Fidel Castro Ruz: «Sono nato con la Rivoluzione»

”100 ANNI CON FIDEL”
Buon pomeriggio:
È impossibile pensare all’immensa eredità di Fidel, che affrontiamo in questo convegno, senza addentrarci nel suo rapporto così profondo con le arti e le lettere, e nella sua convinzione che la cultura sia la prima cosa da salvare e che senza cultura non ci sia libertà possibile.
È per questo che ho assunto, come un onore e un dovere di gratitudine, la responsabilità che mi è stata affidata dalla nostra presidente Marta Bonet di dare inizio a questo forum, ideato nei minimi dettagli dall’Unione degli Scrittori e degli Artisti di Cuba, fondata il 22 agosto 1961 dallo stesso leader della Rivoluzione. Fu da lui chiamata «Unione» perché si riteneva che tutte le espressioni artistiche e gli stili creativi dovessero trovare spazio tra i suoi membri.
Oggi, mentre ci apprestiamo a celebrare i 65 anni dell’organizzazione, in una favolosa coincidenza con il centenario di Fidel, potremo offrire testimonianze, esperienze e riflessioni sullo sviluppo della cultura rivoluzionaria cubana, che egli ha straordinariamente promosso.
Racconteremo storie e ricorderemo la sua presenza costante in ogni ambito socioculturale del Paese. Rimarremo impressionati, ancora una volta, dall’impronta lasciata nella vita culturale dal leader che abbiamo avuto la fortuna di avere.
Naturalmente l’esperienza personale è determinante per parlare del rapporto profondo del Comandante in Capo con la cultura. I dialoghi con Fidel, vissuti dal punto di vista del giornalista, sono un’impronta indelebile. Erano sempre animati dalla sua volontà di trasmettere idee. E quelli che conservo nel mio bagaglio professionale sono stati segnati dai suoi scambi approfonditi con i creatori. Artisti, scrittori, intellettuali: lo abbiamo visto esprimersi durante lunghe ore di apprendimento reciproco, in cui sapeva ascoltare con grande interesse. Il leader della Rivoluzione ha manifestato più volte quanto gli fossero utili i dialoghi promossi dai consigli nazionali e dai congressi dell’Unione degli Scrittori e degli Artisti di Cuba.
All’inizio di novembre del 1998, durante i lavori del VI Congresso dell’Unione, ebbi una di quelle opportunità nelle sale del Palazzo dei Congressi dell’Avana. In seduta plenaria si era discusso animatamente della colonizzazione culturale e dei suoi impatti sulla vita socioculturale cubana. Ero seduta lì, a seguire l’evento come giornalista, quando con stupore lo sentii riferirsi a una serie di articoli che stavo pubblicando sul quotidiano Juventud Rebelde proprio su quell’argomento. Uno di quelli che aveva colpito di più i lettori criticava il nuovo volto del famoso caffè El Carmelo della 23ª a El Vedado, la cui identità era stata offuscata da un’immagine dal chiaro stile della banalità globalizzata.
In quel momento disse qualcosa del tipo: «Mi piacerebbe che Magda ne parlasse qui…» e io rimasi quasi sepolta nella sedia, così giovane e timida com’ero allora. Tuttavia, uscendo dalla sala mi dissero che il Comandante mi stava cercando. In un attimo mi ritrovai di fronte a lui, senza alcuna possibilità di scampo.
Lì mi disse: «Volevo che fossi tu a parlare di questi temi» e io, per salvarmi, sostenni che il mio mestiere era scrivere e che, con tutto ciò che lui aveva espresso sull’argomento, non restava altro che prendere appunti. Rimase a guardarmi per alcuni secondi che mi sembrarono un’eternità e, come per non rimanere in imbarazzo, mi disse: «Allora ti concederò un’intervista». Così dovetti scrollarmi di dosso tutto l’imbarazzo in un colpo solo, accesi il registratore e gli argomenti si susseguirono.
Fidel sapeva ridere di gusto e si era appena sbellicato dalle risate per le battute dei vignettisti che avevano esposto le loro opere nei corridoi del Palazzo dei Congressi, ispirate agli interventi dell’assemblea plenaria. Aveva dormito solo quattro ore, ci ha raccontato – e tutti i colleghi si sono uniti alla conversazione. Ha poi confessato che un pubblico come quello degli scrittori e degli artisti «impegnati per il futuro del Paese» era la sua «migliore anfetamina». Abbiamo così trascorso due ore durante le quali ha affrontato molti argomenti: l’umorismo, la situazione mondiale, la storia cubana, i suoi gusti musicali e, soprattutto, la sua visione sul ruolo della cultura nella difesa delle nostre identità.
La cultura, secondo Fidel, è uno dei migliori pilastri della nazionalità. Ha parlato del caso del popolo borinquen: «Porto Rico è un esempio ammirevole della capacità di resistenza dei sentimenti (…), il dominio politico ed economico degli Stati Uniti è stato molto forte, ma non sono riusciti a sconfiggere quella cultura».
Per questo ha osservato di aver lavorato «molto di più per la cultura che per lo sport, quasi quanto per l’istruzione. In tutti questi anni hanno ricevuto il massimo sostegno». E con tono scherzoso ha aggiunto: «Se non avete fatto di meglio, la colpa è vostra, degli intellettuali e degli artisti. Non potete darla a me».
«Abbiamo combattuto una battaglia culturale tremenda – disse ormai con tono riflessivo. Per me è stata la battaglia principale. Ma non nel campo dello spettacolo, della musica o della danza in particolare, bensì nel campo delle idee». Affrontando la cultura che ci era stata imposta: «…quella falsa storia secondo cui gli Stati Uniti ci avevano liberato, che dovevamo l’indipendenza a loro; tutte quelle idee antipatriottiche. Dovevamo creare una coscienza patriottica e una coscienza rivoluzionaria, contro l’anticomunismo, il filoyanquismo e la discriminazione razziale».
La questione della lotta contro il razzismo era stata anche oggetto di diversi interventi nella sessione plenaria del VI Congresso dell’UNEAC e del suo intervento, fondamentale per interpretare quelle pratiche. La scena del Parco Vidal di Santa Clara prima del 1959, dove i neri dovevano camminare ai margini, lontani dai bianchi, tornò allora alla sua memoria come un male lontano, retaggi che la Rivoluzione era riuscita a superare: «Ci siamo trovati di fronte a molti problemi, e il primo di tutti era cambiare una cultura, una coscienza. E a questo ho dedicato tutte le mie energie nei comizi, nelle manifestazioni, alla radio e in televisione. Costruire l’unità è un lavoro politico molto serio.
«Eravamo permeati dalla discriminazione», ha sostenuto Fidel. «Un giorno ho parlato in televisione dell’argomento e tre giorni dopo ho dovuto tornare sull’argomento. Ha suscitato una reazione tale in settori così ampi che ne sono rimasto sbalordito. Hanno cominciato a dire che avremmo costretto la gente a sposarsi, che avremmo imposto l’uguaglianza razziale con la forza. Ho dovuto spiegare nuovamente quali fossero i concetti della Rivoluzione.
«Qui bisognava cambiare una cultura, e l’uguaglianza e tutte quelle cose diventano relative quando c’è la povertà. C’è un livello di incultura che si eredita, più che incultura, ignoranza. C’era la gente che viveva nelle condizioni migliori, che aveva una formazione, e i più poveri che avevano un livello culturale ed educativo inferiore, perché le loro possibilità erano pochissime. Questo si tramanda nel tempo».
Fidel non ha mai avuto pregiudizi razziali. Da bambino, quando scappava dalla casa di Birán dove viveva con i suoi genitori, andava a trovare gli haitiani: «Mi sgridavano parecchio, non perché fossi lì – a casa mia non c’era alcun senso di discriminazione –, ma temevano che, mangiando mais tostato nella baracca degli haitiani, potessimo avere un’indigestione o ammalarci».
Del razzismo venne a conoscenza in seguito al Colegio Dolores, dove «c’era una scuola annessa per chi non poteva pagare, con alcuni mulatti e neri. Ma noi che ci consideravamo bianchi – confessò nell’intervista – frequentavamo l’altra scuola, quella grande». Nei suoi viaggi negli Stati Uniti osservò anche la discriminazione: «Una volta ho percorso in auto la strada da New York a Miami – raccontò. Lì il razzismo non è solo contro la popolazione nera, è contro gli ispanici, i latinoamericani. In una semplice caffetteria si vedeva come guardassero con disprezzo i latini, anche se erano bianchi; se erano indiani era peggio e se erano neri ancora di più».
Durante una delle sue visite alla sede delle Nazioni Unite (ONU), nel settembre del 1960, lo stesso Fidel subì una discriminazione in quel Paese per motivi politici: «Quando mi cacciarono dall’albergo che si trovava vicino all’ONU, avevo due alternative: una tenda nel cortile dell’ONU o Harlem, e mi diressi verso Harlem. Loro lo hanno sempre considerato un gesto di amicizia e, trent’anni dopo, mi hanno accolto nuovamente con una cerimonia vivace e cordiale».
Il giorno prima del nostro colloquio, il leader della Rivoluzione aveva discusso a lungo con i delegati al VI Congresso dell’UNEAC su quella che definì l’«ignoranza» della sua generazione, la cui formazione su diversi temi e la soluzione a certi problemi avvennero man mano che si procedeva. Così è avvenuto con la discriminazione razziale, abolita con tutte le sue basi giuridiche sin dalla stessa vittoria rivoluzionaria, ma ancora presente nella società: «C’è tutta una cultura ereditata – ha assicurato – e noi cubani dobbiamo fare un esame di coscienza. Parte della nostra ignoranza consisteva nell’avere la falsa illusione che socializzando tutto avremmo posto fine a quel fenomeno dipendente dalla soggettività umana».
L’intervista è proseguita affrontando temi legati alla cultura e alle sue riflessioni personali sull’arte e la letteratura:
- «Quale delle arti preferisce?» – gli chiesi.
- «La letteratura» – fu la sua risposta immediata. «Ma mi piace molto anche la musica. Noi non abbiamo ricevuto l’educazione artistica dei giovani di oggi». Ho imparato un po’ di musica dopo l’assalto alla caserma Moncada (1953) e, mentre mi trovavo in una cella di isolamento, ho avuto la fortuna di riuscire a farmi portare «Juan Cristóbal» di Romain Rolland: tutti e dieci i volumi. Di giorno riuscivo a leggere bene perché c’era luce a sufficienza, ma di notte mi spegnevano la luce. Mi costruivo una lampada con dei fiammiferi e dell’olio, ma bisognava avere una zanzariera. Quando la lampada si spegneva, dovevo tirare fuori le mani e lì si intrufolavano le zanzare. Allora iniziava la caccia alle zanzare. Non si può immaginare quanto siano fastidiose sei zanzare all’interno di una zanzariera! Non erano le condizioni ideali, ma ho imparato qualcosa.
Fin dall’infanzia, i libri sono stati una buona compagnia per Fidel. In prigione, nella Sierra Maestra, quando era capo di Stato… dedicava sempre un po’ di tempo alla lettura. Una volta l’ho sentito dire che sua madre, nella sua città natale di Birán, gli ripeteva sempre quella frase: «Figlio mio, studia affinché non ti capiti come a me e tu possa arrivare a qualcosa nella vita».
Forse per questo sognò per i cubani e le cubane una tipografia nazionale e la diffusione precoce dell’alfabetizzazione con quella bellissima idea: «Questo è ciò che fa la Rivoluzione: mette i libri nelle mani del popolo, non alimenta l’ignoranza, perché l’ignoranza è sempre stata alimentata dai grandi interessi. Perché? Perché i popoli ignoranti sono popoli che possono essere facilmente ingannati, facilmente sfruttati.»
Il suo grande amico, lo scrittore Gabriel García Márquez, lo aveva descritto come «un lettore vorace, amante e conoscitore molto serio della buona letteratura di tutti i tempi» e che anche nelle circostanze più difficili aveva sempre a portata di mano un libro interessante per colmare qualsiasi vuoto.
In un altro momento dell’intervista gli chiesi quale fosse la musica che gli piacesse di più e lui rispose: «Quella classica. La trasmettevano su una stazione radio di quei tempi… Come si chiamava?», mi disse.
Gli risposi subito: «Non lo so, Comandante, perché a quei tempi non ero ancora nato». E lui, come se mi stesse prendendo in giro, mi disse: «Neanch’io». Fece una pausa e spiegò ciò che prima mi era sembrato assurdo: «Sono nato con la Rivoluzione».
E continuò a parlare di cultura: «A quei tempi ascoltavo boleri e alcune canzoni… ho sempre avuto un orecchio pessimo. È stata la mia sfortuna. Una volta mi hanno messo in un coro, quando ero in terza elementare e dovevo cantare una piccola parte. Credevo di stare facendo la mia parte nel coro. E chi lo dirigeva mi ha fatto cantare da solo… dovevo solo dire una frase, ed ero così stonato che mi hanno cacciato dal coro invece di insegnarmi a intonarmi.
Tra i film della sua giovinezza, lo attiravano in particolare quelli di Charles Chaplin e disse che quasi tutti gli piacevano. Ma «tra le commedie» quelle che preferiva erano quelle di Cantinflas, come si fece conoscere nel mondo dello spettacolo il messicano Mario Moreno: «Ridevo tantissimo per le sciocchezze che combinava», descrisse; è uno dei più comici che abbia mai visto. Certo, il talento di Chaplin è quasi insuperabile».
Fidel mi confermò che allora leggeva più di prima, ma le letture per piacere dovette orientarle verso argomenti strettamente legati alla sua condizione di capo di Stato. Tuttavia, prevedeva per tutti i nati in questa terra l’accesso universale alla cultura: «A Cuba abbiamo dovuto creare una nuova cultura – spiegò –, a cominciare da una cultura politica che non fosse quella dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, quella del dominio imperialista. Il maccartismo era molto radicato nella mentalità di molte persone e la Rivoluzione non consiste solo nel creare leggi, ma nel creare una nuova cultura».
Il leader cubano conosceva molto bene, fin dagli anni ’50 del secolo scorso, quando era immerso nel movimento insurrezionale, la complessa situazione che si viveva negli Stati Uniti, per cui creatori, accademici, pensatori umanisti come lo stesso Chaplin, Orson Welles o Albert Einstein vissero uno di quei periodi bui in termini di libertà civili che fu definito «maccartismo», a causa dell’intensa persecuzione scatenata dal senatore Joseph McCarthy, che demonizzava qualsiasi idea progressista e di sinistra. Niente di più simile alla realtà odierna.
E Fidel aveva ben chiaro, come ha espresso nell’intervista, che difendere la cultura era una priorità per qualsiasi processo rivoluzionario: «Se vuoi fare la Rivoluzione – ha insistito –, cambiare un ordine economico e sociale esistente, un ordine di sfruttamento con un ordine di uguaglianza e giustizia, devi cominciare a cambiare la vecchia cultura di quella società sotto moltissimi aspetti. Non significa che si debba cambiare la cultura musicale, ma quella storica, politica, filosofica… bisogna cambiarla, altrimenti non si può fare la Rivoluzione».
Quel giorno, infatti, espresse la sua convinzione che «se non è socialista, non è cultura», e precisò: «Non si tratta del fatto che non possa esserci cultura nel capitalismo. I migliori intellettuali di questo secolo sono stati quelli di sinistra. Ci sono persone come José Saramago (Premio Nobel per la Letteratura), comunista, portoghese, uno dei più grandi scrittori contemporanei, che vive in un paese capitalista». E sottolineò: «Anche nel nostro paese coloniale e neocoloniale si produceva cultura», ma senza dubbio per Fidel la socializzazione e l’accesso universale alla cultura erano percorsi inevitabili nel nostro contesto.
Ha sostenuto a lungo che l’impegno politico dovesse essere unito a una profonda conoscenza della cultura che ci identifica e ci rappresenta e ha detto: «Naturalmente, i politici devono lavorare per la cultura, l’istruzione, devono essere educatori; non si tratta di seguire la corrente perché se dici alla gente solo ciò che le piace, diventi un demagogo, e tanto meno sei un rivoluzionario. E il mondo è pieno di gente che dice al pubblico ciò che vuole sentire».
Dopo aver ascoltato quella frase, mi è apparso chiaro che nella sua visione, tante volte ribadita, di porre la cultura al centro dei processi di sviluppo e di resistenza nazionale, ha influito senza dubbio la profonda conoscenza che aveva del pensiero del nostro José Martí, artista illustre quanto politico. L’espressione fidelista «la cultura è la prima cosa da salvare» mostra una naturale assimilazione di quella prospettiva martiana: «il patriottismo è, tra tutte quelle conosciute fino ad oggi, il lievito migliore di tutte le virtù umane.»
È così che nella mia generazione è cresciuta la cultura della patria, quel necessario connubio tra il sapere accumulato, i tratti che ci definiscono come paese, i valori patrimoniali custoditi gelosamente, la storia di sacrifici comprovati per conquistare l’indipendenza.
«Tutti i cubani devono sentirsi responsabili della cultura della patria», proseguì Fidel. Non è solo responsabilità dell’UNEAC, del Ministero della Cultura… «ma di tutti nel paese. Il Partito deve fare cultura e inculcare idee; anche spiegare fenomeni come la globalizzazione significa fare cultura». Poi affermò qualcosa di straordinaria attualità e cito: «Ci sono persone che si considerano colte e rimangono all’oscuro di ciò che sta accadendo in questo momento nel mondo».
Fidel associava la fine del millennio all’era della globalizzazione della disinformazione e della menzogna. La conversazione si spostò quindi sull’esempio di un film hollywoodiano del 1996 che era stato ampiamente pubblicizzato con chiari intenti: *Evita*, interpretata dalla pop star Madonna con un’aria volgare, ambiziosa e immorale, animata da un populismo sfrenato. Per lui erano ben chiare le strategie di coloro che lavorano per omogeneizzare la cultura attraverso le multinazionali della comunicazione e della produzione audiovisiva. E subito dopo ha elogiato la versione argentina, il film Eva Perón, anch’esso del 1996, che considerava la vera storia: «Evita era genuinamente popolare – ha commentato –, interessata alla gente. Si dedicò agli altri e ebbe una morte molto dura, molto sofferta. Lei non aveva proprio nulla di aristocratico, anzi, ma umiliò gli oligarchi senza però toglier loro il potere».
Fidel non voleva peccare di ingenuità. Si tratta di riscrivere la nostra stessa storia, di sminuirla e persino di cancellarla. L’arte e la letteratura si trasformano così in ciò che lui definì «strumento commerciale». «Il capitalismo – sottolineò – è nemico delle culture nazionali e portatore della cultura dell’egoismo, dello sfruttamento, del saccheggio, della commercializzazione e del mercantilismo. È un ordine nemico, per definizione, della cultura».
Due anni dopo questa intervista, in qualità di giornalista di *Juventud Rebelde*, partecipai per fornire copertura mediatica a un incontro del leader cubano con personalità presenti alla ventesima edizione del Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano all’Avana. La sua passione per il cinema era ben nota. Fin dal 1959 sostenne la fondazione dell’Istituto Cubano dell’Arte e dell’Industria Cinematografica e nel 1985 promosse la creazione della Scuola Internazionale di Cinema di San Antonio de los Baños, con l’obiettivo di sviluppare un cinema latinoamericano, con discorsi drammaturgici e visioni autoctone.
Le sue riflessioni sul tema della resistenza culturale si facevano sempre più intense di fronte all’ondata imperialista della globalizzazione. «È sorprendente – disse Fidel – che paesi dotati di potere e ricchezza siano totalmente dominati». E annunciò ciò che viviamo oggi con quella sua capacità di proiettarsi nel futuro: «Esistono elementi visibili che conducono matematicamente a una grande crisi globale che può essere in parte frenata, rinviata, dilazionata, ma che è assolutamente insostenibile. Speriamo che i rimedi non emergano proprio dalle grandi crisi».
«Ciò che è in gioco in questo momento – ha proseguito – non sono ideologie né sistemi, è in gioco la sopravvivenza dell’uomo. E il tempo a nostra disposizione non è molto, poiché si tratta di risvegliare le coscienze. Il dovere di lottare per l’identità in qualsiasi circostanza è inderogabile, il dovere di non restare indifesi». Con queste idee si riferiva ad altre armi più potenti, e di fronte a un pubblico di scrittori e artisti era necessario brandirle, per cui affermò: «Siamo molto a corto di denaro, ma, anche se non hanno valore di mercato, disponiamo di un patrimonio di idee».
Nella vita e nell’opera rivoluzionaria di Fidel quella prospettiva di privilegiare la conoscenza al di sopra di qualsiasi altro bene fu una costante. Quando si presentava davanti a un pubblico di creatori, come in occasione di incontri, consigli e congressi dell’UNEAC, di cui era assiduo partecipante, tornava come una sorta di ritornello l’idea che la Rivoluzione potesse essere solo figlia della cultura e delle idee. Anche la sua storia personale lo ha condotto lungo quel percorso volto a privilegiare lo sviluppo di un pensiero potente, in grado di fornire all’essere umano le basi necessarie per resistere con profonda convinzione.
Fidel ha inoltre incoraggiato con grande slancio la promozione delle case editrici e la pubblicazione di libri su ogni argomento; ha fondato la tipografia nazionale e l’Istituto Cubano del Libro. Partecipava sempre agli eventi internazionali dedicati al libro. Nel 1998, durante l’Ottava Fiera, dialogando con giornalisti e scrittori, ha dato nuovamente prova delle sue doti di conversatore. Ma soprattutto ha mostrato come una buona lettura, fatta con consapevolezza, possa rivelarci le relazioni più insospettabili tra gli avvenimenti del passato e del futuro.
Due libri, *La reconcentración 1896–1897* e *El último hombre y la última peseta*, del colonnello Raúl Izquierdo Canosa, che trattano dei duri anni della riconcentramento dei contadini cubani decretata dal Capitano Generale Valeriano Weyler, stimolarono la sua analisi sull’importanza di quell’evento per il mondo dei nostri giorni.
«Questo fatto era rimasto un po’ dimenticato nella storia». In quei campi, secondo Fidel, si trovava la genesi dei luoghi di sterminio utilizzati dai nazisti e di uno dei metodi praticati in seguito dagli yankee nella guerra del Vietnam.
«Non si ha il diritto di dimenticare, ed è questo il merito di questo libro» — ha riconosciuto Fidel. E senza volerlo, ci ha fornito un’altra prova di quanto una buona lettura possa offrirci, proteggendoci dall’oblio: evitare gli errori del passato, perché «è colpa nostra quando la gente ignora».
Ha poi sottolineato quanto possa essere stimolante un libro, quanto ci costringa ad approfondire un evento e come le diverse letture sulle guerre d’indipendenza — compresa la visione spagnola — gli siano servite per elaborare una tattica efficace nella lotta contro l’esercito di Batista.
Partendo dalla sua esperienza, come chi cerca di trasmettere e stimolare la sete di conoscenza, Fidel ha conversato con noi per quasi due ore. Insieme al mio collega Mario Jorge Muñoz abbiamo messo per iscritto questa preziosa testimonianza. È stato un dialogo intenso, in cui il libro, a volte in modo evidente, a volte in modo velato, ha svolto un eccellente ruolo di stimolo. Come era stato in quei giorni per migliaia di cubani, secondo lui, «perché non è un pubblico analfabeta, è un pubblico che vuole libri, è un pubblico assetato di libri e che, nelle condizioni attuali, ci è difficile soddisfare pienamente».
«Mi dispiace – ha confessato – che non possiamo stampare più libri e sento l’obbligo, come lo sentono tutti i compagni che ricoprono incarichi di responsabilità nel nostro Paese, di fare il possibile, anche se si tratta solo di un po’ più di libri. Nel nostro Paese c’è un numero impressionante di lettori. Sono interessati a opere di qualità e di ogni genere: dai libri di narrativa a quelli di storia, economia, geografia, scienza…».
È sorta la domanda che ogni buon lettore si pone: quali sono i libri che la appassionano, quelli che preferisce?
— Bisogna tenere presente la dialettica, le diverse età. Quelli di storia mi sono sempre piaciuti molto, fin da quando andavo a scuola. La guerra civile spagnola… quando iniziò avevo dieci anni e leggevo tutti i giornali che arrivavano. Non sapevo distinguere molto bene un giornale dall’altro, tra destra e sinistra, di quelle cose non sapevo nulla.
«Ma c’erano alcuni spagnoli che lavoravano con mio padre che non sapevano né leggere né scrivere e quando andavo in vacanza, per esempio, mi chiedevano di leggere per loro. Io stesso leggevo loro *El Diario de la Marina*, *El País*, ognuno aveva la propria linea (…) Tutte le principali battaglie della guerra in Spagna, a quell’età le conoscevo già: quella di Teruel, quella dell’Ebro, l’assedio di Madrid, ho seguito tutto. Mi interessavano i libri militari, mi interessavano molto.
«Ricordo che una volta riuscii a procurarmi un album sulle guerre napoleoniche, fatto molto bene e con delle cartoline, erano cartoline, ma come foto, tutto quello sul ponte di Artola, su Austerlitz e su tutte le battaglie. Ma fin da piccolissimo, già dalle elementari, li conoscevo. Quando trovavo qualche libro di storia su quelle guerre dell’umanità, quelle di Cesare, quelle di Annibale, quelle di Alessandro… Credo che quasi tutti i ragazzi ne fossero particolarmente interessati.
«Il tempo passava. Poi, quella passione per i libri di storia sulle nostre guerre, quella del ’68 e del ’95. Per quanto riguarda la Storia di Cuba, ho letto molto Miró Argenter, l’ho letto tipo due volte e ha circa 900 pagine. Era una cosa appassionante quando quei libri mi capitavano tra le mani (…) Poi si attraversa il proprio periodo romantico in cui si legge *Werther* di Goethe; *María* di Jorge Isaac; il periodo di alcuni romanzetti del genere… Tutti ci passano; ora mi piacerebbe rileggerli per vedere come reagisco».
A quel punto sorgeva spontanea la domanda: «Non legge più storie d’amore?».
—«Sì, per esempio quelle di García Márquez, che ha scritto romanzi d’amore», rispose. «L’amore ai tempi del colera», per esempio. Siamo molto amici, e lui di solito manda l’originale a qualche amico, quando è già quasi pronto per la stampa. Anzi, con grande modestia chiede se c’è qualche piccolo dettaglio che non quadra.
«E si scopre sempre qualche piccolo dettaglio, come nel libro *Dell’amore e di altri demoni*, in cui c’era un cavallino che era stato regalato all’uomo; aveva 11 mesi, non so quanti, e dopo pochi giorni lo cavalcava già. Gli dissi: “Ehi, ma il cavallo deve avere almeno due anni e mezzo (…) sono piccoli dettagli e lui è molto attento ai dettagli”.
«Mi ha spiegato che, affinché le cose in cui usa la fantasia abbiano credibilità, sono necessarie precisione ed esattezza in tutto il resto di ciò che si scrive. Se deve parlare di insetti, cerca consulenti, persone che gli spieghino gli insetti o la natura. Non ricordo in quale altro libro avesse dei fucili da caccia per non so cosa che non corrispondevano al tipo di fucile adatto alla caccia che stava praticando. Sono piccoli dettagli come questi e lui mi manda i libri. Sono libri d’amore, non vi sembra?
«Ora, se scrive un libro come Notizia di un rapimento, è una meraviglia, molto più storia che finzione».
—E le biografie di personaggi famosi?, abbiamo chiesto.
—Ho letto quasi tutte quelle di Stefan Zweig.
E anche l’altra domanda che gli abbiamo posto era necessaria: ha mai pensato alla sua biografia?
E ha ammesso di non averci mai riflettuto, e cito: «Mi terrorizza il solo pensiero, quando mi viene in mente. Quando vedo tante testimonianze, che sono il punto di vista di ciascuno, ne sono inorridito. Mi piacerebbe davvero poter scrivere un giorno alcune cose di ciò che ho vissuto; alcuni pensieri su come sono nati, quali fossero determinate concezioni del Moncada, prima del Moncada e persino alcune critiche.
Sarebbe questo il libro che vorrebbe scrivere?
—Beh, affermò, è quello che potrei scrivere meglio perché di altri argomenti non ne so tanto quanto di me stesso. Anche se forse nessuno conosce se stesso abbastanza bene. Un libro con le esperienze che ho vissuto, pre-rivoluzionarie e dell’epoca rivoluzionaria: prima della guerra, durante la guerra… tutte le idee, come si sono evolute, tutte le concezioni e gli anni della Rivoluzione.
La conversazione si spostò su un tema di grande attualità in quel periodo, alla luce dello sviluppo tecnologico che avrebbe successivamente influenzato il mondo editoriale. Il libro sarebbe destinato a scomparire di fronte a tanta tecnologia?
E la sua risposta fu rapida e categorica: «No, credo che l’ultima cosa che rimarrà sarà il libro. Guarda un po’: se non sta scomparendo, si leggono ancora l’Iliade e l’Odissea».
«E la Bibbia?», gli abbiamo chiesto.
—La Bibbia è successiva, è uno dei primi libri che ho dovuto leggere fin dalla prima elementare… ho imparato alcune cose…
Poi abbiamo parlato degli autori cubani che preferiva e lui ha avuto molto tatto nel non urtare la suscettibilità di nessuno. E mi ha chiesto con aria complice: «Non mettermi nei guai qui, mi farai finire nei litigi. Mi piacciono tutti. Da queste parti ce n’era uno i cui libri mi piace molto leggere: Miguelito Barnet. E Armando Hart mi ha appena regalato un libro (El Aldabonazo). Me l’ha mandato 24 ore fa e mi ha già chiesto se l’avessi letto e io gli ho risposto: «Ma pensi che io non abbia nient’altro da fare?»
Ovviamente bisognava trovare un’altra risposta alla domanda che si imponeva da sé: «Quanto tempo ha oggi il Comandante Fidel per leggere?».
—Ah, ho sempre tempo…
—Sì, ma lei è così impegnato…
—Io non sono mai impegnato, sono gli altri ad esserlo.
Ma nonostante la battuta, noi che ascoltavamo le sue confessioni sapevamo bene il dolore che provava nel «non avere più tempo per leggere». Alcuni anni fa, in una lunga intervista, rivelò a Tomás Borge la sua sofferenza nel vedere una bella biblioteca: «Soffro quando sfoglio un elenco di titoli di ogni genere, e mi dispiace non avere tutta la vita per leggere e studiare».
Eusebio Leal, lo storico della città dell’Avana, mi ha confessato che il fascino maggiore «è stato scoprire in Fidel un uomo di cultura, un pensatore che si prepara, studia e non ritiene mai sufficiente la conoscenza acquisita». Di fronte a lui «non si poteva improvvisare» e, contrariamente a quanto alcuni suppongono, data la sua immensa capacità di oratore – era in grado di parlare per ore senza interruzioni –, sul bracciolo della sua poltrona è rimasta l’impronta di una piccola fossetta segnata dal colpo secco del suo dito durante le lunghe ore che dedicava ad ascoltare le testimonianze altrui e ad arricchirsi della saggezza degli altri.
Un uomo come lui sapeva che uno degli obiettivi e dei propositi fondamentali della Rivoluzione sarebbe stato quello di sviluppare l’arte e la cultura, proprio affinché l’arte e la cultura diventassero un patrimonio del popolo, come espresse nelle sue famose «Parole agli intellettuali».
Abel Prieto, che lo accompagnò nei suoi progetti volti a universalizzare la cultura e a risvegliare in noi, scrittori e artisti, quella vocazione al servizio del popolo insita nel socialismo, ne descrisse con maestria la natura:
«Per Fidel la cultura non è mai stata qualcosa di puramente ornamentale. La considerava un’energia trasformatrice di grande importanza, legata al comportamento, all’etica, alla qualità della vita, capace di contribuire in modo decisivo al miglioramento dell’umanità. Ma la vedeva, soprattutto, come l’unica via in grado di condurci all’emancipazione.”
Grazie mille
Fonte: CUBADEBATE
Traduzione: italiacuba.it






































