo che ospita i resti dell’Apostolo nel cimitero patrimoniale di Santa Ifigenia, per rendergli omaggio, a 129 anni dalla sua caduta in combattimento.

Alla cerimonia militare e alla guardia d’onore, il leader della Rivoluzione cubana, il generale dell’Esercito Raúl Castro Ruz – che faceva parte della Generazione che non permise all’Apostolo di morire nell’anno del suo Centenario – ha inviato un omaggio floreale, accompagnato da quelli del Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez; del Presidente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare e del Consiglio di Stato, Esteban Lazo Hernández; e quello deposto a nome del popolo cubano, sulla lastra dove è collocata anche la bandiera.

Allo stesso modo, nel territorio del Granma, Dos Ríos, la terra sacra che il più universale dei cubani ha fecondato con il suo sangue per la libertà della patria, è stato il luogo di un racconto e di un omaggio.

Víctor Hernández Torres, vicedirettore dell’Ufficio del Programma Martí e vicepresidente della Società Culturale José Martí, ha presentato l’appello a commemorare, il prossimo anno, il 130° anniversario della caduta in combattimento dell’Uomo dell’Età dell’Oro, con la giornata De cara al sol, che esalterà Martí come quel sole morale che illumina Cuba ogni giorno.

José Martí o i paradossi del dovere e della libertà

Il rispetto della dignità umana, dell’esercizio della libertà dei cittadini e dei popoli, che fa parte dell’eredità di Martí, è oggi più che mai necessario.

In ogni anniversario della caduta in combattimento di José Martí, dobbiamo ricordare che egli era un uomo molto affettuoso e amante della pace, e che nell’opera di miglioramento umano, di rafforzamento dei pilastri dell’amore e dell’unità, il suo pensiero ha un valore indiscutibile.

Il lettore che non conosce l’eredità dell’eroe potrebbe obiettare a queste affermazioni che Martí fu l’organizzatore dell’ultima guerra d’indipendenza contro la Spagna. Tuttavia, la sua concezione era tutt’altro che convenzionale, perché secondo lui doveva essere amorevole e breve.

Inoltre, per lui era un’angoscia suprema portare la responsabilità di questo conflitto necessario e insanabile. Ciò non gli impedì di rendersi conto dell’enorme sofferenza che avrebbe causato, a causa delle giovani vite che sarebbero costate quell’indispensabile e agognata libertà. La testimonianza di Blanche Z. de Baralt è sconvolgente:

“Nei mesi precedenti la Guerra del ’95, quando Martí era inseguito dallo spionaggio spagnolo, cambiava spesso residenza per depistare gli agenti che lo cercavano. A volte veniva a chiederci rifugio, sapendo che la nostra casa era la sua; e mio marito racconta che una notte, quando Martí dormiva in camera con lui, fu svegliato da profondi sospiri e gemiti lamentosi. “Cosa c’è, Martí?” chiese Luis, allarmato; aprendo gli occhi esclamò: “Oh, le madri, le madri, quanto sangue e quante lacrime scorreranno in questa rivoluzione in cui sto per gettare il mio Paese!”. Sentiva il peso della tempesta che stava per scatenare, e il suo animo sensibile soffriva per le sofferenze insite nella redenzione”.

Sebbene la libertà come bene superiore costi un enorme sacrificio, è indispensabile per garantire la pace delle nazioni, e Martí lo capì come nessun altro. Coinvolge ogni individuo, perché la prima espressione auspicabile della libertà e della pace stessa è quella della famiglia, che Cintio Vitier ha giustamente definito come la strada verso la patria.

Martí capì anche molto presto che la libertà dell’individuo e delle nazioni era strettamente legata alla cultura e alla capacità creativa. Per lui l’imitazione di modelli stranieri, per quanto allettanti, non fu mai un’opzione, ed è un criterio che lo accompagnò dalla prima giovinezza fino a un testo di maturità e sintesi, come il saggio Nuestra América. In un articolo giovanile, Maestros ambulantes, considerato una pietra miliare del suo pensiero etico e pedagogico, si riferisce a questo tema come segue: “Essere buoni è l’unico modo per essere felici. Essere educati è l’unico modo per essere liberi. Ma, nella comune natura umana, è necessario essere prosperi per essere buoni”.

Questa frase è stata manipolata, tagliata, decontestualizzata, ma è conveniente vederla in tutta la sua grandezza. Quelle verità essenziali che stanno sull’ala di un colibrì, per continuare a mettere in solfa questo stesso testo, alludono a questioni centrali, come la necessità di alfabetizzare l’intera popolazione dei nostri Paesi e, per estensione, di garantire la partecipazione culturale e civica, in modo da gettare al vento i legami mentali lasciati dalla colonia. Implicava anche il potenziamento spirituale, in modo da dare alle cose materiali un’importanza reale e vitale, e non la priorità che hanno oggi in balia dei dettami del mercato.

La battaglia più difficile non fu quella che recise il legame politico ed economico con la vecchia metropoli, già sconfitta a prezzo di grandi sacrifici. È vero, l’indipendenza profonda non era stata pienamente raggiunta ai tempi di Martí, perché, come giustamente dichiarò in La nostra America, la colonia aveva continuato a vivere nella repubblica: quest’ultima doveva combattere e sconfiggere la prima.

Lo spirito di un intero continente a sud del Rio Bravo doveva sollevarsi contro nuove forme di dominio, che già si profilavano all’orizzonte e che il cubano era allarmato e deciso a scongiurare, perché il suo pensiero ha un’indiscutibile portata decolonizzante. Due anni prima, in una delle sue cronache della Conferenza panamericana o Congresso di Washington, come è noto, scriveva, dopo un formidabile paragrafo in cui riassumeva la vera essenza del conclave, che era giunto il momento per l’America spagnola di proclamare la sua seconda indipendenza.

Non si trattava solo di sottrarsi con saggezza, cautela e fermezza ai leonini trattati commerciali che intendevano legare i nostri popoli al nuovo padrone mascherato. Allo stesso tempo, era necessario prevedere, con una preparazione tempestiva e intelligente, altri pericoli di pari portata, come quello di lasciarsi abbagliare dalla prosperità del Nord e dalla democrazia rappresentativa, ad esempio. Questo stesso abbaglio era – ed è – foriero di altri atteggiamenti perniciosi, come il disprezzo per il proprio paese rispetto a quello straniero. Questo fatalismo è il denominatore comune degli atteggiamenti pigri, dell’imitazione servile, dell’assenza di creatività e di fiducia nelle proprie forze. Queste sono le vie iniziali della colonizzazione mentale e, in seguito, dell’annessionismo più ortodosso. Con queste condizioni e atteggiamenti, si apre la porta al colonizzatore, che non esiterà a sottomettere con la forza, se necessario, dopo essere entrato in casa con l’inganno e la seduzione.

E quale Paese può godere di libertà e pace se è colonizzato da un altro? Come si può affrontare la guerra culturale e preservare la sovranità? Sembra che le opere di Marti, a partire dal 1889, indipendentemente dalla loro natura, rispondano a queste domande.

Dello stesso anno è il suo articolo Un paseo por la tierra de los anamitas, pubblicato su La Edad de Oro. Questo testo è notevole per molti motivi, il primo dei quali è forse lo sguardo spregiudicato, lontano da ogni razzismo o folclore, su un territorio di cui si avevano poche informazioni, e quelle che c’erano erano quasi sempre filtrate da una prospettiva distorta o esotica.

Il cubano, invece, offre un ritratto completamente diverso. È interessante notare la generalizzazione dei contenuti etici, in cui dà per scontate e consolidate realtà che purtroppo non corrispondono a quanto desiderato:

“E tali sono gli uomini, che ognuno crede che solo ciò che pensa e vede sia la verità, e dice in versi e in prosa che si deve credere solo a ciò che crede (…) quando ciò che si dovrebbe fare è studiare con affetto ciò che gli uomini hanno pensato e fatto, e questo dà un grande piacere, cioè vedere che tutti gli uomini hanno gli stessi dolori, la stessa storia e lo stesso amore”. ) quando ciò che si deve fare è studiare con affetto ciò che gli uomini hanno pensato e fatto, e questo dà un grande piacere, cioè vedere che tutti gli uomini hanno gli stessi dolori, la stessa storia e lo stesso amore, e che il mondo è un bel tempio, dove tutti gli uomini della terra stanno in pace, perché tutti hanno voluto conoscere la verità, e hanno scritto nei loro libri che è utile essere buoni, e hanno sofferto e combattuto per essere liberi, liberi nella loro terra, liberi nel pensiero”.

Concepire il pianeta come quel luogo ideale e felice di pace duratura porta il significato del testo in una direzione molto diversa da ciò che stava accadendo in quel momento e sta ancora accadendo nel nostro tempo. È come se le parole volessero cementare i presupposti teorici di una realtà lontana ma possibile, in cui le differenze vengono risolte amichevolmente, cercando un terreno comune di dialogo piuttosto che divergenze inconciliabili.

Il rispetto della dignità umana, dell’esercizio della libertà dei cittadini e dei popoli, che fa parte dell’eredità di Martí, è oggi più che mai necessario. Noi cubani siamo orgogliosi di avere come compatriota un uomo di statura universale. Seguire il suo esempio nel pensiero e nell’azione è un’alternativa per costruire una patria migliore e più giusta – e un’umanità più giusta. Sta a noi renderla possibile.

Fonti: GranmaGranma

Traduzione: italiacuba.it

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