Riflessioni di Fidel (8)

Parere unanime.

Al VI Incontro Emisferico dell’Avana, quando si è discusso della questione della produzione di biocarburanti a partire da alimenti sempre più costosi, la stragrande maggioranza si è opposta con indignazione. Ma era indiscutibile che alcune personalità di prestigio, autorità e buona fede fossero state conquistate dall’idea che la biomassa del pianeta fosse sufficiente per entrambi in un tempo relativamente breve, senza pensare all’urgenza di produrre il cibo che, già di per sé scarso, sarebbe servito come materia prima per l’etanolo e l’agri-diesel.

Quando è stato aperto il dibattito sugli accordi di libero scambio con gli Stati Uniti, invece, sono intervenute diverse decine di persone e tutti hanno condannato all’unanimità sia le forme bilaterali che multilaterali di tali accordi con la potenza imperiale.

Tenendo conto della necessità di spazio, utilizzo ancora una volta il metodo della sintesi per presentare tre eloquenti interventi di personalità latinoamericane che hanno espresso concetti di enorme interesse e lo hanno fatto con grande chiarezza e peculiarità. Come in tutte le sintesi delle precedenti Riflessioni, vengono rispettate le esatte forme espositive degli autori.

ALBERTO ARROYO (Messico, Rete d’azione messicana contro il libero commercio).

Vorrei condividere con voi i nuovi piani dell’impero e cercare di allertare il resto del continente su qualcosa di nuovo che sta emergendo o avanzando come nuova strategia per una nuova fase dell’offensiva statunitense. Il NAFTA, o Accordo di libero scambio nordamericano, è stato semplicemente il primo passo di qualcosa che vuole per l’intero continente.

Il nuovo tentativo non sembra tener conto della sconfitta di non poter realizzare l’ALCA, che nel suo piano “B” riconosce addirittura di non poter realizzare quello che chiama l’ALCA globale contemporaneamente con tutti i Paesi del continente; cercherà di negoziare accordi di libero scambio bilaterali a pezzi.

Con l’America Centrale è riuscito a firmarlo, ma il Costa Rica non lo ha ratificato. Nel caso della zona andina, non è nemmeno riuscito a portare al tavolo tutti i Paesi, ma solo due, e con questi due non è riuscito a completare i negoziati.

Quali sono le novità dell’ASPAN (Alianza para la Seguridad y Prosperidad de América del Norte)? Tre cose mi sembrano fondamentali:

Primo: il rafforzamento degli schemi militari e di sicurezza per affrontare la resistenza dei popoli è proprio la sua reazione al trionfo del movimento che sta fermando i suoi piani.

Non si tratta solo di collocare basi militari in zone a rischio o in aree con elevate risorse naturali strategiche, ma di cercare di creare uno stretto coordinamento, con piani concordati con i Paesi, per migliorare gli schemi di sicurezza che sono un modo per affrontare i movimenti sociali come se fossero dei criminali.

Questo è il primo aspetto nuovo.

Il secondo elemento, che mi sembra anch’esso una novità, è che i grandi attori di questo schema neoliberale sono sempre stati direttamente le transnazionali. I governi, in particolare quello degli Stati Uniti, erano i portavoce, quelli che formalmente conducevano i negoziati, ma in realtà gli interessi che difendevano erano direttamente quelli delle multinazionali. Erano loro i grandi attori nascosti dietro gli accordi di libero scambio e dietro il progetto ALCA.

La novità del nuovo schema ASPAN è che questi attori escono dall’ombra, vengono alla ribalta e questo rapporto si inverte: i gruppi imprenditoriali parlano direttamente tra di loro, con la presenza dei governi, che cercheranno poi di tradurre i loro accordi in politiche, cambiamenti nei regolamenti, nelle leggi, ecc. Non è più sufficiente privatizzare le aziende pubbliche; stanno privatizzando la politica in quanto tale. Gli uomini d’affari non hanno mai definito direttamente la politica economica prima d’ora.

L’ASPAN inizia in un incontro chiamato, diciamo, “Un incontro per la prosperità del Nord America”, che erano incontri trinazionali di uomini d’affari.

Uno degli accordi operativi che vengono presi nell’ASPAN è quello di creare comitati trinazionali, di quelli che chiamano “capitani d’industria”, per settori, per definire un piano strategico per lo sviluppo del settore nella regione nordamericana. In altre parole, la Ford viene moltiplicata o divisa in tre: Ford direttamente negli Stati Uniti, il vicedirettore della Ford in Messico, il vicedirettore della Ford in Canada, e questi decidono qual è la strategia per il settore automobilistico in Nord America. È la Ford che parla con uno specchio, con i suoi dipendenti, con i direttori delle aziende automobilistiche in Canada e in Messico, per concordare il piano strategico da presentare ai governi affinché lo traducano e lo attuino in politiche economiche concrete.

C’è uno schema per incorporare l’aspetto della sicurezza; secondo punto, privatizzare direttamente i negoziati; e il terzo aspetto inedito di questo schema è forse, per ricordare una frase dei nostri nonni classici, quella frase di Engels in cui diceva che quando con i meccanismi della democrazia formale il popolo sta per prendere il potere, come lo zero sul termometro o il 100, le regole del gioco cambiano: l’acqua o si congela o bolle, e anche se stiamo parlando di democrazie borghesi, i primi a rompere le regole sono i borghesi.

Gli accordi di libero scambio devono passare attraverso i congressi, e il fatto è che è sempre più difficile che vengano ratificati dai congressi, compreso il Congresso dell’impero, il Congresso degli Stati Uniti.

Si parla del fatto che questo non è un trattato internazionale, quindi non deve passare dal Congresso. Quando toccano questioni che sconvolgono il quadro giuridico dei nostri Paesi, presentano pezzi e pezzetti; decidono di emendare un pezzo di legislazione in un momento, in un altro momento un altro; vengono attuati decreti esecutivi, modifiche a regole operative, norme operative, standard, mai l’intero pacchetto.

Gli accordi di libero scambio, nonostante siano stati negoziati alle nostre spalle e alle spalle di tutti i popoli in generale, prima o poi si traducono in un testo scritto che va ai congressi e noi sappiamo cosa è stato concordato. Fanno finta che non sapremo mai cosa hanno concordato, vedremo solo pezzi della strategia, perché non sarà mai tradotta in un testo integrato.

Concludo con un aneddoto, affinché ci si renda conto, in termini di sicurezza, di quanto siano diventati sofisticati gli accordi e i meccanismi operativi per integrare l’apparato di sicurezza.

Qualche tempo fa, un aereo è partito da Toronto per il Messico con dei turisti in vacanza a Puerto Vallarta. Quando l’aereo era in pista, hanno controllato un po’ più da vicino la lista dei passeggeri e hanno scoperto che c’era qualcuno sulla lista dei terroristi di Bush.

Non appena l’aereo entra nello spazio aereo americano – da Toronto allo spazio aereo americano deve solo sorvolare i Grandi Laghi, tutto qui, e in un jet sono solo pochi minuti – ci sono già due F-16 accanto all’aereo. Lo hanno portato fuori dallo spazio aereo americano, lo hanno scortato in territorio messicano, lo hanno fatto atterrare nella parte militare dell’aeroporto, lo hanno catturato e hanno rimandato indietro la sua famiglia.

Potete immaginare la sensazione dei poveri 200 turisti che si trovavano lì, vedendo due F-16 armati accanto all’aereo e portandolo fuori rotta.

Poi si scopre che non era il terrorista che si aspettavano e gli dicono: “Mi scusi, può andare in vacanza e chiamare la sua famiglia per farsi raggiungere”.

JORGE CORONADO (Costa Rica, Alleanza sociale emisferica)

La lotta contro il libero commercio nella regione ha diversi aspetti. Uno dei progetti più opprimenti che sono stati proposti per le infrastrutture, per l’appropriazione della nostra biodiversità, è il Piano Puebla-Panama, una strategia che non riguarda solo l’appropriazione delle nostre risorse, ma fa anche parte di una strategia militare dell’impero che va dal sud del Messico alla Colombia, passando per l’America Centrale.

Nella lotta contro le dighe idroelettriche, che spostano e violano i territori indigeni e contadini, abbiamo avuto casi in cui, in occasione della repressione militare, diverse comunità indigene e contadine della regione sono state sfollate.

Abbiamo la componente della lotta contro le miniere. Le transnazionali canadesi, europee e statunitensi hanno seguito questa strategia di appropriazione.

Abbiamo affrontato la privatizzazione dei servizi pubblici: elettricità, acqua, telecomunicazioni; la lotta nel settore contadino per la difesa dei semi, contro la brevettazione degli esseri viventi e contro la perdita di sovranità di fronte agli OGM.

Abbiamo lottato contro la flessibilità del lavoro, uno degli assi orientati al settore e, ovviamente, contro tutto lo smantellamento della nostra piccola produzione contadina.

Abbiamo lottato anche contro la questione della proprietà intellettuale, che priva la nostra sicurezza dell’uso dei farmaci generici, che sono il principale asse di distribuzione delle nostre istituzioni di sicurezza sociale nella regione.

Un fattore centrale di questa lotta contro il libero commercio è stato quello contro gli Accordi di Libero Commercio e, in particolare, contro gli Accordi di Libero Commercio con gli Stati Uniti, approvati in Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua nel sangue e nel fuoco. E non è una frase retorica.

In Guatemala, i compagni di lotta sono stati assassinati di fronte alla sua approvazione. Questa lotta ci ha permesso di garantire un asse di articolazione e mobilitazione della più ampia unità del movimento popolare nella regione.

Nel caso del Parlamento honduregno, i deputati hanno abbandonato il Parlamento, rompendo il quadro minimo di legalità istituzionale.

Abbiamo detto, all’interno del movimento popolare, che questa non è una sconfitta. Abbiamo perso una battaglia, ma questo ha permesso un salto di qualità nell’organizzazione, nell’unità e nell’esperienza nella lotta contro il libero commercio.

Il Movimento Sociale Popolare e il popolo costaricano, che fino ad oggi hanno impedito l’approvazione del TLC in Costa Rica, forgiando un’unità con vari settori accademici, politici e anche imprenditoriali, per creare un fronte di lotta nazionale ampio, diversificato ed eterogeneo, sono riusciti a fermare il governo costaricano, la destra neoliberista, che non è riuscita ad approvare il TLC. Oggi si sta ventilando la possibilità che la questione del TLC in Costa Rica venga definita in un referendum.

Siamo alla vigilia di un giorno fondamentale in Costa Rica per poter impedire l’avanzamento dell’agenda neoliberale; una sconfitta di questo trattato significherebbe, simbolicamente, continuare a sommare vittorie, come è avvenuto con lo stallo e il blocco dell’ALCA.

Oggi abbiamo bisogno della solidarietà del movimento popolare, oggi chiediamo alle organizzazioni sociali e popolari di venire in Costa Rica come osservatori internazionali. La destra si sta preparando a stimolare, se possibile, una frode che le garantisca di vincere una battaglia che ha perso, e avere osservatori internazionali del movimento popolare sarà un importante contributo di solidarietà attiva e militante con la nostra lotta.

Oggi, dopo un anno, in nessun Paese dell’America Centrale il TLC ha portato più occupazione, più investimenti o migliori condizioni di bilancia commerciale.

Oggi lanciamo lo slogan, in tutta la regione, della riforma agraria, della sovranità e della sicurezza alimentare, come asse centrale per i nostri Paesi eminentemente agricoli.

Oggi non solo gli Stati Uniti ma anche gli europei vogliono appropriarsi di una delle regioni più ricche di biodiversità e di risorse naturali.

Oggi più che mai, l’asse di articolazione dei nostri vari movimenti nella regione centroamericana è quello di affrontare il libero commercio nelle sue molteplici manifestazioni, e questo incontro speriamo contribuisca a fornirci elementi di articolazione, assi di lotta, assi di azione congiunta, che ci permetteranno in tutto l’emisfero di avanzare come un’unica forza popolare.

Non smetteremo di organizzarci e di lottare fino a quando non avremo raggiunto un mondo nuovo.

JAIME ESTAY (Cile, coordinatore della Red de Estudios de Economía Mundial, REDEM, e attualmente professore all’Università di Puebla in Messico)

Questa crisi ha a che fare, in breve, con un evidente fallimento delle promesse che hanno accompagnato l’insieme di riforme che hanno iniziato a essere attuate in America Latina negli anni Ottanta.

Sotto la bandiera del libero commercio, ci è stato detto che avremmo fatto crescere le nostre economie, che avremmo ridotto i livelli di disuguaglianza all’interno dei nostri Paesi, le distanze tra i nostri Paesi e il mondo avanzato e, in breve, che avremmo fatto un salto verso lo sviluppo. In alcuni Paesi si parlava addirittura di balzi verso il Primo Mondo.

Per quanto riguarda la nuova integrazione o questo regionalismo aperto iniziato più di 15 anni fa, ciò che si proponeva era di mettere l’integrazione latinoamericana, o quella che abbiamo chiamato integrazione latinoamericana, al servizio dell’apertura.

Si è sviluppato un intero discorso nel senso che dovevamo creare un’integrazione per aprirci, un’integrazione che non fosse più la vecchia integrazione protezionistica, ma un’integrazione attraverso la quale avremmo potuto raggiungere le migliori condizioni per inserirci in questa economia globale, in questi mercati che, presumibilmente, funzionando liberamente, avrebbero prodotto i migliori risultati possibili per i nostri Paesi.

Questa relazione tra integrazione e apertura, questa idea che l’obiettivo supremo dell’integrazione dovesse essere l’apertura dei nostri Paesi, si è effettivamente realizzata, i nostri Paesi si sono effettivamente aperti, ed effettivamente e sfortunatamente, il nucleo dell’integrazione latinoamericana consisteva nel metterla al servizio di questa apertura.

Alcuni funzionari hanno parlato di quella che hanno definito la “fase pragmatica dell’integrazione”. Andiamo avanti come possiamo, era un po’ uno slogan. Se quello che vogliamo è commerciare di più, concentriamoci sul commercio; se quello che vogliamo è firmare una moltitudine di piccoli accordi tra Paesi, accordi bilaterali o accordi tra tre o quattro Paesi, muoviamoci in quella direzione, e a un certo punto potremo chiamare tutto questo integrazione latinoamericana.

Il bilancio è chiaramente negativo. Credo che ci sia un crescente riconoscimento, a diversi livelli, del fatto che quella che abbiamo chiamato integrazione latinoamericana non è integrazione, è commercio; e non è latinoamericana, ma piuttosto un groviglio di accordi firmati tra diversi Paesi della regione, che non hanno in alcun modo dato vita a un processo di carattere veramente latinoamericano. L’apertura, che l’integrazione avrebbe dovuto servire, non ha prodotto nessuno dei risultati annunciati in termini di crescita economica, riduzione delle disuguaglianze e raggiungimento del tanto auspicato sviluppo.

Ciò che va sottolineato è che stiamo assistendo a un estremo deterioramento di uno stile di integrazione che aveva definito molto chiaramente per cosa, come e per chi veniva integrato.

In breve, sto parlando di un’integrazione progettata sulla base del neoliberismo, che ha fallito, sia per quanto riguarda i suoi stessi obiettivi, sia per quanto riguarda gli obiettivi che tutti noi abbiamo il diritto di chiedere e di aspettarci da un vero processo di integrazione.

La nuova integrazione latinoamericana si è basata molto sulle politiche e sulle proposte provenienti da Washington. In larga misura, queste proposte statunitensi sono diventate qualcosa che finisce per divorare la propria creatura. Il solo fatto di firmare accordi di libero scambio mette in crisi sia la comunità andina che il Mercato comune centroamericano.

Una parte importante della crisi dell’attuale integrazione latinoamericana ha a che fare con l’avanzata del progetto emisferico statunitense, non attraverso l’ALCA, che si è riusciti a fermare, ma attraverso la firma di vari accordi di libero scambio.

L’emergere di alternative emerge più chiaramente nell’attuale panorama dell’integrazione. Per molti versi, l’ALBA si basa su principi radicalmente diversi da quelli dell’integrazione in crisi.

Ci sono molte funzioni da definire e confini da tracciare: il significato di concetti come “libero commercio”, “sviluppo nazionale”, “libero mercato”, “sicurezza e sovranità alimentare”, e così via.

Quello che si può dire è che stiamo assistendo, sulla scena emisferica e latinoamericana, a una crescente insurrezione contro il dominio del neoliberismo.

Questo per quanto riguarda le opinioni espresse da queste tre personalità, che sintetizzano quelle di coloro che hanno partecipato al dibattito sugli accordi di libero scambio. Sono punti di vista molto solidi, basati su una realtà amara, che hanno arricchito le mie idee.

Invito i lettori a prestare attenzione alla complessità dell’attività umana. È l’unico modo per vedere oltre.

Lo spazio è terminato. Oggi non devo aggiungere altre parole.

Fidel Castro Ruz
16 maggio 2007
Alle 18 e 12.

Fonte: CUBADEBATE

Traduzione: italiacuba.it

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