Fidel, storia di un leader attraverso le immagini

A Jesi, in provincia di Ancona, opera un’associazione in rappresentanza dei cubani di Marche e Lombardia, si chiama «Para un Principe Enano», è attiva nel settore migratorio con la collaborazione dell’Ambasciata di Roma e Milano e promuove iniziative culturali e di solidarietà col popolo cubano. Una presenza determinante nell’ideazione e organizzazione nella mostra fotografica dedicata a Fidel Castro promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, a cento metri dalla piazza dove Costanza d’Altavilla, si dice, mise al mondo Federico II sotto una tenda e davanti a un opportuno numero di testimoni.
L’eredità politica e culturale di Castro e, piaccia o no, il suo peso nella Storia del Novecento sono raccontate, oltre che per il tramite di alcuni oggetti personali, attraverso immagini, soprattutto in bianco e nero e in buona parte mai uscite prima da Cuba.
Ad allacciarle in un percorso cronologico (a cento anni dalla nascita del leader e a dieci dalla sua morte) che prende le mosse dagli anni giovanili e arriva agli incontri istituzionali degli anni Duemila, sono stati i curatori Mauro Tarantino e René Gonzales Barrios, direttore del Centro Fidel Castro Ruz e amico personale di Fidel.
«Il mio interesse per la figura di Fidel Castro – spiega Tarantino – nasce da una riflessione sul significato di leadership del Novecento. Ciò che ha guidato questo percorso è il suo profilo di leader capace di incarnare, almeno nelle intenzioni e nella visione originaria, ideali di libertà, autodeterminazione e giustizia sociale».
Molte foto sono toccanti; ritraggono dapprima l’isola caraibica negli Anni Quaranta e Cinquanta, paesaggi a scacchi di campi mal governati, tetti di paglia su abitazioni di fortuna, palme, e l’Avana come centro di turismo internazionale, azzardo, lusso straniero.
Poi fa irruzione il futuro Lider Maximo, e sin dagli scatti che ne ritraggono gli anni dell’infanzia e quelli della formazione superiore, sfoggia un piglio da prima pagina.
È un curioso album fotografico questo della vita e della rivoluzione di Fidel Castro, attraversate, si direbbe, con un social media manager sempre al suo fianco: tutto è documentato, le partite di basket all’università, gli arresti, la prigionia, l’esilio, gli addestramenti.
L’invio da Cuba dei file immagine delle foto in mostra non è stato un lavoro semplice né breve, ostacolato dalle interruzioni di corrente e dai ricorrenti blackout nel Paese dove l’intera rete elettrica è collassata sotto il regime sanzionatorio degli USA inasprito dal primo maggio scorso attraverso l’Executive Order: il provvedimento ha ampliato le restrizioni già avviate in gennaio dilatandone la portata e introducendo nuovi divieti e criteri di designazione.
L’assalto alla caserma Moncada, la spedizione dal Messico a Cuba del Granma, il piccolo yacht carico di oltre ottanta rivoluzionari (tra cui un solo europeo, italiano, il partigiano Gino Donè Paro), la guerriglia nella Sierra Maestra: le pareti dello spazio espositivo di Palazzo Bisaccioni sono un libro di avventure illustrato con eroi che son tutti giovani e belli; accanto a Castro il fratello Raùl, Camilo Cienfuegos e soprattutto il Che, l’unico che davvero gli ruba la scena. Al legame tra i due, nato il 7 luglio del 1955 in Messico a casa dell’esule cubana Maria Antonia Gonzales, è dedicata una sezione della mostra ma la prima foto che li vede insieme è nella parte iniziale del percorso espositivo: è tra quelle scattate per il settimanale messicano Mañana al centro di detenzione per migranti di via Miguel Schulz a Città del Messico dove erano stati rinchiusi sia l’avvocato Castro che il giovane medico argentino, arrestati durante i preparativi per la spedizione del «Movimiento 26 de Julio».
Il giornalista Luis Games era lì per un’intervista a Fidel, personaggio già ben noto alla stampa, e nello scatto del fotografo Candido Mayo finisce anche un imberbe ventisettenne Ernesto Che Guevara agli antipodi rispetto al Lider che ha solo due anni di più ma sembra suo zio. Ancora non accomunato al Che dall’uniforme verde del Ejército Rebelde, lontana anni luce la stagione della tuta dell’Adidas indossata per le visite a capi di Stato nell’ultima parte della sua vita, Castro, con baffi e capelli in ordine, indossa cravatta e camicia ed è immortalato nell’atto di abbottonarsi la giacca, lo sguardo rivolto in basso intento nei preparativi. Il suo contraltare visivo è Che Guevara, al vertice opposto della diagonale che divide la cella, a torso nudo e cintura slacciata, elastico delle mutande in vista senza che andasse di moda, capelli arruffati, guarda il suo futuro comandante in capo, lo spazio che li separa è occupato da brandine sfatte, la parete disadorna sembra la pagina bianca in attesa di una storia, o della Storia, quella che forse li assolverà.
Oltre alle foto del Castro privato (uno sportivo a 360° e un lettore accanito che usava fare dono di copie di Don Chisciotte) la mostra propone audiovisivi, documentari e spezzoni di filmati e discorsi.
In quello tenuto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dell’ONU Castro dice «Per noi, i Paesi Non Allineati, la questione della Palestina è il nocciolo del problema del Medio Oriente, cioè, fa parte del tutto quindi è impossibile risolverla separatamente.
La base della pace nella regione comincia con il ritiro complessivo ed incondizionato di Israele dai Territori arabi occupati e presuppone per il popolo palestinese la restituzione di tutti i territori occupati ed il recupero dei suoi diritti nazionali inalienabili, incluso il diritto al rientro nella sua patria, all’autodeterminazione e allo stabilimento di uno Stato indipendente nella Palestina, nei limiti della Risoluzione 3236 dell’Assemblea Generale (…) Qualcuno si sarebbe meravigliato che la Conferenza fosse costretta a segnalare – per motivi derivanti non da pregiudizi politici ma dall’analisi obiettiva dei fatti – che la politica degli Stati Uniti ha un ruolo fondamentale nell’arginare lo stabilimento di una pace giusta e totale nella regione nell’allinearsi con l’Israele, appoggiarlo e lavorare per raggiungere soluzioni parziali favorevoli agli obiettivi sionisti e garantire i frutti dell’aggressione israeliana a scapito del popolo arabo della Palestina e dell’intera nazione araba?».
Era il 1979.
Fonte: il manifesto


































