L’Accordo di Ginevra è l’unica via per risolvere la controversia sull’Essequibo?

Il Venezuela sostiene che solo un accordo bilaterale, equo e giusto, possa garantire la pace nella regione

Con dialogo bilaterale e senza ingerenze

La controversia territoriale per la Guayana Essequiba è più di un conflitto di confini nel senso convenzionale del termine. È, in sostanza, una disputa ereditata dal colonialismo, intrisa di interessi geopolitici e corporativi che hanno superato le frontiere tra il Venezuela e il suo vicino per trasformarsi in una battaglia per le risorse strategiche nella regione caraibica.

A quasi sei decenni dalla sua firma, l’Accordo di Ginevra del 1966 continua a essere il quadro giuridico e diplomatico prevalente per risolvere questa controversia. Tuttavia, la via scelta dalla Guyana — la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) — ha prodotto una profonda frattura nel processo, poiché Caracas non riconosce la giurisdizione di tale tribunale sulla questione.

Negli ultimi mesi il governo venezuelano ha intensificato la propria posizione diplomatica. Lunedì 11 scorso la vicepresidentessa esecutiva, Delcy Rodríguez, ha ribadito che il Venezuela non riconoscerà alcuna decisione della CIG sulla Guayana Essequiba, sottolineando che il tribunale non ha legittimità per dirimere una questione che, per mandato del diritto internazionale, deve essere risolta mediante negoziato diretto.

L’alta funzionaria ha riaffermato che «l’unica soluzione possibile nel quadro del diritto internazionale si trova nell’Accordo di Ginevra» perché «consiste nel raggiungere un accordo pratico e soddisfacente per entrambe le parti», cosa che è «incompatibile ed escludente rispetto a una risoluzione giudiziaria».

«La Guyana ha l’obbligo imprescindibile di rispettare i propri doveri internazionali e sedersi a negoziare in buona fede», ha affermato in un comunicato diffuso dal ministero degli Esteri, nel quale è stato inoltre consegnato alla CIG un nuovo documento con prove aggiuntive a sostegno della storica posizione del Venezuela.

Tale documento, presentato come ampliamento della “verità storica”, non mira a partecipare a un processo che il Venezuela considera nullo di pieno diritto, bensì a lasciare testimonianza del proprio rifiuto verso un procedimento che, a suo giudizio, viola lo spirito e la lettera dell’Accordo di Ginevra.

Il presidente Nicolás Maduro, dal canto suo, ha insistito nel convocare colloqui faccia a faccia con il presidente guyanese Irfaan Ali, sostenendo che solo un dialogo diretto, libero da ingerenze esterne, può generare una soluzione giusta e duratura.

L’Accordo di Ginevra: ponte verso una soluzione senza ingerenze

Il 17 febbraio 1966, nella città svizzera di Ginevra, il Venezuela, il Regno Unito e l’allora Guayana Britannica firmarono un accordo registrato con il numero 8192 delle Nazioni Unite, il cui obiettivo era «risolvere la controversia sulla frontiera tra Venezuela e Guayana Britannica».

Si tratta dell’unico strumento riconosciuto dal Venezuela per risolvere la disputa, in quanto:

  • Dichiara nullo il Lodo Arbitrale di Parigi del 1899 e stabilisce che le parti devono trovare una soluzione «pratica e soddisfacente».
  • Obbliga Guyana e Venezuela a negoziare prima di ricorrere ad altri meccanismi.
  • È stato ratificato dall’ONU, il che gli conferisce piena validità nel diritto internazionale.

Il Venezuela fonda la propria posizione sul fatto che l’Accordo di Ginevra non è un semplice protocollo diplomatico, bensì un impegno vincolante che esclude qualsiasi meccanismo di soluzione giudiziaria. «L’unica soluzione possibile nel quadro del diritto internazionale si trova nell’Accordo di Ginevra, che consiste nel raggiungere un accordo pratico e soddisfacente per entrambe le parti», afferma il comunicato letto dalla vicepresidentessa Rodríguez. Questo principio è fondamentale: il trattato non contempla arbitrati né l’intervento di tribunali internazionali, bensì la negoziazione diretta tra le parti.

Nel 2018 la Guyana, sostenuta da interessi esterni, portò il caso davanti alla CIG sostenendo che il suddetto Lodo Arbitrale — una sentenza che il Venezuela ha sempre considerato nulla per vizi procedurali — dovesse essere convalidato. Tuttavia, il Venezuela sostiene che:

  • Il Lodo del 1899 fu il prodotto di una frode procedurale, come dimostrano documenti storici, incluso il memorandum dell’avvocato statunitense Severo Mallet-Prevost, il quale rivelò che la decisione fu manipolata dalle potenze coloniali.
  • L’Accordo di Ginevra annulla qualsiasi decisione precedente, poiché stabilisce un nuovo quadro giuridico per risolvere la disputa.
  • La CIG non ha giurisdizione perché la Guyana non ha mai soddisfatto il requisito di esaurire le negoziazioni bilaterali prima di rivolgersi a istanze internazionali.

Questi accordi, sebbene non abbiano ancora prodotto una soluzione definitiva, dimostrano che esiste un percorso diplomatico praticabile, purché la Guyana decida di aderire agli impegni assunti nel 1966. Invece di rispettare tale trattato, ha scelto di internazionalizzare il conflitto con il sostegno di potenze straniere, in particolare degli USA.

Inoltre, il referendum consultivo del 2023 — nel quale il 95% dei votanti ha respinto la giurisdizione della CIG — rafforza la posizione secondo cui «il Venezuela non può essere obbligato a sottomettere i propri interessi vitali a terzi».

ExxonMobil: l’attore dietro l’internazionalizzazione del conflitto

La vicepresidentessa Rodríguez ha sottolineato che la Guyana si serve di potenze extra-regionali per rinnovare la coercizione coloniale contro il Venezuela con l’obiettivo di «appropriarsi delle risorse naturali del territorio conteso».

L’internazionalizzazione del conflitto si riflette chiaramente nei tentativi di pressione esercitati dalla CARICOM, dall’OSA e dal Comando Sud degli USA, che sostengono la posizione guyanese e ostacolano ogni tentativo di dialogo bilaterale.

Sebbene la disputa territoriale abbia radici storiche, l’attuale escalation è strettamente legata allo sfruttamento di risorse energetiche nelle acque della Facciata Atlantica e di minerali strategici sulla terraferma. Dal 2015 la multinazionale USA ExxonMobil ha ottenuto licenze dalla Guyana per sfruttare il blocco Stabroek, dove sono stati scoperti oltre 11 miliardi di barili di petrolio. Le condizioni contrattuali favoriscono in modo schiacciante la multinazionale, lasciando al vicino paese solo una frazione dei profitti, tanto che alcuni analisti lo hanno definito una «filiale di ExxonMobil».

  • Nel 2015 ExxonMobil scoprì uno dei maggiori giacimenti petroliferi del mondo in acque ancora da delimitare nella Facciata Atlantica. Da allora ha fatto pressione sulla Guyana affinché consolidasse il proprio controllo sulla zona, ignorando le rivendicazioni del Venezuela.
  • La compagnia petrolifera ha finanziato studi giuridici e campagne mediatiche per presentare il Venezuela come un «paese aggressore», allo scopo di giustificare l’intervento della CIG.
  • Nel 2023 la società ha ottenuto dalla Guyana concessioni nel blocco Stabroek, un’area marittima rivendicata dal Venezuela. Ciò ha generato tensioni che hanno portato Caracas a indire un referendum consultivo, nel dicembre 2023, per riaffermare la propria sovranità.

Tali concessioni, rilasciate in aree marittime che il Venezuela considera parte della propria piattaforma continentale, sono state il principale ostacolo al dialogo. Mentre la Guyana beneficia di un’alleanza strategica con gli USA e le grandi compagnie petrolifere, il Venezuela denuncia una «cannibalizzazione corporativa» che sfrutta l’apparato giudiziario internazionale per legittimare un’appropriazione illegittima di risorse.

Inoltre, lo scorso marzo un centro studi della Guyana ha chiesto un maggiore intervento degli USA, segno di come gli interessi stranieri stiano soppiantando la sovranità nazionale a favore delle corporazioni. Il Venezuela, invece, sostiene che solo un accordo bilaterale, basato su equità e giustizia, può garantire la pace regionale.

Da Caracas, la vicepresidentessa Rodríguez ha anche denunciato che lo «sfruttamento abusivo, illecito e illegittimo» di tali risorse da parte delle multinazionali «viola in modo flagrante il diritto internazionale» poiché la Guyana non ha legittimità per disporre unilateralmente di uno spazio conteso.

Il Venezuela non rifiuta il diritto internazionale; al contrario, difende uno dei suoi strumenti più solidi: l’Accordo di Ginevra. Il rifiuto di riconoscere la CIG è la difesa del trattato che entrambe le parti hanno firmato. Mentre la Guyana cerca una soluzione giudiziaria che legittimi un ordine coloniale, il Venezuela insiste in un dialogo senza interferenze che, seppur complesso, è l’unica via per una pace duratura.

Fonte: Misión Verdad

Traduzione: cubainformazione.it

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