Urgente una mobilitazione unitaria al fianco del popolo cubano

Intervista a Luciano Vasapollo sulla “aggressione giudiziaria” contro Raúl Castro e il crimine del bloqueo ai danni di Cuba.
Decine di organizzazioni, partiti, associazioni e sindacati si sono riuniti per rispondere alle minacce di aggressione contro Cuba. Di seguito pubblichiamo il comunicato approvato al termine del confronto.
“Crediamo sia urgente una mobilitazione unitaria al fianco del popolo cubano. Chiediamo a tutte le forze progressiste, democratiche, pacifiste e solidali di unirsi in un ampio fronte contro ogni tipo di aggressione a Cuba.
Chiediamo la fine del blocco, che è a tutti gli effetti una punizione collettiva e unilaterale contro un Paese pacifico che ha esportato solo solidarietà e non rappresenta una minaccia per nessun altro Paese.
Convochiamo per giovedì 28 maggio una manifestazione a Roma, che si concluda sotto l’Ambasciata Usa, e si invitano tutte le città a costruire momenti unitario sotto le sedie diplomatiche e militari statunitensi nella stessa data.
Invitiamo tutti e tutte a un’assemblea unitaria nazionale della solidarietà con Cuba a Roma, al Nuovo Cinema Aquila, per domenica 7 giugno alle ore 10:00.
Nel contesto attuale, invitiamo tutti alla massima allerta e pronta operatività per difendere Cuba nel nostro Paese e mobilitarsi subito in caso di attacco”.
A margine dell’incontro abbiamo intervistato Luciano Vasapollo, cofondatore del Capitolo italiano della Rete di artisti e intellettuali in difesa dell’ umanità (REDH), dirigente della Rete dei Comunisti e storico docente di economia alla Sapienza oltre che docente in diversi atenei cubani e dall’epica di Fidel Castro consulente del governo dell’Avana.
Professore, alla luce dell’attuale escalation contro Cuba, quale dovrebbe essere la risposta delle forze progressiste e solidali a livello internazionale?
È urgente una mobilitazione unitaria al fianco del popolo cubano. Tutte le forze progressiste, democratiche, pacifiste e solidali devono convergere in un fronte ampio contro ogni forma di aggressione a Cuba. Non si tratta di una battaglia ideologica astratta, ma della difesa concreta della sovranità di un Paese che subisce da decenni pressioni economiche, politiche e mediatiche.
Qual è la sua posizione sul bloqueo e sulle iniziative di protesta annunciate, come la manifestazione del 28 maggio a Roma?
Il bloqueo contro Cuba è una punizione collettiva e unilaterale contro un Paese che ha dimostrato solidarietà internazionale e non rappresenta alcuna minaccia per altri Stati. Per questo è fondamentale chiedere la sua fine immediata. In questo senso, la mobilitazione annunciata per giovedì 28 maggio a Roma, con conclusione davanti all’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma, e le iniziative analoghe nelle altre città, sono strumenti necessari per rendere visibile una protesta diffusa e costruire un fronte unitario contro le politiche di aggressione.
Professor Vasapollo, come interpreta la recente iniziativa giudiziaria degli Stati Uniti contro Raúl Castro?
Si tratta di un’operazione eminentemente politica, non giuridica. L’accusa contro Raúl Castro viene costruita dentro una logica di guerra permanente contro Cuba, dove il diritto viene piegato a strumento di pressione geopolitica. È un atto che non può essere separato dal contesto storico del bloqueo e della strategia di destabilizzazione contro l’isola.
Alcuni analisti parlano di “aggressione giudiziaria”. È una definizione appropriata?
Sì, perché non è un semplice procedimento legale isolato. È un dispositivo politico-giuridico che mira a criminalizzare la leadership storica cubana. Questo tipo di azione si inserisce in una lunga sequenza di misure coercitive che vanno oltre l’ambito giudiziario e che hanno come obiettivo la delegittimazione del processo rivoluzionario cubano.
Nei materiali citati si collega questa iniziativa a un possibile aumento della tensione fino a ipotesi di escalation militare. È uno scenario realistico?
Non si può mai escludere il rischio quando si normalizza la criminalizzazione del nemico politico. La costruzione di un clima in cui Cuba viene rappresentata come entità illegittima o criminale può servire a giustificare ulteriori misure coercitive, incluso un possibile inasprimento della pressione militare o paramilitare. È una dinamica storica già vista in altri contesti.
Cuba denuncia da decenni un bloqueo economico. Che ruolo ha in questa fase?
Il bloqueo non è solo una misura economica: è un sistema di strangolamento strutturale che dura da oltre 60 anni e che ha effetti profondi su tutte le dimensioni della società cubana. Inserire ora una dimensione giudiziaria contro figure storiche come Raúl Castro significa aggiungere un ulteriore livello di pressione in una strategia complessiva di logoramento.
Alcuni governi e media internazionali parlano di “giustizia” e responsabilità storica. Come risponde a questa narrazione?
È una narrazione selettiva e politicizzata. Il diritto internazionale non può essere applicato in modo unilaterale e retroattivo contro leader politici di uno Stato sovrano, mentre si ignorano sistematicamente le violazioni del diritto internazionale commesse attraverso sanzioni, embargo e interventi indiretti. Qui non siamo di fronte a giustizia, ma a geopolitica.
Qual è l’effetto politico interno su Cuba di queste iniziative?
Paradossalmente, queste azioni tendono a rafforzare la coesione interna attorno alla leadership storica, perché vengono percepite come parte di una pressione esterna continua. Invece di isolare il governo cubano, spesso rafforzano la narrativa della resistenza nazionale.
In pratica, come leggere questa fase nei rapporti USA-Cuba?
Siamo davanti a una fase di irrigidimento. La dimensione giudiziaria si aggiunge a quella economica e mediatica. Il rischio è che la somma di queste pressioni venga utilizzata per costruire un clima di legittimazione di ulteriori escalation. Per questo è fondamentale leggere questi eventi non come episodi isolati, ma come parte di una strategia globale di pressione su Cuba.
Alcuni documenti del National Security Archive ricostruiscono la crisi del 1996 legata all’abbattimento di due aerei entrati nello spazio aereo cubano. Come si inserisce questo episodio nella lettura attuale?
Quei documenti mostrano che il contesto era già altamente conflittuale. Tra il 1994 e il 1996 ci furono numerose violazioni dello spazio aereo cubano da parte di gruppi come “Brothers to the Rescue”, con oltre venticinque incursioni documentate dalle autorità cubane e segnalate a Stati Uniti e organismi internazionali. Cuba aveva avvertito ripetutamente che avrebbe difeso la propria sovranità.
Nei materiali della FAA emergono preoccupazioni su “provocazioni continue”. Cosa significa politicamente?
Significa che anche settori dell’amministrazione statunitense erano consapevoli del rischio di escalation. Alcune comunicazioni interne parlavano esplicitamente di “scenario peggiore” e della necessità di controllare le conseguenze di queste incursioni. Non si trattava quindi di eventi isolati, ma di una dinamica conosciuta e tollerata.
Cuba ha sostenuto di aver agito dopo numerosi avvertimenti. Questo elemento è centrale?
Sì. Le autorità cubane avevano pubblicato un avviso ufficiale già nel gennaio 1996: qualsiasi violazione dello spazio aereo sarebbe stata intercettata e, se necessario, neutralizzata. Questo avviso venne trasmesso anche attraverso canali diplomatici agli Stati Uniti. Dal punto di vista cubano, quindi, si trattava di una difesa preventiva della sovranità.
Alcuni documenti parlano di “violazioni deliberate” e propaganda sovversiva. Che tipo di scenario si delineava?
Secondo le ricostruzioni, diversi voli non erano semplici errori di navigazione, ma operazioni organizzate che includevano il lancio di materiale propagandistico e il supporto a iniziative anti-cubane. Questo contribuisce a spiegare perché Cuba abbia interpretato quelle incursioni come atti ostili e non civili.
Il diritto internazionale è stato spesso richiamato su questo episodio. Qual è il punto controverso?
Il nodo centrale riguarda la sovranità dello spazio aereo. Cuba sostiene che gli aerei avessero perso lo status di “mezzi civili” nel momento in cui partecipavano a operazioni ostili o di destabilizzazione. Gli Stati Uniti invece hanno contestato la ricostruzione territoriale dell’evento. La controversia è stata portata anche davanti all’ONU e all’OACI.
Le indagini internazionali hanno chiarito definitivamente la dinamica?
Le conclusioni dell’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile hanno riconosciuto la necessità di evitare l’uso di aeromobili civili in attività incompatibili con le regole internazionali, ma restano divergenze tecniche sulle ricostruzioni radar e sulle registrazioni. Cuba ha presentato dati propri, mentre la parte statunitense ha fornito elementi contestati.
Alcuni report successivi hanno parlato di informazioni note agli Stati Uniti che avrebbero potuto evitare l’incidente. È un punto politico rilevante?
Sì, perché introduce il tema della responsabilità preventiva. Secondo alcune ricostruzioni investigative, esistevano informazioni sufficienti per interrompere quei voli o limitarli legalmente. La mancata azione preventiva ha contribuito a creare le condizioni per l’escalation.
Come si collega tutto questo alla situazione attuale e alle accuse recenti contro Raúl Castro?
Il filo conduttore è la costruzione di una narrazione di lungo periodo in cui Cuba viene presentata come attore illegittimo o aggressivo, mentre il contesto delle provocazioni viene spesso rimosso. In questo senso, anche le nuove iniziative giudiziarie contro Raúl Castro si inseriscono in una continuità storica di pressione politica e mediatica.
Si può dire che il passato venga riattivato per giustificare il presente?
È esattamente questo il punto. Episodi storici complessi vengono reinterpretati dentro una cornice attuale di conflitto politico. Questo processo di riattualizzazione può servire a costruire consenso per nuove forme di pressione, economica o geopolitica, contro Cuba.
Fonte: Faro di Roma


































