Cuba non è un pericolo, Cuba è in pericolo: la narrazione capovolta dei predatori globali

La storia contemporanea è scritta dai vincitori, ma soprattutto è riscritta dai predatori. Esiste un paradosso geopolitico che rasenta l’assurdo: l’inversione sistematica tra la vittima e il carnefice. Il caso più emblematico di questa manipolazione semantica è, da oltre sessant’anni, l’isola di Cuba. Nella retorica dei custodi dell’ordine globale, un piccolo scoglio caraibico viene dipinto come una minaccia esistenziale per la stabilità planetaria. Ma la realtà oggettiva urla il contrario: Cuba non è un pericolo, Cuba è in pericolo.
Il paradosso dei numeri e dei valori
Come può un Paese di appena 11 milioni di abitanti, strangolato da un blocco economico (el bloqueo) che dura dal 1962, minacciare la superpotenza più armata della storia umana? Il contrasto è anzitutto filosofico e strutturale: L’impero delle armi: Da una parte abbiamo una superpotenza fondata sull’industria bellica, con centinaia di basi militari nel mondo e un bilancio della difesa che supera quello di decine di nazioni messe insieme. L’isola della solidarietà: Dall’altra parte c’è una nazione che, nonostante le scarsità materiali, ha fondato la sua proiezione internazionale sulla solidarietà. Cuba non esporta bombe, esporta medici. Le brigate Henry Reeve hanno salvato vite durante le peggiori catastrofi globali, dall’epidemia di Ebola in Africa fino alla prima ondata di COVID-19 nell’Italia del 2020. Eppure, secondo la narrazione del “predatore”, la solidarietà medica diventa “traffico di esseri umani” e la resistenza sovrana diventa una minaccia. La falsa “stabilità” e i veri focolai di guerra.
Per giustificare l’accanimento contro L’Avana, si evoca spesso la necessità di preservare la stabilità e la sicurezza internazionale. Si tratta di un’ipocrisia smentita dai fatti cronologici. La stabilità mondiale non è minacciata da Cuba, ma è stata sistematicamente annientata dalle strategie imperiali e dai conflitti che incendiano il pianeta: Le tensioni e le sanzioni distruttive in Iran. Il dramma infinito della guerra israelo-palestinese, alimentato dall’invio costante di armamenti occidentali. Il conflitto russo-ucraino, tragico teatro di uno scontro per l’egemonia che logora l’Europa. Di fronte a questo scenario di macerie globali prodotto dalle grandi potenze, indicare Cuba come il “pericolo” richiede uno sforzo di cecità volontaria.
La manipolazione del linguaggio: chiamare “terrorista” il dissenso
Il meccanismo psicologico e mediatico del predatore segue regole precise: cambiare il concetto delle cose, controllare il vocabolario per controllare le menti. La criminalizzazione dell’alternativa: Se non ti allinei al modello economico e politico dominante, non sei semplicemente un sistema diverso; diventi automaticamente un “nemico”, un “canaglia”, un “terrorista”. Cuba viene inserita arbitrariamente nelle liste degli Stati sponsor del terrorismo solo perché si rifiuta di cedere la propria sovranità. L’ipocrisia della sicurezza interna: Mentre si punta il dito all’esterno, i Paesi predatori militarizzano i propri confini e le proprie strade. Agenzie di controllo nate con scopi specifici – come l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) negli Stati Uniti – vengono trasformate in veri e propri squadroni d’assalto ideologici, sdoganati come normale amministrazione della sicurezza.
Il cortocircuito della microcriminalità
Questo sistema repressivo rivela una profonda contraddizione interna. Gli enormi budget destinati alla sicurezza e alle agenzie federali non vengono usati per sanare il tessuto sociale o per contrastare le bande di microcriminalità che infestano e devastano i quartieri delle grandi metropoli occidentali. La priorità del predatore non è proteggere il cittadino comune dalla violenza quotidiana; la priorità è proteggere il potere politico ed economico dalle alternative ideologiche. Gli “squadroni della morte” burocratici e operativi servono a mantenere lo status quo, a perseguitare i migranti e a punire chi non la pensa allo stesso modo, lasciando le periferie abbandonate a se stesse.
Conclusione: un’isola in pericolo
Cuba è in pericolo perché la sua stessa esistenza dimostra che si può resistere; che la sanità e l’istruzione possono essere diritti e non merci; che la solidarietà internazionale può superare il profitto. Il predatore non teme le armi di Cuba, perché Cuba non ne ha per colpire nessuno. Il predatore teme l’esempio di Cuba. Finché l’opinione pubblica globale continuerà a scambiare la vittima per il carnefice, accettando passivamente la narrazione dei media mainstream, il concetto stesso di giustizia rimarrà capovolto.






































