Quanto sta costando a Cuba il blocco in questo suo anno più difficile?

1960 / 2026

È il 6 aprile. Un sottosegretario di Stato redige un memorandum. Parla di privazioni e di desiderio. Dice che bisogna agire in fretta, con abilità e discrezione; privare Cuba di denaro e rifornimenti. Dice, con la freddezza di chi non intende sporcarsi le mani: provocare fame e disperazione. E anche il rovesciamento del governo.

Sessantasei anni dopo, qualcuno firma un altro documento. Non si chiama memorandum, ma ordine esecutivo. Non parla di fame. Ora si tratta di dazi. Non menziona la disperazione, ma fa riferimento a una «minaccia insolita e straordinaria» proveniente da un arcipelago — di poco più di centomila chilometri quadrati — di fronte alla prima potenza del pianeta.

Il risultato è piuttosto simile: la nave che non arriva, la fabbrica che non riesce a mettersi in moto, il bambino che aspetta un intervento chirurgico, l’anziano che non riceve le cure di cui ha bisogno.

Una crisi, in fin dei conti.

Anche se il linguaggio cambia veste.

Quest’anno è stato, senza ombra di dubbio, un anno in cui abbiamo dovuto affrontare di petto il blocco. È diventato uno degli aspetti più tangibili della vita quotidiana, da un capo all’altro del Paese: le lunghe giornate di blackout, le difficoltà nell’accesso all’acqua, la mancanza dei beni di prima necessità…

E dietro molte di queste carenze c’è una parola che si ripete: carburante.

Nel primo semestre di quest’anno è arrivata a Cuba una sola nave carica di greggio. Trasportava 100.000 tonnellate, a titolo di aiuto umanitario russo.

100.000 tonnellate sembrano tante, finché non le si affianca l’altra cifra: 2.667.800 tonnellate di carburante in meno rispetto a quanto previsto.

La nave di solidarietà entrerebbe, per intero, ventisei volte nel vuoto lasciato da quel deficit.

E il carburante continua a mancare.

Lo stesso presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha affermato che «molte comunità del Paese hanno subito interruzioni di corrente di oltre 30 ore consecutive».

D’altra parte, la lista d’attesa nazionale per gli interventi chirurgici raggiunge i 100.000 pazienti, di cui 12.000 sono bambini.

Se si tenessero per mano, uno dietro l’altro, formerebbero una fila lunga diversi chilometri.

Al di là dei numeri

Racconta la dottoressa Yudmila Rodríguez Verdecia, responsabile dell’anestesia e di una sala operatoria ostetrica:

«In caso di emergenza elettrica, un blackout, l’intera unità viene completamente scollegata. Rimaniamo nella più totale penombra».

Non c’è modo di interrompere un cesareo a metà.

Il corpo aperto non aspetta che torni la corrente.

Quindi la dottoressa continua. E la sala operatoria continua a funzionare.

«Bisogna proseguire l’intervento perché non è possibile interromperlo. Abbiamo dovuto continuare a operare alla luce dei cellulari».

Poi arriva l’addetto all’ossigeno. La macchina per l’anestesia si era spenta completamente.

«Siamo rimasti assolutamente senza alcun monitoraggio».

Eppure, da qualche parte in quella penombra, nasce un bambino.

Ogni anno, tra i 300 e i 400 bambini e adolescenti cubani ricevono una diagnosi di cancro, secondo i dati citati nel rapporto presentato nei giorni scorsi, ai sensi della risoluzione A/RES/80/4 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, intitolata “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”.

Le loro cure dipendono da apparecchiature ad alto consumo energetico e da farmaci — molti dei quali prodotti da aziende farmaceutiche statunitensi, tra cui pemetrexed, palbociclib, brentuximab vedotin, pembrolizumab e nivolumab — il cui acquisto è ostacolato dalle restrizioni imposte dal Blocco.

Breve inventario

Trecento dei 395 farmaci che Cuba produce nell’ambito del proprio programma sanitario di base mancano.

Non ci sono materie prime, non ci sono forniture, non c’è modo.

Solo due audiometri funzionanti sui sedici presenti nelle province.

Gli altri quattordici, muti.

Ventuno macchine Braille irreparabili in tutto il Paese. Ne servirebbero sessantatre.

Le dita che avrebbero dovuto leggere con loro continuano ad aspettare.

Trentanove impianti cocleari con il calco rotto o senza batteria, dei 259 distribuiti tra i bambini che, grazie a essi, avevano già imparato a distinguere una voce dal silenzio.

Apparecchiature per endoscopia che non si possono acquistare.

Pompe cardiache che non arrivano.

Un reagente, la fitoemagglutinina, necessario per stabilire se un neonato presenti una determinata malformazione e che nel 2025 non era disponibile per 140 bambini che ne avevano bisogno.

L’elenco potrebbe continuare, ma ci sono carenze che non trovano spazio in un inventario.

Nota: Il memorandum citato all’inizio di questo testo è stato redatto da Lester D. Mallory, all’epoca sottosegretario di Stato aggiunto per gli Affari interamericani, ed è datato 6 aprile 1960. L’ordine esecutivo menzionato è l’EO 14380, firmato il 29 gennaio 2026, con cui vengono imposti dazi doganali ai paesi che vendono o forniscono petrolio a Cuba, direttamente o indirettamente.

La misura è stata presentata sulla base della considerazione che Cuba costituisca una «minaccia insolita e straordinaria» per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Successivamente, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che il presidente Donald Trump non disponesse di un fondamento giuridico per imporre determinati dazi senza l’autorizzazione del Congresso. Questa decisione non ha modificato, nella pratica, le restrizioni sulla fornitura di carburanti a Cuba, che continuano a essere condizionate dal rischio di intercettazione delle navi e dall’applicazione di sanzioni secondarie.

Fonte: CUBADEBATE

Traduzione: italiacuba.it

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