È successo a New York

Il 22 settembre 2026, davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha pronunciato una frase che riassume la sua politica verso Cuba con la sfrontatezza che gli è propria: «È uno Stato assolutamente fallito. Sta fallendo come mai prima. Sta ricevendo molta pressione. E cadrà». La delegazione cubana, seduta in aula, si è alzata e ha abbandonato la plenaria. Non è stata una fuga: è stata una risposta, dalla dignità consueta.
Il cancelliere Bruno Rodríguez ha scritto minuti dopo su X: «Il governo USA risulta incapace di accettare che Cuba è, e ha il diritto di essere, un paese pienamente indipendente e sovrano. Nessuna delle falsità del Presidente USA all’ONU e nessuna calunnia possono né potranno negare questo fatto».
Non è la prima volta che cose simili accadono. Trump aveva già attaccato l’ONU nel 2025, mettendone in dubbio l’utilità e accusandola di non aiutarlo a «porre fine alle guerre». Dell’utilità dell’ONU potremmo parlare —e persino essere d’accordo— ma… della sua abilità nel “porre fine alle guerre”, quella sarebbe un’altra conversazione. Stiamo parlando del mandatario che continua a essere impantanato in Iran, senza accettare il disastro militare e politico della sua decisione aggressiva.
Nel discorso dell’imperatore di turno, la minaccia esistenziale esplicita contro uno Stato membro della comunità internazionale è diventata un luogo comune. Lo aveva fatto prima contro la Corea del Nord, annunciando che avrebbe potuto cancellarla dalla faccia del pianeta. E lo pronuncia da un podio che dovrebbe incarnare l’uguaglianza sovrana tra le nazioni, ma che gli USA finanziano. Si capisce quanto si trovi a suo agio nella sua attitudine prepotente.
Il ritiro cubano non è stato un gesto simbolico minore. In un’assemblea dove tutti i paesi hanno voce, Cuba ha scelto di non ascoltare colui che pretende di negarle il diritto di esistere.
E chiamare Cuba «Stato fallito» non è una descrizione, è una grossolana e mendace scusa. È lo stesso meccanismo retorico che ha preceduto gli interventi in Iraq, Libia o Siria: disumanizzare l’avversario perché l’aggressione sembri, per ironico contrasto, umanitaria.
Il secondo mandato di Trump ha segnato una linea di continuità nel suo inasprimento del blocco e dell’assedio contro Cuba. Il 20 gennaio 2025, nel suo primo giorno di mandato, Trump ha firmato l’Ordine Esecutivo «Initial Rescissions of Harmful Executive Orders and Actions», che ha revocato la decisione di Biden di rimuovere Cuba dalla lista unilaterale dei paesi sponsor del terrorismo e ha ripristinato il divieto di transazioni finanziarie con entità cubane. Un paio di giorni prima, Biden aveva tolto Cuba da quella lista. Trump l’ha rimessa senza presentare una sola prova nuova. Perché provare ciò che tutti sanno essere un capriccio di potenza?
Nel gennaio 2026, una nuova ordinanza esecutiva ha dichiarato una presunta «emergenza nazionale» per imporre sanzioni secondarie ai paesi che vendessero petrolio a Cuba. L’obiettivo era esplicito: tagliare il flusso energetico dell’isola. E ha funzionato. Il Venezuela, che inviava migliaia di barili giornalieri di petrolio a Cuba, in virtù di accordi bilaterali firmati e onorati, ha smesso di farlo dopo il sequestro di Maduro (e anche prima… ma anche quella è un’altra conversazione). Altre nazioni, come il Messico e il Brasile, hanno anch’esse ceduto alle pressioni e hanno smesso di inviare greggio.
Il costo umano di questa politica ha cifre. Tra il 1° marzo 2025 e il 28 febbraio 2026, il blocco ha causato perdite record di oltre 8 miliardi di dollari, un aumento del 7% rispetto all’anno precedente. Accumulato nel corso di sei decenni, il danno supera i 178 miliardi di dollari, a prezzi correnti. Il cancelliere Rodríguez, e il governo cubano nel suo insieme, lo qualificano senza fronzoli come «un atto di genocidio e punizione collettiva».
Tuttavia, è valido segnalare che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha respinto il blocco. Il 29 ottobre 2025, per la trentatreesima volta consecutiva, l’ONU ha votato sulla necessità di porre fine al blocco. Il risultato: 165 voti a favore, 7 contrari e 12 astensioni. Gli unici che hanno sostenuto Washington sono stati Israele, Argentina, Ungheria, Macedonia del Nord, Paraguay, Ucraina e —ovviamente— USA. Sette paesi in un’assemblea di 193 membri: questa è la dimensione reale della “coalizione” che sostiene il blocco.
Nel luglio 2026, quando Cuba ha proposto di riaprire il dibattito sul blocco, la votazione è stata di 136 a favore, 9 contrari e 30 astensioni. Ma si dibatte molto, si condanna poi e… nulla. Tutto rimane uguale. La “democrazia” della comunità internazionale ha fallito e resta solo Cuba a difendere Cuba, con la solidarietà dei popoli che molte volte hanno la coerenza che i loro governi non possono sostenere.
Questo recente discorso di Trump a New York, la prima menzione che fa di Cuba in due mesi, non avviene nel vuoto. Avviene in un momento in cui la sua autorità basata sulla paura —delle sue ritorsioni, dei suoi dazi— mostra crepe su fronti che vanno oltre Cuba.
In Canada, il primo ministro Mark Carney si è pubblicamente preso gioco di Trump imitando il suo gesto caratteristico a “fisarmonica” con le mani. Non è stata una battuta isolata: è stata l’espressione di un deterioramento reale nelle relazioni tra Washington e il suo storico alleato del nord, un deterioramento che ha portato Ottawa ad approfondire i suoi legami economici e politici con la Cina. Mentre Trump proclama che «nel mondo si fa ciò che dice lui» e sanziona a destra e a manca, i suoi alleati più stretti cercano alternative.
Sul fronte interno, la deputata María Elvira Salazar —il cui distretto affronta elezioni di medio termine a novembre— ha avuto una “epifania” tardiva sul trattamento di Trump verso gli immigrati, una svolta che i suoi critici leggono come disperazione di chi sente che la sua nave affonda. Trump non ha tardato a rispondere con disprezzo.
E poi ci sono i media. Di fronte al rifiuto della Casa Bianca di dare accesso a CNN, MS NOW e Politico come ritorsione per le loro «fake news», altri media si sono volontariamente aggiunti alla lista dei vietati: CBS, ABC, NBC e Fox hanno sospeso ogni copertura di Trump mentre il presidente era a New York. La risposta di Trump è stata annunciare la propria televisione, Trump TV, replicando la mossa che aveva già fatto con Truth Social quando le reti sociali l’avevano bandito. Il sistema dei media USA, nel suo insieme, gli si è ribellato.
Ma, in pratica, continua a regnare nel mondo la legge del più forte, la legge dell’impero. Le domande che Fidel fece molti anni fa rimangono senza risposta: A cosa servono le Nazioni Unite?
E alle riflessioni di Fidel potremmo aggiungerne altre, in contesto. Se un imperatore decrepito e corrotto può dire che a Cuba non entri nemmeno una goccia di petrolio, di quale ordine, di quale diritto internazionale stiamo parlando? Di quale giustizia e di quali valori ci parleranno coloro che tremano di paura davanti all’impero, coloro che inginocchiati accorrono al suo appuntamento e si prostrano davanti ai suoi capi?
Può essere che in Canada stiano facendo una recita. Può essere che i media stiano semplicemente vegliando sui propri interessi corporativi. Tutto è possibile nella “società dello spettacolo”. In definitiva, nel mondo c’è ancora troppa gente con paura di Donald Trump, che prova terrore davanti al potente e decadente USA.
Ciò di cui siamo sicuri è che non è il caso della Cuba socialista. La delegazione che si è alzata e ha abbandonato la plenaria dell’ONU non ha paura. Il cancelliere che ha risposto su X minuti dopo non ha paura. Il popolo che sopravvive a un blocco di sei decenni, a una lista del terrorismo senza prove, a un assedio energetico che cerca di spegnergli persino la luce, non ha paura.
È successo a New York ma si decide a L’Avana.
Fonte: mate amargo
Traduzione: cubainformazione.it


































