L’eredità di Fidel ci interroga oggi più che mai

Discorso programmatico di Miguel Mario Díaz-Canel Bermúdez, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, in occasione dell’inaugurazione del 1° Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro”, tenutosi al Palazzo dei Congressi il 10 agosto 2026, “Anno del Centenario del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz”.

(Trascrizioni stenografiche – Presidenza della Repubblica)

Care sorelle e cari fratelli;

Illustri accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici, giovani studenti, compagne e compagni che siete giunti dai cinque continenti per condividere questa settimana di profonda riflessione sull’uomo che ha segnato il XX secolo e il cui pensiero illumina il XXI secolo:

A nome del popolo cubano e del suo Partito Comunista, vi porgiamo l’abbraccio più sincero che possa offrire un’isola che non dimentica i propri amici.

Vi siamo grati per aver fatto vostro lo sforzo di essere qui, sfidando le distanze, le campagne di disinformazione e, in molti casi, le pressioni dei vostri stessi governi.

La vostra presenza a Cuba è un atto di coraggio e di coerenza, perché venire a Cuba oggi, nel pieno dell’inasprimento dell’embargo e dell’ostilità imperialista, è un gesto di solidarietà militante che onora l’eredità di Fidel.

Congratulazioni, compagne e compagni, fidelisti di Cuba e del mondo, che ci riuniamo per celebrare i cento anni di una vita consacrata alla difesa di tutte le cause giuste!

Le mie parole non vogliono essere una conferenza magistrale. Non intendo, né potrei, disertare sulla vita e l’opera di un leader della statura morale ed etica del Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro Ruz, l’uomo che si è rifiutato di essere onorato con monumenti e statue, ma non ha potuto impedire che milioni di compatrioti cubani, di compatrioti della Nostra America e di compatrioti di tutto il mondo onorino ogni giorno la sua memoria e la sua eredità, facendo proprie e diffondendo le sue idee.

Non c’è monumento migliore né più solido di quello che voi avete eretto con la vostra coraggiosa presenza qui, nella Cuba di Fidel, nel suo Centenario!

Ciò che intendo condividere con voi sono solo idee che sgorgano senza altro ordine se non quello che i sentimenti, l’emozione e l’impegno rivoluzionario imprimono al privilegio di parlare di Fidel.

Studiare e fare proprio con convinzione l’immensa opera del Comandante in Capo, sia nel pensiero che nell’azione, è una necessità imperiosa per tutti noi che siamo impegnati a promuovere trasformazioni economiche e sociali che arrestino il processo di soffocamento a cui è sottoposta la Rivoluzione cubana, nell’ambito di una guerra criminale che dura ormai da oltre sei decenni.

Salvare la Rivoluzione cubana da una delle minacce più gravi che abbia mai affrontato in 67 anni, sotto aggressioni di ogni tipo, è la sfida più grande della nostra generazione e ci onora affrontarla convinti che vinceremo. Non si tratta di una certezza infondata. Contiamo su una storia ricca di eroismo, su un popolo temprato dalla resistenza e sull’eredità di un leader che, sempre alla guida di quel popolo, ha trasformato le battute d’arresto in vittorie.

Preservare le conquiste che la Rivoluzione e il socialismo hanno donato a questo popolo eroico, spezzare tutti i cordoni che mirano ad annientare la nazione come punizione collettiva per la sua dignità, la sua resistenza e la sua decisione di non arrendersi al più potente impero della storia, è il primo omaggio che dobbiamo a Fidel, nato 100 anni fa in un paese segnato dall’ingiustizia, dalla disuguaglianza e dalla dipendenza, dolorosa realtà che egli si era ripromesso di cambiare fin dai suoi anni da studente universitario ribelle e loquace.

Dall’Aula Magna scese trasformato in rivoluzionario per accendere le fiaccole del Centenario dell’Apostolo, colui che più tardi, ancora giovanissimo, sarebbe diventato capo del Movimento 26 luglio del 1953, che si lanciò contro le caserme di una dittatura sanguinaria e filoimperialista per dare inizio a un’altra Guerra Necessaria.

Il brillante avvocato che trasformò la propria autodifesa nel programma politico del suo Movimento, il tenace prigioniero che sconfisse i propri carcerieri trasformando il Presidio Modello in una scuola per combattenti, il fondatore di un esercito del popolo che in due anni sconfisse un esercito professionale che disponeva di forze molte volte superiori alle sue, il Comandante in Capo che ha posto Cuba sulla mappa del mondo e ha riempito di speranze i popoli del continente, aveva già un posto nella storia quando, a soli 34 anni, sconvolse l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con il discorso più lungo e trascendente che vi fosse mai stato pronunciato fino ad allora.

In quella appassionata esposizione della nostra storia, Fidel illustrò al mondo il quadro che la Rivoluzione trionfante aveva trovato a Cuba, che la propaganda artificiale dell’attuale guerra mediatica cerca di descrivere alle nuove generazioni come la Cuba prospera e sfavillante di prima del 1959:

Seicentomila cubani in grado di lavorare erano senza impiego.

Tre milioni di persone, su una popolazione totale di poco più di 6 milioni, non disponevano di luce elettrica né di alcuno dei benefici e delle comodità derivanti dall’elettricità.

Tre milioni e cinquecentomila persone vivevano in capanne, baracche e tuguri privi delle minime condizioni di abitabilità.

Nelle città gli affitti assorbivano fino a un terzo del reddito familiare.

Il 37,5% della popolazione era analfabeta.

Il 70% dei bambini delle zone rurali non aveva insegnanti e il 95% soffriva di parassitosi.

Il 2% della popolazione soffriva di tubercolosi.

La mortalità infantile era quindi molto elevata e l’aspettativa di vita della popolazione era molto bassa.

L’85% dei piccoli agricoltori pagava canoni di affitto per il possesso dei propri terreni, che ammontavano fino al 30% del loro reddito lordo, mentre l’1,5% del totale dei proprietari controllava il 46% della superficie totale della nazione.

I servizi pubblici, le compagnie elettriche, le compagnie telefoniche, gran parte del settore bancario, gran parte del commercio di importazione, le raffinerie di petrolio, la maggior parte della produzione di zucchero, i terreni migliori di Cuba e le industrie più importanti in tutti i settori erano di proprietà di società e monopoli statunitensi.

Non si potrà mai parlare né della Rivoluzione cubana né di Fidel ignorando quella realtà, quel punto di partenza, quello stato di cose che ha reso necessaria la trasformazione più radicale del XX secolo in questa parte del mondo.

Basta dare uno sguardo alle statistiche attuali del Paese: nonostante le terribili restrizioni imposte da oltre sei decenni di blocco economico, finanziario e commerciale e da sette mesi di embargo energetico, nonostante i gravi blackout, la mancanza d’acqua, i prezzi elevati e altri problemi che minano gli aspetti fondamentali, gli indici relativi a sanità, istruzione, scienza, cultura e sport continuano a essere migliori rispetto ad altri Paesi con un livello di sviluppo simile.

Per citarne solo tre: siamo il paese con il più alto tasso di medici per abitante, più di 9 ogni mille abitanti; uno dei dieci con la maggiore aspettativa di vita nel continente americano, con 77,7 anni, e quello che ha contribuito di più alla salute e all’istruzione della propria popolazione e di altre nazioni, secondo i criteri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’Unesco.

La grande opera sociale e umanistica della Rivoluzione guidata da Fidel Castro, sempre sotto embargo e assedio, ha cambiato così radicalmente quel panorama da lui descritto alle Nazioni Unite nel settembre 1960, da rendere per sempre impossibile il ritorno di Cuba al passato coloniale e neocoloniale.

Fu proprio lì che Fidel espresse una delle idee più accurate sui problemi del mondo che, anziché risolversi, si sarebbero aggravati con la scomparsa del campo socialista e l’imposizione dell’unipolarità. Cito il suo storico discorso all’ONU del 1960:

«Le guerre, sin dagli albori dell’umanità, sono scoppiate fondamentalmente per un motivo: il desiderio di alcuni di spogliare altri delle loro ricchezze. Che scompaia la filosofia della spoliazione, e scomparirà la filosofia della guerra! Che scompaiano le colonie, che scompaia lo sfruttamento dei paesi da parte dei monopoli, e allora l’umanità avrà raggiunto una vera fase di progresso!»

L’eredità di Fidel ci interpella oggi con più forza che mai. Condivido con voi alcune idee che ritengo fondamentali.

Cosa ci ha lasciato in eredità il Comandante in Capo? Ci ha lasciato la certezza che i sogni si conquistano difendendo le idee; ci ha lasciato la lezione che l’internazionalismo è un atteggiamento che deve contraddistingerci; ci ha insegnato la convinzione che il socialismo è l’unica via per salvare l’umanità dall’abisso.

Fidel è stato il primo a denunciare la globalizzazione neoliberista come l’impero della morte, e anche il primo ad alzare la voce per un mondo migliore per tutti.
Ci ha insegnato che la lotta per la salvaguardia dell’ambiente e della specie umana è anche una battaglia socialista, che la scienza deve essere al servizio del popolo, che l’unità dei rivoluzionari è più importante di qualsiasi divergenza tattica.

In Fidel troviamo non solo un leader storico, ma una scuola perenne di lavoro rivoluzionario: studiare, analizzare, prevedere, ascoltare il popolo e agire con audacia e onestà.

Fidel ha guidato le sorti di Cuba con una coerenza che non ha eguali nella storia contemporanea. Ma non è stato solo un dirigente e un leader; Fidel è stato un lavoratore instancabile, uno studente perenne, un oratore capace di muovere le folle, uno stratega che anticipava il futuro.

Fidel ci ha lasciato in eredità un modo di pensare e di agire. Non ha lasciato ricette; ha lasciato un metodo. E quel metodo è nato dalla prassi, non solo dalle biblioteche.

Quando Fidel formulò nel suo discorso del 16 ottobre 1953 le cinque leggi rivoluzionarie: riforma agraria, diritti del lavoro, riforma urbana, confisca dei beni illeciti e partecipazione industriale, non stava elaborando un programma dottrinario importato da alcun manuale; stava diagnosticando i mali strutturali di un’economia sottosviluppata e dipendente.

Quel metodo – diagnosi rigorosa, proposta programmatica e azione decisa – si è ripetuto ad ogni bivio. Nella Sierra Maestra, il principio di non aspettare la fine della guerra per iniziare a produrre ha intrecciato la lotta armata con la costruzione economica. Nel 1960, con la nazionalizzazione del sottosuolo, ha trasformato la sovranità in proprietà collettiva. Nel 1961, a Playa Girón, dimostrò che un popolo armato e consapevole può sconfiggere l’imperialismo.

Fidel comprese qualcosa che molti teorici non riuscirono a vedere: che l’economia non è una sfera autonoma separata dalla politica, ma la sua espressione materiale, sintetizzata nella sua formulazione: «non c’è economia senza politica, né politica senza economia».

Questa idea costituisce un’eredità metodologica: concepire l’economia come espressione di un progetto politico e la politica come strumento di trasformazione economica. Non separarle, non contrapporle, al contrario, articolarle.

Vorrei soffermarmi anche su altre eredità.

L’eredità della coerenza e dell’etica: Fidel predicava con l’esempio. Non ha accumulato ricchezze, non ha tradito i propri principi; ha vissuto secondo i propri principi ed è morto come ha vissuto. In un mondo in cui la politica è diventata uno spettacolo di ipocrisia, ciò rappresenta una sfida permanente alla coscienza.

L’eredità dell’audacia intellettuale: Fidel era un lettore instancabile, un uomo che dialogava con scienziati, economisti, artisti, sportivi e contadini. Ci ha insegnato che il socialismo non è un dogma, ma una scienza in divenire, che deve adattarsi alle realtà concrete senza rinunciare ai principi. Oggi, quando il capitalismo digitale ci impone nuove forme di alienazione, il suo appello a «studiare!, studiare!, studiare!» risuona come un monito: non c’è rivoluzione senza conoscenza!

L’eredità dell’internazionalismo: Fidel non considerava la Rivoluzione cubana un fatto isolato. Per lui, la patria era l’umanità. Per questo sostenne le cause per la liberazione dei popoli africani e della Palestina, denunciò l’apartheid e il genocidio; alzò la voce contro la guerra in Iraq e contro l’embargo e l’appropriazione coloniale di qualsiasi popolo del mondo.

L’eredità dell’ottimismo rivoluzionario: Fidel non è mai stato un pessimista. Nei giorni più bui, quando il campo socialista crollava e l’embargo si inaspriva, manteneva la sua fede nell’essere umano e nella storia. Ci ha insegnato che l’ottimismo rivoluzionario non è ingenuità, ma convinzione incrollabile nella vittoria.

Il pensiero e la pratica della strategia militare occupano un posto importante nell’eredità di Fidel.

In breve, possiamo sottolineare che fu un maestro della lotta guerrigliera che ci condusse al trionfo del 1° gennaio 1959. Un profondo studioso dell’arte militare contemporanea che diede un contributo concreto alla concezione dei più importanti conflitti militari svoltisi nel corso delle nostre missioni internazionaliste. La battaglia di Cuito Cuanavale, guidata personalmente dal Comandante in Capo, ha messo in luce le sue qualità di stratega militare. Egli ha concepito la dottrina della «Guerra di tutto il popolo».

Fidel considerava la sovranità non come uno stato raggiunto, ma come un processo che si conquista e si difende su molteplici fronti contemporaneamente: la difesa e la sicurezza del Paese, il fronte economico, il fronte ideologico-culturale, il fronte internazionalista e di solidarietà, il fronte scientifico e il fronte della politica estera e delle relazioni internazionali.

Il suo sistema di lavoro si basava, a nostro avviso, su quattro principi:

La priorità della politica. Ogni decisione economica è una decisione politica.

La sequenza tattico-strategica. Le tattiche cambiano, i principi no: sovranità, giustizia sociale, anti-imperialismo, internazionalismo, solidarietà.

La mobilitazione popolare come risorsa strategica. La disciplina e la partecipazione imposte dall’alto sono fragili; la disciplina e la partecipazione popolare assunte collettivamente sono indistruttibili.

L’innovazione in condizioni di restrizione. La scarsità non è solo una mancanza, è uno stimolo alla creatività.

Fidel è stato alla guida di una generazione, la cosiddetta Generazione del Centenario di José Martí, un gruppo determinato di donne e uomini indissolubilmente legati alla storia, che fin dall’assalto al Moncada, dallo sbarco del Granma e dalla Sierra Maestra hanno condiviso con lui la guida dei processi di trasformazione della Rivoluzione. E quella generazione, composta da giovani dai nomi ormai storici: Fidel, Raúl, Che, Almeida, Ramiro, Guillermo, Vilma, Celia, Haydée, Melba e tanti altri, si è sintonizzata con le esigenze e le rivendicazioni di un intero popolo disposto a dare la vita per la dignità conquistata.

Fidel comprese, come pochi, la necessità di coniugare la fermezza ideologica con la flessibilità tattica. Ci insegnò che «il marxismo-leninismo non è una dottrina morta; non è un catechismo, ma un metodo, una guida, uno strumento per risolvere concretamente i problemi della vita».

Per quanto riguarda le sue qualità di stratega capace di anticipare il futuro, non vi è alcun dubbio, ma nemmeno misticismo in tale affermazione. Profondo studioso della realtà nazionale e internazionale, che seguiva nei minimi dettagli attraverso tutti i mezzi possibili, era anche un acuto osservatore del comportamento umano, grazie non solo alla sua notevole intelligenza, ma anche alla sua insaziabile ricerca della conoscenza e dei progressi della scienza e della tecnica. Possedeva inoltre una vasta cultura, alimentata nel corso della sua vita da letture fondamentali di ogni genere.

È rivelatore il frammento di una lettera di Fidel alla sorella Lidia, scritta dalla prigione dell’Isola dei Pini: «La mia lotta più grande, da quando sono qui, è stata quella di insistere, e di non stancarmi mai di insistere, sul fatto che non ho assolutamente bisogno di nulla: ho avuto bisogno solo di libri, e li considero beni spirituali».

Quella sete di conoscenza, insieme alla passione per la storia e il destino del genere umano, lo accompagnarono fino alla fine della sua vita terrena. Ne ha lasciato testimonianza nelle sue «Riflessioni»: 484 testi sui temi più disparati, pubblicati tra il 28 marzo 2007 e il 9 ottobre 2016.

A dieci anni dalla sua scomparsa, è commovente rileggere ciò che si proponeva di fare con esse e che ha scritto in una delle prime, datata 22 giugno 2007: «Non ho iniziato questo lavoro come parte di un piano elaborato in precedenza, ma per un forte desiderio di comunicare con il protagonista principale della nostra resistenza mentre osservo le azioni stupide dell’impero».

Qui ci sono tre elementi: il suo bisogno di comunicare nel modo magistrale in cui lo faceva, il suo rispetto per il popolo come protagonista fondamentale e la sua critica all’impero.

Sotto la guida di Fidel, Cuba riuscì a sradicare l’analfabetismo nel 1961, con una campagna che mobilitò oltre 250.000 volontari.

Appena due anni dopo la vittoria, a Playa Girón sconfisse un’invasione finanziata, addestrata e scortata dall’impero confinante, infliggendogli la prima grande sconfitta in America Latina.

Cuba ha costruito il sistema sanitario universale più avanzato del Terzo Mondo.

Cuba ha inviato oltre 600.000 professionisti sanitari in 165 paesi attraverso il Programma Internazionale di Cooperazione Medica.

Cuba ha sviluppato un sistema educativo gratuito dall’asilo all’università.

Fidel ha definito i principi della politica estera cubana e ha costruito un solido sistema culturale e sportivo, rendendoli un punto di riferimento per il mondo.

Uno dei capitoli fondamentali della sua eredità a livello continentale si svolge nel periodo più promettente della storia della nostra America, quando, insieme a Hugo Chávez, guidò la rinascita del progetto integratore di Simón Bolívar, che era anche il grande sogno di José Martí.

Naturalmente non parliamo solo di idee. Gli eventi che in brevissimo tempo hanno trasformato i rapporti tra i governi e i popoli della regione più diseguale del pianeta sono entrati definitivamente nella storia del XXI secolo come momenti determinanti per la sua successiva evoluzione.

Nel 1998 è stato creato il Programma Integrale di Salute con cui Cuba ha affrontato il dramma dei popoli colpiti dai cicloni in America Centrale e nei Caraibi. Nel 1999 fu fondata la Scuola Latinoamericana di Medicina, entrambe idee di Fidel, che dimostrarono nella pratica il valore universale della cooperazione e della solidarietà, una via di emancipazione allora inesplorata che sarebbe poi culminata con l’ALBA-Petrocaribe, le missioni mediche ed educative, l’Operazione Miracolo con i suoi oltre 3 milioni di interventi chirurgici oftalmologici, il programma di alfabetizzazione «Yo sí puedo» e il Contingente Henry Reeve, la cui straordinaria opera di risposta alle catastrofi gli è valsa la candidatura al Premio Nobel per la Pace.

Come potete constatare, i programmi di chiara impronta di giustizia sociale citati riguardano tutto ciò che la nuova estrema destra regionale, coordinata e guidata da Washington, vorrebbe cancellare dalla storia della nostra America con la stessa ferocia con cui l’impero cerca di separare nuovamente Cuba dal suo contesto regionale.

Ci riuniamo oggi qui, a poche ore dal 13 agosto, data in cui il nostro Comandante in Capo avrebbe compiuto 100 anni, non per celebrare una commemorazione rituale, ma per adempiere a un dovere: il dovere di pensare a Fidel non come al passato, ma come a uno stratega al di là del suo tempo. Pensare alla sua eredità non come a un archivio di citazioni da evocare negli anniversari, ma come a una guida per superare le sfide che abbiamo davanti oggi, nella Cuba reale, nel 2026.

Non possiamo parlare di Fidel senza guardare al mondo che lui ha studiato così a fondo e che noi abbiamo ereditato; e il mondo, come lui era solito dire, è un vortice di contraddizioni. La crisi sistemica del capitalismo ha raggiunto il suo punto più acuto: guerre regionali che minacciano di espandersi, crisi climatica che non è più una previsione ma una catastrofe quotidiana, carestie provocate dalla speculazione finanziaria, migrazioni forzate che trasformano i mari in cimiteri e una frattura sociale in cui la ricchezza di pochi si accumula sulla miseria di molti.

L’ordine internazionale è in discussione. L’unilateralismo imperiale cerca di imporre la propria legge con la forza, ma il mondo multipolare è ormai una realtà consolidata. Tuttavia, l’impero intensifica i propri attacchi, cerca nuovi pretesti, crea nemici e destabilizza i governi che non si piegano.

In questo scenario globale, Cuba continua a essere uno degli obiettivi preferiti della furia imperiale. Non è un caso che nell’anno del Centenario di Fidel, Washington abbia intensificato la sua offensiva: rafforzamento dell’embargo con misure extraterritoriali che prendono di mira le relazioni commerciali e finanziarie; inclusione arbitraria nell’elenco degli Stati che sostengono il terrorismo, un’ironia storica per un paese che è stato vittima del terrorismo di Stato per decenni; campagne mediatiche massicce che tentano di dipingere Cuba come un «regime fallito», mentre tacciono sui risultati raggiunti nei settori della sanità, dell’istruzione, della cultura, della scienza e dello sport; e, per finire, hanno inventato la ridicola accusa di «potenza dello spionaggio» o di focolaio di sovversione della cosiddetta sinistra radicale terroristica – di cui sembra che facciamo parte tutti noi qui presenti; un nome patetico e fantasioso, credibile solo nelle loro menti contorte, ma che utilizzano per confondere, giustificare ulteriori punizioni e legittimare le loro aggressioni.

Accanto all’aggressione economica e politica, mettono in atto la guerra ideologica e culturale, la sovversione digitale, il finanziamento di mercenari interni che, con fondi provenienti da agenzie statunitensi, mirano a frammentare la nostra unità. Non è un segreto che gli Stati Uniti abbiano stanziato milioni di dollari per promuovere il «cambio di regime» attraverso i social network, le ONG e le piattaforme che si mascherano da «difensori dei diritti umani», ma che in realtà servono gli interessi geopolitici dell’impero.

Non ci sorprendono affatto le rivelazioni degli ultimi giorni da parte dei grandi media statunitensi su un aumento delle operazioni della CIA a Cuba volte a sovvertire l’ordine interno. Non si tratta di fughe di notizie casuali, come vengono presentate, ma fanno parte del piano deliberato del regime statunitense di guerra psicologica contro Cuba.

Con il massimo cinismo e perversità, il Segretario di Stato ha recentemente dichiarato che le sanzioni statunitensi contro il regime cubano non faranno altro che inasprirsi. «Quello che stiamo cercando di insegnare loro», ha detto, «è che non ci sono vie di fuga».

Si tratta di un riconoscimento senza riserve del fatto che a Cuba esiste una situazione difficile come conseguenza di una guerra economica senza precedenti. Questa affermazione costituisce una minaccia aperta di sterminio genocida nei confronti di un intero popolo qualora esso non si sottometta ai disegni dell’impero.

A questo proposito, esperti delle Nazioni Unite hanno sottolineato che le misure coercitive unilaterali e illegali degli Stati Uniti contro Cuba violano l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite e fanno parte di una strategia più ampia di cambio di regime che abbraccia decenni di embargo contro Cuba.

«Il governo degli Stati Uniti deve porre fine a tutte le minacce e agli atti ostili contro la sovranità di Cuba e revocare tutte le misure che ha imposto al Paese e che sono contrarie al diritto internazionale», hanno affermato gli esperti.

E hanno aggiunto inoltre: «Il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale devono affrontare con urgenza queste minacce come una questione di pace e sicurezza internazionali».

Non può esserci atto di cinismo più grande del fatto che l’aggressore voglia farsi passare per vittima, quando le sue malefatte sono state pubbliche e note nel corso di decenni. Gli Stati Uniti non hanno alcuna autorità morale né alcun diritto di puntare il dito contro Cuba, che è stata forse la nazione più spiata da loro e verso la quale sono stati destinati i maggiori fondi per la sovversione economica e ideologica.

L’embargo, intensificato negli ultimi anni, non è solo una misura economica, è un atto di guerra non dichiarata contro un popolo che ha deciso di essere libero. È un tentativo sistematico di costringere alla resa, attraverso la fame e la disperazione, una nazione che ha dimostrato, per oltre sei decenni, che la dignità non si negozia.

Non esagero nell’affermare che questo convegno si svolge in uno dei momenti più difficili che la Rivoluzione abbia mai vissuto, ma non siamo qui per abbandonarci alla nostalgia. Siamo qui perché il pensiero di Fidel Castro continua a essere la bussola più precisa che abbiamo per navigare nella tempesta che sta attraversando il popolo cubano! (Applausi.) E la tempesta è reale, il nostro popolo la vive ogni giorno: nei blackout che interrompono la vita familiare, la giornata lavorativa, l’apprendimento dei nostri bambini e dei nostri giovani; nell’inflazione che erode il potere d’acquisto dello stipendio; nella carenza di carburante che paralizza l’economia e i trasporti; nelle difficoltà a procurarsi il paniere di beni di prima necessità; nell’emigrazione che ci strappa via i giovani. Non siamo qui per negare questa realtà, ma per comprenderla nella sua giusta dimensione e per trovare nel pensiero di Fidel le chiavi per trasformarla.

Vi fornirò alcuni dati sugli impatti dell’embargo sulla società cubana.

In particolare nel settore energetico: in questi anni, con un enorme sforzo, avevamo recuperato oltre 1.400 megawatt di potenza per la generazione elettrica in un gruppo di impianti di generazione distribuita. Questi impianti non producono energia per mancanza di carburante; funzionano a diesel e a olio combustibile. Se avessimo a disposizione ogni giorno quei 1.400 megawatt, i fastidiosi blackout a Cuba durerebbero solo tre ore e non venti o più ore come oggi subisce il nostro popolo.

Nel settore sanitario, un tema così delicato e di cui voi conoscete tutte le potenzialità del nostro sistema universale e gratuito, con opportunità per tutti, con cose che sappiamo fare: ci sono 98.500 pazienti in lista d’attesa per un intervento chirurgico e, tra questi, 12.000 bambini; si tratta di operazioni che possiamo eseguire a Cuba, ma ci mancano le risorse, ci manca l’energia per alimentare le sale operatorie.

Ci sono 34.000 donne incinte alle quali non possiamo effettuare un numero sufficiente di ecografie prenatali durante quella fase della gravidanza.

Ci sono 67.000 bambini di età inferiore a un anno nati in questi mesi senza un programma di vaccinazione aggiornato, mentre a Cuba la vaccinazione e il nostro sistema di immunizzazione erano sempre al passo con i tempi.

Ci sono 117.000 adulti e 1.200 bambini malati di cancro che non dispongono delle terapie primarie adeguate e dobbiamo ricorrere a terapie secondarie o terziarie.

Ci sono 16.000 pazienti che hanno difficoltà ad accedere ai servizi di radioterapia di cui hanno bisogno, 12.400 in chemioterapia e 3.000 in emodialisi.

È disponibile solo il 30% dei farmaci di base, nonostante siamo in grado di produrre i medicinali necessari.

Il tasso di disponibilità tecnica delle ambulanze raggiunge solo il 22% a causa della mancanza di pezzi di ricambio.

È impossibile acquistare sorgenti di cobalto-60 per i trattamenti oncologici e si registrano ritardi nel rilascio delle licenze per lo sdoganamento delle merci mediche nei porti, anche a causa del rifiuto delle compagnie di navigazione internazionali, che sono state sottoposte a pressioni da parte dell’imperialismo statunitense affinché non trasportino a Cuba le merci di cui abbiamo bisogno.

E come se non bastasse, avevamo sempre mantenuto tassi di mortalità infantile compresi tra 4 e 5, che sono i tassi dei paesi sviluppati; tuttavia, in questi anni il tasso si è raddoppiato e attualmente supera il 9,8, il che significa la morte di bambini che avrebbero potuto essere salvati.

Di fronte a questo genocidio calcolato al millimetro, ovunque si intraveda o si cerchi un po’ di sollievo, lì saranno i guardiani di questa politica ignominiosa, pronti a stringere ancora di più il cappio che ci soffoca.

Cosa ha fatto Cuba di fronte a questa tempesta? Abbiamo risposto con ciò che Fidel ci ha insegnato: la resistenza non è passiva, è creativa. In mezzo alle vessazioni abbiamo sviluppato vaccini propri che ci hanno permesso di affrontare la pandemia con sovranità; abbiamo potenziato l’agricoltura, quella urbana e suburbana, con l’agroecologia per garantire il cibo nonostante la carenza di carburanti e fertilizzanti; abbiamo rafforzato i nostri sistemi di difesa con una milizia popolare che non ha bisogno di carri armati né di aerei per difendere la propria terra, perché la difende con il cuore e con la coesione delle sue forze.

Abbiamo saputo trasformare le avversità in opportunità; la crisi ci impone di essere più efficienti, più innovativi, più partecipativi. I nostri scienziati, i nostri insegnanti, i nostri medici, i nostri contadini e operai hanno dimostrato che l’intelligenza collettiva è più forte del denaro dell’impero. E, soprattutto, non abbiamo rinunciato all’internazionalismo: continuiamo a inviare brigate mediche nei luoghi più poveri del mondo, condividendo i nostri metodi educativi e scientifici; continuiamo a essere l’isola che getta ponti di fratellanza.

Sì, abbiamo molte carenze. Siamo oppressi dai blackout, dalla mancanza d’acqua, dall’inflazione e dalle code; ma nessuna carenza materiale ha spento la fiamma della solidarietà con cui Fidel ci ha educati.

A conferma di ciò, negli ultimi giorni dello scorso anno scolastico, teso e difficile come nessun altro, dalle università cubane si sono laureati 30.185 giovani professionisti, di cui 735 provenienti da 62 paesi che si sono formati a Cuba. E un dato che ci onora di poter mostrare: più di una ventina di nuovi medici palestinesi e cinque medici statunitensi (Applausi).

La risposta del popolo, sotto la guida del Partito Comunista di Cuba, è stata la resistenza ferma e creativa, l’unità, la difesa delle proprie conquiste e l’aggiornamento del modello economico e sociale, senza mai rinunciare ai principi del socialismo e senza cedere a pressioni né ricatti. Per raggiungere questo obiettivo stiamo attuando una serie di trasformazioni economiche e sociali. Questa capacità di resistere e trasformare affonda le sue radici più salde che mai nel pensiero e nell’azione del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz.

Si tratta di portare avanti la costruzione socialista in una piccola isola minacciata dal più grande imperialismo della storia dell’umanità e totalmente bloccata, al cui Stato vengono tagliate tutte le fonti di risorse, finanziamenti e commercio.

Di fronte a questo dilemma, è necessario produrre e generare ricchezza per ridistribuirla con la massima giustizia sociale possibile e preservare le conquiste storiche ed essenziali della Rivoluzione in settori strategici quali la sanità, l’istruzione, la cultura, la scienza, l’energia e le comunicazioni.

Farlo sarà compito di tutti, delle imprese statali e non statali, insieme ad altre forme di gestione dell’economia che nel loro insieme costituiscono il tessuto imprenditoriale cubano, concentrati su un unico obiettivo: costruire il socialismo prospero e sostenibile che merita l’eroico popolo di Cuba.

Vorrei sottolineare che si tratta di un processo volto a dinamizzare l’economia, non a instaurare il capitalismo; non ci sarà una privatizzazione sfrenata, i mezzi fondamentali di produzione rimarranno nelle mani del popolo e, soprattutto, saranno preservate la sovranità e l’indipendenza nazionale.

In un processo così complesso, il Partito Comunista di Cuba, in quanto forza dirigente suprema dello Stato e della società, si erge come principale responsabile della sua conduzione, coordinamento e controllo e come geloso custode degli interessi del popolo, della classe operaia, delle conquiste sociali e della giustizia sociale che hanno animato la Rivoluzione sin dai suoi inizi.

Compagne e compagni:

Fidel non è patrimonio esclusivo dei cubani. Fidel appartiene a tutti coloro che lottano per un mondo migliore. E a voi, partecipanti a questo Colloquio, intellettuali e attivisti che avete fatto vostro il suo pensiero, spetta un ruolo decisivo.

Vi esortiamo a diffondere la verità su Cuba e su tutti i popoli in resistenza. In un mondo in cui i grandi media fabbricano menzogne e narrazioni di comodo, avete la responsabilità di essere portavoce della realtà che noi cubani viviamo: una realtà fatta di privazioni, sì, ma anche di conquiste, di solidarietà e di speranza.

Ogni libro che scrivete, ogni articolo che pubblicate, ogni conferenza che tenete nei vostri paesi è una trincea contro la disinformazione. La battaglia delle idee oggi si combatte sul terreno digitale contro l’analfabetismo tecnologico e le nuove forme di colonizzazione culturale.

Dovete creare reti di solidarietà efficaci, non basta pronunciare discorsi di sostegno. Bisogna tradurre la solidarietà in azioni concrete: campagne per la revoca dell’embargo, proposte di cooperazione scientifica e culturale, progetti di commercio equo e solidale, denunce presso organismi internazionali.

Dovete approfondire il pensiero critico sul socialismo del XXI secolo. Fidel ci ha lasciato domande aperte, non risposte definitive. Come costruire il potere popolare nell’era digitale? Come conciliare la pianificazione centralizzata con l’autonomia territoriale? Come affrontare il cambiamento climatico da una prospettiva socialista? Voi, dalle vostre discipline, avete la missione di fornire risposte creative e realistiche, e dovete rafforzare l’unità dei movimenti progressisti.

Fidel era un maestro nell’arte di unire le volontà, di gettare ponti tra settori diversi, di cercare punti in comune senza rinunciare alle differenze.
Invito tutti i seguaci e gli studiosi della sua eredità a lavorare per l’unità, a superare le divisioni secondarie per concentrarci sull’essenziale: la lotta contro il capitalismo e l’imperialismo.

La Rivoluzione ha dedicato ai giovani il massimo dei propri sforzi e in loro ha riposto le proprie maggiori speranze. Fidel ha sempre creduto nel ruolo dei giovani nel processo rivoluzionario.

Credere nei giovani significa vedere in loro, oltre all’entusiasmo, la capacità; oltre all’energia, la responsabilità; oltre alla giovinezza, la purezza, l’eroismo, il carattere, la volontà, l’amore per la patria, la fede nella patria. Significa avere la profonda convinzione che la gioventù possa, che la gioventù sia capace, che sulle spalle della gioventù si possano affidare grandi compiti (Applausi).

È stata la gioventù a circondare Fidel per concepire sogni realizzabili quando la patria ne aveva bisogno. Dai suoi lunghi incontri con i giovani sono scaturite grandi realizzazioni sociali: l’impulso allo sviluppo degli istruttori d’arte, degli insegnanti a tutto tondo, degli assistenti sociali. È stata la gioventù a impugnare le armi nella Sierra, a alfabetizzare nelle montagne, a essere protagonista nelle gloriose missioni internazionaliste, a costituire i contingenti, a promuovere la scienza e la tecnologia.

Oggi, nell’anno del suo centenario, la gioventù cubana è chiamata a forgiarsi con la stessa grandezza storica. Le sfide che ci attendono sono immense: l’economia colpita dall’embargo, le trasformazioni strutturali che dobbiamo attuare, la necessità di produrre più cibo, di realizzare la transizione energetica, di sostituire le importazioni, di costruire una società con un maggiore benessere per tutti. Non c’è sfida che la gioventù non possa affrontare se se lo propone.

Compagne e compagni:

Permettetemi di concludere con una certezza che Fidel ci ha tramandato: il futuro non è scritto, siamo noi ad avere il potere di scriverlo.

Sì, l’impero è potente, ma la storia è dalla parte dei popoli. Ogni bambino che oggi impara a leggere in una scuola cubana anche senza elettricità, ogni contadino che coltiva con l’agroecologia, ogni scienziato che fa ricerca senza brevetti, ogni giovane che milita in un movimento sociale, ogni madre che difende i propri figli dalla violenza è una vittoria anticipata.

Il Centenario di Fidel è un punto di partenza. È il momento di prendere coscienza che la sua eredità non è nel passato, ma nel presente e nel futuro che stiamo costruendo. Non basta ricordarlo, bisogna studiarlo! Non basta ammirarlo, bisogna emularlo!

Vorrei ringraziarvi ancora una volta, dal profondo del cuore, per la vostra presenza. Voi siete gli ambasciatori della verità, i testimoni del fatto che Cuba non si arrende, i compagni di viaggio di una rivoluzione che trascende i confini.

Nel mio intervento ho evitato di riferirmi alle mie esperienze personali con lui; tuttavia, voglio farvi presente che, dalla scuola di Fidel, mi hanno profondamente segnato la sua lealtà e la determinazione ad affrontare l’imperialismo come destino della sua vita, la sua visione dell’unità, l’esempio di essere sempre presente nelle situazioni più avverse senza lasciarsi sopraffare dal pessimismo, la sensibilità verso i più bisognosi, il suo concetto di giustizia sociale e il valore insito nel suo concetto completo di Rivoluzione.

Desidero mettere agli atti, all’inizio della celebrazione di questi 100 anni che condividiamo, l’enorme impegno della direzione del Partito e del Governo nei confronti dell’opera incommensurabile di Fidel, che abbiamo la responsabilità di salvaguardare dai venti minacciosi che soffiano da ogni parte, alimentati dalla sete di conquista e di punizione che l’impero ci riserva.

Mi permetto di concludere come Fidel ha detto più di una volta: «Noi siamo disposti a resistere con dignità e abnegazione per tutti gli anni necessari al blocco imperialista. Se altri scendono a compromessi, se altri si lasciano corrompere, se altri tradiscono, Cuba saprà rimanere un esempio di rivoluzione che non cede».

Ripeto: «Cuba saprà rimanere un esempio di rivoluzione che non cede, che non si vende, che non si arrende, che non si mette in ginocchio!»

¡Fidel es un país, Fidel es Cuba! – ¡Por Cuba, con Fidel, hasta la victoria siempre!

¡Viva por siempre Fidel! – ¡Socialismo o Muerte!

¡Patria o Muerte! – ¡Venceremos!

Fonte: CUBADEBATE

Traduzione: italiacuba.it

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