Il rapporto di Marco Rubio contro Cuba, ovvero come inventarsi una minaccia maccartista

Il Dipartimento di Stato USA ha pubblicato il 20 luglio 2026 il rapporto ‘Cuba: The Capital of 21st Century Communism’, un documento di circa cento pagine che sembra elaborato con Intelligenza Artificiale distorta a destra e pretende ricostruire la “storia completa” dello spionaggio e della sovversione cubana in territorio USA.
La sua ambizione va molto oltre la registrazione di operazioni di intelligence comprovate o il sostegno storico dell’Avana a organizzazioni armate. Il testo cerca di presentare Cuba come il centro originario di una rete che collegherebbe, lungo 67 anni, guerriglie latinoamericane, movimenti sociali negli USA (legali), organizzazioni solidali, università, gruppi contro le deportazioni, Antifa, Black Lives Matter e l’attivismo propalestinese.
L’accusa non è da poco. Il rapporto sostiene che una parte considerevole del conflitto politico all’interno degli USA può essere collegata, in un modo o nell’altro, all’influenza cubana.
Così, problemi nati dalla segregazione razziale, dalla violenza poliziesca, dalla disuguaglianza, dalle guerre, dall’occupazione della Palestina o dalla politica migratoria USA sono riorganizzati come capitoli di un’offensiva estera. Cuba appare come spiegazione totale; la società USA, come un palcoscenico passivo dove una potenza straniera ha seminato il malcontento.
Questa analisi parte da due principi. Primo, una critica rigorosa non ha bisogno di negare i fatti dimostrati. Secondo, quei fatti non provano da soli la conclusione che Washington costruisce su di essi: un’operazione unica, omogenea, diretta dallo Stato cubano e in vigore senza cambi dal 1959 al 2026.
La domanda centrale, quindi, non è se ogni nome, viaggio o avvenimento menzionato sia esistito. La domanda è un’altra: l’evidenza presentata permette di passare da fatti particolari all’accusa di una cospirazione di portata storica e continentale? La risposta che lascia l’esame del documento è negativa.
Grafica 1. La catena argomentativa ricorrente. I fatti e i contatti possono provare i primi due passi, ma non dimostrano automaticamente una rete centralizzata, una politica statale comune né la necessità di sanzioniLa conclusione è scritta prima della dimostrazione
Il rapporto inizia con una tesi impossibile da provare: Cuba avrebbe sviluppato dal trionfo rivoluzionario una guerra integrale contro gli USA mediante spionaggio, sabotaggio, propaganda, organizzazioni alleate, infiltrazione ideologica e “terrorismo di sinistra”. Da lì, ogni capitolo seleziona fatti che cercano di incastrarsi in quella conclusione previa.
Il procedimento si ripete: si parte da un caso che la stampa ha raccontato in qualsiasi luogo del mondo — un agente condannato, un’organizzazione armata, un fuggitivo, una visita all’Avana —; poi si aggiungono contatti, affinità o riferimenti culturali; quelle relazioni sono integrate in un’unica rete; la rete è attribuita allo Stato cubano; e l’insieme è presentato come una minaccia attuale per la sicurezza nazionale USA. Alla fine, la minaccia serve a giustificare sanzioni, sorveglianza, restrizioni migratorie, indagini sotto il Foreign Agents Registration Act e pressione diplomatica.
Il problema sta nei ponti che uniscono ogni gradino. L’esistenza di un caso di infiltrazione in gruppi terroristici di Miami non dimostra che un’università sia una piattaforma di intelligence. Una visita di un politico USA a Cuba non trasforma chi viaggia in agente. Citare una figura qualsiasi all’Avana non prova che un movimento sociale riceva ordini dal Governo cubano. Difendere negli USA la revoca del blocco non equivale nemmeno a partecipare a un’operazione clandestina.
why is the state department naming american citizens in their cuba report where they seemingly complain about our opinions on us sanctions policy? this is absolutely protected by the 1st amendment. they are trying to chill speech through intimidation. https://t.co/e6ageP5Zl2
— hasanabi (@hasanthehun) July 20, 2026
Per sostenere le affermazioni più ampie sarebbero necessari documenti di comando, istruzioni, trasferimenti, comunicazioni segrete, confessioni o modelli operativi che collegassero in modo verificabile le organizzazioni contemporanee a una direzione statale cubana. Il rapporto non fornisce quel tipo di evidenza per gli attori che pone sotto sospetto.
Il concetto decisivo non è mai definito
L’espressione “terrorismo di sinistra” dà senso al documento, ma non riceve una definizione operativa. Non si stabilisce cosa distingua un atto terroristico da una protesta, un sabotaggio, un’azione di disobbedienza civile, un reato comune, una campagna politica o un’attività di solidarietà internazionale.
Questa ambiguità non è un dettaglio tecnico. Permette di spostare l’accusa da atti criminali verso condotte legittime: viaggiare, riunirsi, offrire difesa legale, partecipare a un’associazione o criticare la politica estera USA.
Il rapporto mescola, inoltre, termini che hanno significati giuridici e politici distinti: simpatizzante, attivista, contatto, fonte, agente, spia, fronte, alleato, organizzazione schermo, gruppo armato e terrorista. Quando tutte queste categorie sono messe nella stessa catena, il sospetto sostituisce la prova.
Abbondanza di link non significa pluralità di prove
Il documento contiene 497 collegamenti ipertestuali, 339 indirizzi unici e 192 domini. Questa densità produce un’apparenza di indagine esaustiva. Tuttavia, il volume di riferimenti non equivale all’esistenza di 497 fonti indipendenti né garantisce che tutte abbiano la stessa qualità.
Una sentenza giudiziaria, un documento desecretato, la dichiarazione di un traditore, una nota di stampa, un post sulle reti sociali e la pagina di un’organizzazione politica appaiono spesso allo stesso livello. Il rapporto non offre una metodologia che spieghi come gerarchizza quei contenuti, quale grado di fiducia assegna a ciascuno o come distingua una fonte originale da una ripetizione.
La composizione dell’apparato documentale è rivelatrice. La stampa, le pagine delle stesse organizzazioni citate e i centri conservatori o cospirazionisti occupano una parte molto maggiore della ricerca accademica. Diverse affermazioni circolano in catena: un registro fiscale è interpretato da un’organizzazione partitica, quella interpretazione passa a un media, il media è citato sulle reti sociali e la stessa sequenza riappare dopo nel rapporto ufficiale. Ciò che sembra un consenso di cinque fonti ha una solo origine.
Grafica 2. Il rapporto accumula riferimenti, ma non stabilisce una gerarchia di evidenza. Le fonti accademiche sono minoritarie rispetto a stampa, pagine di organizzazioni e spazi di attivismo politico.Gli stessi archivi di Washington contraddicono la campagna continua
La tesi di una guerra cubana omogenea e ininterrotta dal 1959 entra in conflitto con documenti ufficiali USA. Non si tratta di fonti cubane né di interpretazioni di sinistra: sono carte della diplomazia e dell’intelligence USA pubblicate dall’Ufficio dello Storico dello stesso Dipartimento di Stato.
Nel febbraio 1959, l’Ambasciata USA all’Avana descrisse il capo cubano Fidel Castro come critico in questioni concrete, ma “non generalmente ostile”, e raccomandò pazienza, buona volontà e cooperazione. Questa valutazione non si adatta all’idea che il confronto totale con gli USA costituisse già, dal primo momento, l’obiettivo essenziale e immutabile della Rivoluzione.
Fonte:
I documenti dell’Operazione Mangusta mostrano, d’altra parte, che Washington dispiegò una politica espressa per isolare, indebolire e rovesciare il Governo cubano, combinando pressione economica, operazioni coperte, propaganda, sabotaggio e preparazione militare. Il rapporto pubblicato ora inverte la relazione: presenta gli USA come ricevente quasi passivo di un’aggressione cubana ed elimina dal racconto le azioni USA, molte delle quali terroristiche, che influirono decisivamente sulla dinamica di confronto.
Fonte:
The Cuba Project: programma dell’Operazione Mangusta, 18 gennaio 1962
Più importante ancora, una valutazione congiunta di intelligence del settembre 1971 affermò che l’evidenza di partecipazione cubana nella guerriglia latinoamericana si trovava al suo livello più basso dal 1959. Un altro memorandum interagenzia, del novembre 1974, concluse che il sostegno tangibile a rivoluzionari armati era “insignificante”.
Fonte:
Valutazione congiunta sulla sovversione cubana in America Latina, 1 settembre 1971
Questi documenti confutano l’idea di una politica identica, di intensità costante e sostenuta con lo stesso metodo per 67 anni, con il governo USA come una vergine vestale (un rapporto di Nazioni Unite certificava 691 atti terroristici contro Cuba, generati dagli USA, ma il rapporto del Dipartimento di Stato non lo cita).
La storia verificabile mostra tappe, azioni terroristiche USA, cambi di priorità, arretramenti, negoziazioni e adattamenti. Il rapporto cancella quell’evoluzione, perché ha bisogno di presentare tutti i decenni come capitoli di un unico piano.

Grafica 3. Quattro documenti ufficiali del governo USA bastano a spezzare l’immagine di un’offensiva omogenea: la relazione bilaterale e la politica cubana variarono, mentre gli USA eseguirono anche azioni di cambio di governo
Una storia dello scontro senza gli USA
Il maggior vuoto del rapporto non è un dato isolato, ma l’assenza sistematica della politica USA. Non appare il sostegno alla dittatura di Fulgencio Batista, l’invasione di Playa Girón, l’Operazione Mangusta, i piani di assassinio contro dirigenti cubani, le azioni di sabotaggio, l’assassinio di civili, la guerra batteriologica ed economica, e più di sei decenni di coercizione.
L’omissione produce un racconto moralmente semplice: Cuba agisce; gli USA reagiscono. In questo modo, qualsiasi politica cubana di difesa, intelligence per evitare attacchi terroristici e solidarietà è presentata come espressione di un’ostilità originaria, mentre le operazioni di Washington per cambiare il sistema politico cubano rimangono fuori dal campo di analisi.
Il doppio standard si estende anche ad altri scenari. In Africa australe, l’intervento cubano è ridotto a espansione rivoluzionaria senza menzionare il colonialismo portoghese, l’Apartheid, le invasioni sudafricane, l’indipendenza della Namibia né la capacità di decisione dei movimenti africani. Negli USA, il Black Power e l’autodifesa nera sono spiegati mediante l’influenza dell’Avana, minimizzando le loro radici nella segregazione, nel Ku Klux Klan, negli assassinii razzisti (Martin Luther King e Malcolm X, per citarne solo due) e nella repressione poliziesca.
In America Latina, conflitti nazionali molto diversi sono raggruppati come un’unica esportazione cubana. In Porto Rico, le azioni di organizzazioni armate sono estese all’indipendentismo in generale, e si incolpa Cuba invisibilizzando la storia di quel paese. In Palestina, la solidarietà politica, le relazioni diplomatiche, i movimenti civili e la lotta contro il terrorismo di Israele sono approssimati tra loro fino a formare un blocco indifferenziato.
Mappa 1. L’inquadratura colloca Cuba al centro di storie con cause nazionali, coloniali, razziali e geopolitiche proprie. Le frecce rappresentano la logica del rapporto; non equivalgono a legami di comando dimostratiIl documento cerca di criminalizzare movimenti politici, università e persino intere generazioni di attivisti politici senza relazione con Cuba in molti casi. Il documento arriva ad affermare che “la sinistra statunitense costituisce un’infrastruttura cubana”.
Lo stesso procedimento appare con la cifra di circa 2500 esplosioni registrate dall’FBI durante 18 mesi del 1971 e 1972. Il rapporto colloca il dato vicino all’affermazione che Cuba facilitò un’ondata di terrorismo. Tuttavia, non scompone autori, tipi di incidente, organizzazioni, vittime né proporzione di casi riconducibili all’Avana. Una cifra vera diventa così supporto visivo di una causalità non dimostrata, senza la minima evidenza.
Un altro esempio è la relazione con i Democratic Socialists of America. Il documento riconosce che l’organizzazione non fu fondata come fronte cubano, non è controllata da agenti di Cuba e adottò le sue posizioni per decisione propria. Subito dopo, interpreta quella autonomia come una prova che l’influenza cubana fu ancora più profonda. L’ipotesi diventa impossibile da confutare: se esiste contatto, c’è controllo; se non esiste, la coincidenza ideologica dimostrerebbe una penetrazione già interiorizzata.
Il linguaggio svolge una funzione decisiva. Un piano per organizzare proteste davanti a un’eventuale aggressione militare contro Cuba è descritto con espressioni tipiche di operazioni di sicurezza: “obiettivi”, “quinta colonna”, “attivatori” e “cronogramma operativo”. I luoghi di concentrazione passano a sembrare bersagli militari, sebbene i materiali citati parlino di manifestazioni.
L’assistenza legale a persone arrestate durante proteste è anche presentata come parte di un’infrastruttura sovversiva. Questo ragionamento elimina una distinzione elementare: difendere legalmente una persona non equivale a condividere né eseguire la condotta che le viene imputata.
La militarizzazione del vocabolario fa il lavoro che l’evidenza non può fare. Una borsa di studio diventa reclutamento; una delegazione, addestramento; un’affinità, catena di comando; un’organizzazione solidale, fronte di intelligence; una protesta, operazione nemica. Il risultato non è solamente una lettura distorta del passato. È una categoria sufficientemente elastica per criminalizzare nel presente attività politiche e sociali legittime.
Rubio ha lanciato per primo la narrativa
Abbiamo analizzato un campione di 47921 menzioni di Marco Rubio sulla piattaforma X, prima Twitter, nel periodo che va dal 20 gennaio 2025 al 19 luglio 2026 (quando ha occupato la carica di Segretario di Stato), che permettono di osservare come la tesi ufficiale sia stata preparata e amplificata prima della comparsa del documento del Dipartimento di Stato. La frase che presenta Cuba come “capitale mondiale del terrorismo di sinistra radicale” circolò il 4 giugno e fu, con 1217 retweet registrati, il messaggio di Rubio più ripetuto tra quelli analizzati.
Nelle settimane successive apparvero formulazioni che poi occuparono un posto centrale nel rapporto: l’ICAP come fronte di intelligence; Cuba come piattaforma di operazioni militari, terroristiche e sovversive; e l’Isola come principale promotrice del radicalismo e del concetto di terzomondismo negli USA.
La sequenza temporale indica che il rapporto non inaugura l’inquadratura anticubana: la organizza, le conferisce aspetto documentale e la trasforma in base per decisioni statali. Capitoli storici di decine di pagine sono compressi in slogan di minaccia immediata. Dopo, quegli slogan circolano per media, account ufficiali e attori politici, e tornano al dibattito pubblico come se fossero conclusioni indipendenti.
L’evoluzione mensile mostra un’amplificazione episodica, legata a tappe politiche. Il discorso cresce durante il 2026, registra un salto dopo il sequestro di Nicolás Maduro in gennaio e si riattiva attorno alla pubblicazione del rapporto in luglio.
Grafica 5. La conversazione si intensifica attorno ad avvenimenti politici. L’aumento di menzioni non dimostra accettazione uniforme della tesi, ma dà un’idea di quanto sia circolata. Fonte: Osservatorio dei Media di CubadebateDiversi media e piattaforme appaiono allo stesso tempo come fonti citate dal rapporto e come spazi che coprono o riproducono le dichiarazioni di Rubio: CiberCuba, Fox News, CubaNet, CNN, CBS News, The Wall Street Journal e Reuters, tra gli altri.
La sovrapposizione mostra un circuito discorsivo condiviso. Un insieme relativamente limitato di emittenti fornisce materiali, interpretazioni e titoli che circolano tra attivismo, stampa, reti e documentazione ufficiale. Questo aiuta a spiegare perché una stessa idea può acquisire apparenza di consenso.
Tuttavia, sarebbe scorretto applicare all’ecosistema mediatico lo stesso ragionamento cospirativo che critichiamo nel rapporto. Che un mezzo citi, copra o riproduca una dichiarazione non prova coordinazione clandestina né sostegno editoriale. Può trattarsi di copertura critica, informazione fattuale o semplice presenza nell’agenda. La scoperta rilevante è la dipendenza e ripetizione di fonti, non l’esistenza di un comando comune.
Grafo 1. Il documento ufficiale e la circolazione pubblica condividono emittenti. La sovrapposizione aiuta a riprodurre un’inquadratura, che suggerisce coordinazione operativa almeno tra gli attori della FloridaLa discussione non è tra accettare o negare quei fatti. È nell’impedire che siano usati come scorciatoia per imputare a organizzazioni, cause sociali e movimenti interi una dipendenza che non è stata provata. Un caso giudiziario non autorizza un’accusa collettiva. Un legame politico non equivale a una relazione operativa. Un’influenza culturale non è un ordine statale.
Conclusioni
Il rapporto del Dipartimento di Stato non è una collezione uniforme di invenzioni. La sua efficacia dipende precisamente dal combinare fatti con associazioni deboli, omissioni decisive e conclusioni che eccedono l’evidenza.
La sua principale operazione è convertire la storia in destino. Una lettera del 1958 è usata come chiave per interpretare tutto ciò che è accaduto dopo; i cambi di politica scompaiono; l’azione e il sostegno al terrorismo USA contro Cuba rimangono fuori; le cause interne dei conflitti sono subordinate a un’influenza esterna; e l’assenza di controllo diretto può essere presentata come prova di un controllo ancora più profondo.
Questo ragionamento ha conseguenze politiche. Quando “terrorismo di sinistra”, “fronte”, “agente”, “influenza” e “sovversione” mancano di limiti verificabili, le categorie possono estendersi dalla violenza verso il giornalismo, l’accademia, la difesa legale, la solidarietà, la protesta e la critica della politica estera. Il sospetto per associazione diventa allora strumento amministrativo.
La pubblicazione non può nemmeno essere separata dall’offensiva discorsiva di Rubio. L’accusa centrale circolò prima del rapporto; il documento la sistematizza, la riveste di autorità statale e la restituisce allo spazio pubblico come se fosse il risultato neutrale di un’indagine. È un’operazione di violenza maccartista: prima si installa il messaggio, dopo si produce il fascicolo che sembra confermarlo e poi si criminalizzano, in primo luogo, cittadini statunitensi.
La conclusione più preoccupante non sta nel passato. Sta nell’uso presente di una storia selettiva per presentare come minaccia straniera l’opposizione politica, le lotte antirazziste, la solidarietà internazionale e il malcontento sociale dentro gli USA. Il rapporto non solo interpreta la storia: prepara il terreno per vigilare, sanzionare e criminalizzare coloro che mettono in discussione la politica di Washington.
Fuentes de EEUU que contradicen la tesis del informeLas siguientes fuentes permiten comprobar los principales problemas de la narración oficial. Muchos de estos documentos, ignorados por los relatores del Departamento de Estado, pertenecen al propio Gobierno de Estados Unidos:
Documento analizado: Cuba: The Capital of 21st Century Communism, Departamento de Estado de Estados Unidos, 20 de julio de 2026. |
Fonte: CUBADEBATE
Traduzione: cubainformazione.it



































